martedì 5 aprile 2016

IL NON SENSO DELLA VITA UMANA. IO NON VOLEVO NASCERE



La vita umana non ha senso quando si ponga la domanda “che senso ha la vita?”. Ma la follia umana, che, antropizzando la Terra, sta ponendo in crisi le condizioni di vita sul pianeta, sta contrastando il principio della tendenza naturale di ogni forma di vita alla sua autoconservazione. Le ultime forme di vita che sopravvivrebbero sarebbero gli insetti, che furono i primi colonizzatori della terre emerse. Se scomparisse soltanto la vita umana scomparirebbe soltanto il non senso della vita, perché gli animali non umani, non potendo porsi la domanda “che senso ha la vita?” si sottraggono allo stesso non senso di essa e si libererebbero del peggiore predatore della Terra, che è l'uomo, per cui vale l'espressione che lo storico Tacito aveva dato dei Romani definendoli raptores mundi (predatori del mondo). Gli animali non umani hanno il diritto naturale di sottrarsi alla follia umana – che ha radici culturali - al non senso della sua esistenza, se non si voglia considerare la specie umana solo come animalità, che, come tale, però, non dovrebbe potersi sottrarre alla selezione naturale, a cui, invece, oggi più che nel passato, essa si è sottratta, soprattutto con l'apporto della medicina. Questa follia umana, predatrice della Terra, sarebbe l'ingiusta causa della scomparsa delle altre forme di vita. Non vi sarebbe da dolersi nemmeno della scomparsa di quella ristretta minoranza dell'umanità che si batte contro la follia, se non ha mai avuto il coraggio di combattere con tutti i mezzi, anche violenti, la follia della grande maggioranza. Le rivoluzioni sono partite sempre da una minoranza. Il mio odio contro questa umanità è per me fonte di energia vitale. L'unica che mi tenga in vita. Odio, dunque esisto.        

  Dobshansky,[1] ritenuto il maggiore genetista sperimentale del XX secolo, ha scritto che la medicina, contrastando la selezione naturale, ha permesso il mantenimento in vita di soggetti portatori di malattie di origine genetica, permettendo ad essi di riprodursi e di continuare a trasmettere tali malattie. Dobshansky ha aggiunto che la stupidità sulla Terra è destinata ad aumentare giacché, normalmente, sono gli stupidi che fanno più figli.  “Due cose sono infinite: l'universo e la stupidità umana, ma riguardo l'universo ho ancora dei dubbi” (Einstein). Paradossalmente oggi la medicina ha posto in essere la maggiore causa dell'inquinamento della Terra, cioè la sua antropizzazione.          

  La follia politica si commisura all’ignoranza dei dati che documentano la follia economica del destinare a mangime per animali da allevamento (di morte) un ettaro di terreno che potrebbe produrre in un anno 2500 kg di proteine vegetali per uomini, mentre, destinato a mangime, produce solo 250 kg di proteine animali, con un consumo di acqua 70 volte maggiore. Si va predicando moralmente contro la fame nel mondo e contro lo spreco delle risorse d’acqua perché non si rispettano le condizioni di vita conformi al rispetto del diritto naturale, facendo del palato, e non delle reali necessità dell’organismo, la base delle tradizioni alimentari. Ma, variando di una parola un noto proverbio, si può dire che “ ne uccide più il palato che la spada”.[2] Gli allevamenti intensivi avvengono in spazi chiusi e per evitare epidemie viene aggiunto dell'antibiotico per uso veterinario, cosicché chi consuma carni ingerisce ogni volta lo stesso antibiotico. La natura si vendica con l'aumento di decessi per cancro. 

 “Nulla darà la possibilità di sopravvivenza sulla terra quanto l'evoluzione verso una dieta vegetariana” (Einstein).

