venerdì 30 marzo 2018

MALEDETTA PASQUA DI SANGUE (2)


e girato a info@papafrancesco.net

GLI AGNELLI NON RISORGONO A PASQUA


  
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Ci risiamo: è pasqua un’altra volta per le persone di buona volontà, che però non possono ignorare che non solo di resurrezione saremo qui a parlare, perché altre morti incombono che saranno però definitive, senza riscatto né nuove vite davanti. Gli agnelli sono nati da poco e fra pochi giorni saranno teneri al punto giusto. Ancora un po’ di latte dalla mamma, quella che ululerebbe se solo sapesse dove vengono portati i suoi piccoli, partoriti magari nella fantasia di vederli correre nei prati verdi dei loro desideri. E invece  è sui camion che vengono caricati,  ammassati l’uno addosso all’altro  a  belare a un cielo che tanto non si scompone perché se ne frega del dolore di quaggiù, e poi dentro all’inferno: gemiti e  bestemmie, lamenti e imprecazioni, braccia forti e lame affilate, e poi sangue, sangue ovunque. Senza perdere tempo,  perché ce ne sono proprio tanti da legare e poi ammazzare, e per quanto si sia esperti a farlo  a catena di montaggio, un po’ di tempo per sgozzare occorre e sono tanti i cuccioli necessari a soddisfare tutti quelli che l’agnello pasquale, inteso come arrosto, lo considerano irrinunciabile, per quanto a giustificazione non ci siano  certo fame nè digiuni da compensare: è solo che chi ama Dio a quel sacrificio di un innocente sembra non voler proprio rinunciare, non sia mai che, senza l’agnello a riproporlo,  qualcuno si scordi del dolore che Gesù ha sofferto, vittima innocente e senza scampo, inerme e dolorante. Ma anche chi con la metafisica e l’al di là non ha grande dimestichezza e, diciamolo, neppure il benché minimo interesse, non ci sta  a sentirsi escluso: se anche non richiama  l’agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo quello che vuole nel piatto, è pur sempre una gustosa incarnazione.
La mattanza degli agnelli non potrebbe neppure essere immaginata nella sua raccapricciante violenza, se non ci fossero i filmati visibili in rete e le ancora timide inchieste televisive a sbarrare la strada ad  alibi costruiti sull’ “io non immaginavo proprio”. Nella mattanza è davvero arduo rintracciare  richiami alla vittima “sacrificale”: qualunque elemento “sacro” è irreperibile, indeclinabile nel terrore degli agnelli davanti a quei laghi di sangue,  incapaci di rivolta, che si orinano addosso per la paura, forse increduli: tutto questo non può essere vero, perché non può esistere nessun Dio così sanguinario da sentirsi appagato dalla carneficina consumata sulla loro carne.  Convinzione ingenua, che non tiene conto delle capacità umane di elaborare spiegazioni per ogni nefandezza e di giustificare ogni ignominia, dotando di senso l’irragionevole. E’ all’uomo sapiente che è riuscita la barbara invenzione della vittima sacrificale, del capro espiatorio, innocente e debole,  da investire con la mission incredibile di togliere i peccati dal mondo, quelli da lui stesso compiuti.
Bene argomenta Andrée Girard con le sue analisi,  illuminanti nel ricercare il bandolo della matassa in alcune delle tante forme di violenza così virulenta nella specie umana. Specie umana in cui l’aggressività, lo sappiamo bene, raggiunge livelli talmente stratosferici da porci costantemente sul baratro dell’autodistruzione. Proprio per arginare il rischio, lui spiega, nel corso della storia l’aggressività, nostra  fondamentale dotazione,  è stata incanalata simbolicamente su qualcuno “altro da noi”, un capro espiatorio, che ne assorbisse una fetta importante. Nella necessità di mettersi al riparo da possibili pegni da pagare,  vendette o ritorsioni, è stato da subito chiaro quanto fosse fondamentale scegliere la vittima tra chi fosse debole, senza diritti, privo di tutele, non minaccioso, impossibilitato a  generare  sentimenti feriti forieri di  successive vendette:  ottimi gli orfani o gli schiavi, per intenderci. Ma col tempo  il meccanismo si è perfezionato: perché non gli  animali non umani, che possono essere totalmente assoggettati, che occupano amplissime zone neppure lambite da diritti, rispetto, giustizia? A loro si può bene affidare il compito di espiare gli errori e le nefandezze nostre, di pagare le colpe al posto dei colpevoli: l’aggressività viene distolta dal consesso umano ed attirata altrove, con l’attenzione rivolta a mettersi comunque al riparo da qualsiasi conseguenza scansando, tra loro,  quelli che sono forti e pericolosi: meglio lasciar perdere leoni o tigri e rivolgersi ad altri più gentili, innocui, inoffensivi: insomma,  quelle vittime ideali, di cui l’agnello, senza colpa e senza forza, è l’esempio più fulgido.