  Inoltre, perché debbo commuovermi delle sofferenze di coloro che mangiano carne, ignorando da ipocriti da quante inenarrabili sofferenze è prodotta la bistecca che mangiano? Avrebbero il coraggio di andare almeno una volta a ricavarsela da sé in un mattatoio? Non ho mai avuto  il coraggio di guardare in un video su Internet (OK NO. Macellazione dei bovini, durata 12 minuti) le scene terribili di un mattatoio. Mi è bastata la descrizione. Capita che anche previo stordimento - magari male operato per la fretta dai macellatori, operanti in una sorta di catena di montaggio per lo smontaggio degli animali - il povero animale conservi ancora un po' di coscienza, quanto gli basta per cercare di fuggire, mentre i suoi compagni, posti in fila in attesa del loro turno, non sottratti alla vista dell'abbattimento del compagno, si terrorizzino e cerchino di scappare per rifugiarsi nel recinto dove prima si trovavano. Chi ha coraggio  di assistere a simile crudeltà vada a vedersi lo “spettacolo” sul citato sito. Se ne ha il coraggio e rimane insensibile non può pretendere che si abbia sensibilità per la sofferenza di individui come lui. Se non ne ha il coraggio e mangia carne è un'ipocrita degno di disprezzo, ed anche in tal caso non merita alcuna sensibilità. In ogni bambino vedo un fruitore della crudeltà sugli animali. A causa degli adulti che non sanno educare i figli al rispetto della vita sono stato sempre un pedofobo. I bambini nascono e crescono crudeli se non interviene una giusta educazione. Mi da fastidio la vista di bambini che si divertono correndo scompostamente e gridando. Passando di fronte ad un asilo le mie orecchie non sopportano il fastidio del loro stridulo vociare. Se di bambini ne nascessero meno vi sarebbero meno animali da macellare. Perciò me ne importa proprio nulla del bambino che si dice muoia di fame e di malattie ogni tre secondi sulla Terra. Che muoia pure. Anzi, ne godo. Vi saranno meno animali da macellare per lui.

   Se l'umanità avesse tratto insegnamento, non dall'esecranda Bibbia, ma  da filosofi antichi come Pitagora, Eraclito, Empedocle, Platone, Apollonio di Tiana, Plutarco, Porfirio (che citerò alla fine del libro), nell'età moderna da Leonardo e in quella contemporanea da Ghandi e da Schweitzer, non vi sarebbero state le “civiltà” della crudeltà sugli animali, gli unici innocenti della Terra.                   

   Io non volevo nascere. Perché solo accettando il non senso della vita si può dare una spiegazione di essa. Accettando il fatto che esista senza poter pretendere che essa abbia un significato che vada oltre la sua constatazione. Il primo Heidegger (Essere e tempo) si avvide che l’essere umano, a causa della coscienza della morte, è il nulla che viene anticipato nella vita. Da qui la distinzione tra un’esistenza autentica ed una inautentica, propria di coloro che vivono nella banalità del quotidiano, dove dominano il “si dice” e il “si fa” dell’esistenza anonima. L’uomo inautentico progetta la sua esistenza nel mondo, si prende “cura” delle cose del mondo, ma per esorcizzare la coscienza del nulla in cui tutto ricade con la morte. L’affannarsi di un’esistenza che dà importanza alle cose, alle imprese scientifiche come alla conquista di cose materiali, si rivela come un ricadere dell’uomo nel mondo, oggetto tra gli oggetti. Ogni possibilità si annulla con l’annullarsi dell’esistenza. Ciò non significa che si debba fare l’elogio dell’inattività e predicare l’indifferenza per il mondo. Significa invece accompagnare ogni progetto di vita ridimensionando l’importanza di ciò che si fa, perché soltanto con la coscienza della nullità dell’esistenza, con il prendere coscienza che essa è un vivere per la morte, si dà un giusto significato ad ogni progetto senza farsi dominare dalle cose del mondo rimanendone schiavi invece che liberi da esse. Anche i valori morali appartengono ad un’esistenza inautentica perché nascono dal porsi dell’uomo nel mondo, invece di trascenderlo nella coscienza del nulla. Anche Sartre (L’essere e il nulla) si avvide che i valori morali, in quanto radicati nella coscienza umana, che è un vuoto di essere, cioè un nulla, sono fondati sul nulla. Dunque erano fondati sul nulla i valori morali per cui si batteva sul  piano politico facendosi “compagno di strada dei comunisti” (così si definiva). Se Sartre fosse stato capace di riflettere sul diritto naturale, invece che sui valori morali (che non esistono), sarebbe stato coerente. Sulla scia del pensiero di Heidegger si può arrivare a capire che l’umanità vive quasi tutta un’esistenza inautentica. Non ha la coscienza della propria nullità, anche quando si tratti di individui che hanno compiuto cose importanti, rimaste nella storia, nel bene e nel male. La violenza tra gli uomini, l’aggressione umana nei confronti della natura, aggiungo io, nascono dal dare un’importanza alle cose del mondo che non si accompagni sempre alla coscienza della nullità dell’esistenza. Il secondo Heidegger cercò di trovare un senso all’esistenza umana concependo l’uomo come l’ente tramite cui l’essere si disvela a se stesso nella sua trascendenza, disvelandosi però sempre parzialmente per rimanere allo stesso tempo occulto, L’uomo diventa così portavoce dell’essere e il suo stesso disvelarsi avviene per iniziativa dell’essere stesso, non dell’uomo. In tal modo l’uomo – contro la tradizione biblica che ne aveva fatto il padrone della Terra, con il potere di assoggettarla a sé - ha il compito, al contrario, di custodire la Terra, essendone guardiano e non proprietario. Si può dire che nel grande mare dell’antropocentrismo dei poemi metafisici che ancora si presentano nella prima metà del XX secolo, Heidegger è il meno antropocentrico nella sua visione del mondo da cui emerge una sorta di teologia negativa inconfessata. La teologia del Deus absconditus (del Dio nascosto). Ma nemmeno il secondo Heidegger, che non appare affatto in contrasto con il primo, ha potuto annullare la tragica esistenza dell’uomo che, per essere portavoce dell’essere, lo deve trascendere contrapponendosi ad esso come nulla nella coscienza dell’anticipazione della morte. Né Heidegger né Sartre arrivarono a capire – perché vittime anch’essi di un inguaribile antropocentrismo – che al di là dei valori morali, giustamente fondati sul nulla, esiste una tendenza a sopravvivere comune a tutte le forme di vita. E questa tendenza è una legge naturale, da cui discende il diritto naturale di ogni individuo alla sua autoconservazione. Il resto è soltanto chiacchiera filosofica di cui è intrisa ancor oggi la filosofia di quelli che appaiono essere maestri di pensiero. In realtà inconsci della loro miseria intellettuale.

   Negli '70 tenni un corso su Jaspers, analizzando soprattutto il primo dei tre volumi della sua opera principale (Filosofia) intitolato Orientazione filosofica nel mondo. Egli iniziò la sua attività come psichiatra scrivendo il volume di Psicopatologia generale. Secondo Jaspers la conoscenza scientifica può darci solo conoscenze settoriali perché circoscritte alla conoscenza di esseri determinati dalle molteplici prospettive di vista scientifiche, non la conoscenza della totalità dell'essere. Nel suo tentativo di attingere la totalità al di là dell'orizzonte della conoscenza scientifica, portando l'orizzonte sempre più avanti, l'uomo si rende conto che esso non può trascendere questo orizzonte, che gli ricade sempre addosso insieme con l'illusione di poterlo trascendere. E' come una continua impresa di Sisifo. Da qui lo scacco dell'esistenza. L'uomo si accorge che le diverse discipline scientifiche sono proiezioni dell'esistenza sull'essere e che soltanto la fede rimane come ultima risorsa per attingere la trascendenza oltre i limiti della conoscenza.

  Ma, parafrasando don Abbondio, la fede, se uno non ce l'ha, non se la può dare. Le religioni sono tutte un imbroglio, nate per rimuovere il pensiero del nulla dopo la morte. In appendice  riporto il pensiero di Darwin e di Freud circa l'origine dell'idea di immortalità dell'anima. Fu già l'uomo primitivo a concepire tale idea  nella sua ignoranza.                         