In ogni caso, alla fugace apparizione sulla terra di centinaia di migliaia di agnelli, per restare alle cifre italiane, non verrà posta orrenda fine solo in nome di tradizioni e credenze: altri laicissimi riti nascono e muoiono a tavola, senza sublimazioni di senso, in esclusivo omaggio a piaceri di palato e pancia, con consumi che registrano impennate nel periodo pasquale, ma comunque non hanno tregua nel corso di tutto l’anno. Qualcosa però comincia a smuovere dal profondo un bel po’ di coscienze, come dimostrano le stragi che, per quanto inaccettabilmente diffuse, negli ultimi anni hanno visto i numeri decrescere significativamente, tanto da avere registrato lo scorso anno circa 600.000 agnelli uccisi a fronte dei 900.000 di pochi anni prima. Ben poco da celebrare, perché queste cifre non lo consentono di sicuro, ma un fenomeno è innegabile: le “scriteriate campagne animaliste”, come gli allevatori definiscono rabbiosamente gli appelli a porre fine alla mattanza, possono contare su un meccanismo che vale la pena mettere a fuoco. Per fare del male a un altro, umano o non umano che sia, c’è bisogno di  poter sostenere che quel male lui se lo merita: il nemico di ogni guerra, per facilitare il compito di andare a sterminarlo, prima viene sempre descritto come colpevole, malvagio, pericoloso in modo da sollecitare contro di lui l’odio necessario, spesso connotandolo con epiteti animali ritenuti svilenti: topi di fogna, cani rognosi, scarafaggi, figli di cagna sono chiamati quelli da andare a massacrare, nella certezza che l’identificazione con animali dipinti come tanto repellenti sarà utile a rappresentarli come degni del destino che a quegli animali appunto è sempre riservato. Anche in delitti più casalinghi, ideati in proprio, la vittima viene costantemente insultata e vituperata nel momento stesso in cui viene percossa, ferita, uccisa: si insultano le donne nel momento dello stupro, i senza dimora quando vengono brutalizzati, l’appartenente al clan avversario quando punito. E’ il modo che abbiamo per convincere noi stessi che siamo nel giusto e stiamo compiendo non un atto vile, ma un’azione encomiabile, è un “sto facendo la cosa giusta” tutto a nostro vantaggio. Il meccanismo viene applicato in forma per così dire istituzionalizzata nei confronti di tutti gli animali che quotidianamente assoggettiamo alle più brutali pratiche: dobbiamo dire e dirci che i maiali sono sporchi, brutti, ricettacoli delle peggio inclinazioni per diffamarli al punto da trasformare quasi in atto meritorio, di pulizia, giustificato e condivisibile, il nostro ingabbiarli e scannarli; offriamo una pessima rappresentazione dei polli, costantemente denigrati nel nostro linguaggio; la narrazione della vita dei pesci li deindividualizza, li riduce a peso, neppure a singole entità: solo per iniziare un elenco in realtà infinito. Questa operazione auotassolutoria risulta francamente complicata con gli agnelli: loro non sono sporchi, ma bianchi come il latte; non sono aggressivi, ma totalmente indifesi; non risulta neppure siano stupidi: davanti a loro ci inteneriamo, ci commuoviamo al loro essere indifesi, vorremmo abbracciarli e coccolarli. 
 Un bel problema per allevatori e industria, che qualche difficoltà cominciano a incontrarla nel contrastare i dilaganti manifesti pubblicitari in cui un agnellino belante, occhi nei nostri occhi, sembra implorare di non fargli del male. Cosa opporre alla supplica accorata? Le leggi dell’economia e del mercato, i potenziali passivi delle aziende? Argomentazioni francamente un po’ povere per ritagliarsi uno spazio nel miscuglio di sensi di colpa e intenerimenti che dilagano dentro di noi.
 Non è un caso che la pubblicità, che dai media cartacei e dalla televisione, ci sollecita quotidianamente, con sprezzo ed allegria, a nutrirci di cadaveri di maiali, polli, tonni, si astenga prudentemente dal fare altrettanto con gli agnelli: molto meglio glissare, evitare una pericolosa esposizione della “materia”; e non si insiste tanto nemmeno perché questa “carne tutta italiana” venga introdotta nelle  mense scolastiche, da cui a tutt’oggi pare sia esclusa.
In conclusione, un esercito di vite appena nate sta per l’ennesima volta per essere immolato sull’altare dei nostri credi e dei nostri appetiti, non diversamente da quanto avviene quotidianamente con tutte le altre specie non umane, egualmente sfruttate e martirizzate. Le nuove sensibilità in ascesa mostrano però che, tra le vie che portano ad un cambio di paradigma, ne esiste una  che passa anche dal riconoscimento del valore intrinseco di ogni vita: riconoscere gli altri, ogni altro, nella sua essenza, anziché nella narrazione diffamatoria che tanto spesso facciamo di lui, è atto dovuto nei suoi confronti, lo è esattamente come nei nostri dal momento che, come dice Danilo Mainardi, “le scelte esercitate contro gli animali sono anche scelte contro di noi”: non verità con cui compiacersi perché bella da enunciare, ma strada tracciata nella direzione di  una nostra trasformazione. Perché, con le parole di Guido Ceronetti,  “tutte le torture, i patimenti, i terrori inflitti agli animali appartengono legittimamente al dolore infinito della storia e ne modificano il senso, se ne abbia uno”.


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