  Io non volevo nascere. Ma poiché, disgraziatamente, sono nato, e l’umanità continuerà ad esistere, anche se non so per quanto tempo – dipende soprattutto dall’attività solare - sento il dovere di lasciare almeno un testamento per essa in cui si dica, una buona volta per sempre, che non esistono “crimini contro l’umanità” se non esiste il diritto naturale, perché, diversamente, i cosiddetti diritti umani diventano soltanto una convenzione, fondati sul fatto di essere umani, cioè su una tautologia, che non spiega alcunché. E il ricorso agli asseriti valori morali, tutti culturali, continuerà a provocare un conflitto mortale tra essi nella palude storica del relativismo delle culture, da cui si può uscire soltanto con il diritto naturale. Tutto il resto è frutto di convenzioni tra uomini. Anche il nazismo aveva i suoi valori morali, che non si sono imposti perché nella storia si sono imposti sempre i valori morali dei vincitori.        

   Dal punto di vista scientifico la vita non ha quella necessità che ha l’essere - che, secondo la voluta errata interpretazione di Parmenide data da Hegel, non può essere confuso con il pensiero - a causa della casualità e della contingenza delle condizioni che hanno prodotto la vita sulla Terra. Entro queste condizioni la vita umana non può pretendere di avere uno status ontologico maggiore di quello che ha qualsiasi forma di vita. Pertanto, se esiste un diritto naturale, come premessa necessaria a causa delle conseguenze contraddittorie che si ricaverebbero dalla sua negazione, non può esistere un diritto naturale circoscritto all’uomo. I filosofi sono pronti ad avanzare la famosa legge di Hume, secondo cui non si può trarre il dover essere (la norma morale) dall’essere (dalla natura). Ad essi si può rispondere che il diritto naturale non deve essere confuso con la morale, come ancora viene confuso, interpretandolo come diritto della natura umana, da parte dei falsi sostenitori del diritto naturale. Nel diritto naturale l’essere coincide con il dover essere. Che cosa dice il primo principio della dinamica? Ogni corpo tende a mantenere il suo stato di quiete o di moto rettilineo uniforme. E questa è una legge fisica. Allo stesso modo ogni organismo tende alla sua autoconservazione. Se si negasse che questa è una legge fisica si negherebbe la stessa tendenza naturale su cui si basa il primo principio della dinamica. E se si negasse, ancora, che da una tendenza non può scaturire un diritto, si negherebbe la stessa tendenza, andando contro natura. Si potrebbe impiegare anche l’espressione “il principio naturale”, per evitare la confusione della morale con il diritto naturale, evitando anche la connotazione antropomorfica del termine “diritto”. Ma continuerò ad impiegare  l'espressione “diritto naturale all'autoconservazione”, invece che “principio naturale della tendenza all'autoconservazione”, solo per la necessità di non allontanarmi da una espressione consolidata da una lunga tradizione, se pur  errata linguisticamente.            

  La storia umana è una tragica storia che presenta due aspetti contrastanti sin dalle sue origini. Si consideri la “civiltà” mesopotamica, che già 5000 anni a.C., se non prima, nasce come assoggettamento degli animali, a cui segue, come già notava il neoplatonico Porfirio, la schiavizzazione delle donne da parte degli uomini, e degli uomini da parte del potere politico. Dall’altra abbiamo, nello stesso periodo, pur in un contesto di credenze religiose, il manifestarsi di una conoscenza scientifica nell’astronomia e nella matematica, come anche nell’antico Egitto. La storia di invasioni, di guerre, si accompagna, grazie ad una minoranza, ad una storia di conoscenze e di domande circa l’origine dell’universo, pur nel contesto di racconti mitici.

  Io non volevo nascere. Ancor oggi l’umanità è quasi tutta da buttar via, essendo inautentica, almeno come ideale di umanità, anche se utile, anzi necessaria, all’esistenza di un’umanità autentica.

  Gli uomini possono essere distinti in cinque categorie. 1) veri uomini; 2) uomini veri; 3)uomini comuni; 4) semiuomini; 5)falsi uomini (subanimali).Le prime tre categorie possono comunicare tra loro, non esistendo alcuna cesura fra esse.  

  Sono veri uomini coloro che arrivano ad avere una concezione tragica dell’esistenza, consapevoli che essa è nulla, non esistendo risposte alla domanda sul significato della vita. I veri uomini non danno mai troppa importanza a ciò che fanno, anche quando siano uomini di grandi imprese nella conoscenza scientifica, che non può dare alcuna risposta circa il senso della vita. Essi vivono un’esistenza autentica. Si potrebbe portare come esempio massimo la grande figura di Marc’Aurelio, che, pur essendo imperatore e condottiero di eserciti – e come tale si sentiva portatore di una missione storica nel difendere i confini dell’Impero – tuttavia percepiva che anche la sua vita non aveva alcun significato. Il suo stoicismo ruppe le dighe del rassegnato ottimismo di Epitteto, confortato da una prospettiva razionale del mondo, per dilagare in un pessimismo cosmico a causa delle infiltrazioni di un epicureismo che funse da alimento di una interiorità divenuta riparo da una visione delle cose del mondo considerato privo di scopo e di senso. Egli si conquistò tale interiorità pur combattendo vittoriosamente contro i Germani che avevano superato i confini dell’Impero e ristabilendo l’ordine delle armi in Oriente. Il sentimento della caducità e della precarietà della condizione umana gli derivava anche dal ritenere, al contrario di Epitteto, che valutava l’importanza della logica, che tutto fosse opinione: “Tutto è opinione…Il tempo dell’umana vita è un punto; la sua materiale sostanza un perenne fluire; la sensazione tenebra; l’organismo corruzione; il principio vitale l’aggirarsi di una trottola; la fortuna non si può indagare; la gloria è cieca…sogno e vanità” (Ricordi, II,15). “Tutto dura un giorno…” (IV, 35). “La totalità dei tempi è …corrente che a forza travolge… Le singole cose, appena venute, già sono trasportate via” (IV, 43). “Nulla di nuovo: ogni cosa, sempre quella; e ogni cosa rapidamente trapassa” (VII, 1).Ma se il mondo non ha senso, Marc’Aurelio lo trova come proiezione di un atteggiamento ispirato al dovere di sentirsi responsabili all’interno dei rapporti umani: “Ogni uomo è un mio affine, non certo per identità di sangue o di seme, ma in quanto partecipe di una mente e di una funzione che è divina, cui spetta il sovrano dominio”. Da qui la missione da lui sentita “di un governo in cui la legge abbia vigore per tutti; governo informato a eguaglianza e a libertà di parola, un regno capace di rispettare per suprema ragione la libertà dei sudditi” (I, 14). La fede in una provvidenza nella storia viene intaccata dal dubbio ispirato dalla concezione epicurea che vede nella natura formata da atomi il dominio della casualità (XII, 14). E allora basta accontentarsi della ragione che è in noi e vivere nel presente senza aspettarsi un premio nell’aldilà. (VII, 73). “Cerca di mettere a profitto il presente con giusta ragione e con giustizia” (IV, 26).

  Sono uomini veri (cioè di verità) coloro che contribuiscono al miglioramento della vita portando avanti l’impresa scientifica. Esempio di tale categoria è Einstein, che potrebbe appartenere anche alla prima se avesse coerentemente ed apertamente detto che nemmeno la relatività generale e il modello cosmologico dell’universo stazionario potevano dare una risposta alla domanda circa l’origine dell’universo, il significato dell’esistenza umana o di qualsiasi forma di vita intelligente nell’universo. Quando seppe che Hubble nel 1929 aveva scoperto che l’universo non era stazionario ma in espansione, cadde in crisi e ritenne che il suo modello cosmologico fosse il grande errore della sua vita. Errore che si trasformò in una grande vittoria quando recentemente fu scoperta l'energia del vuoto (o energia oscura), che è la forza di espansione dell'universo visibile e che contrasta la forza di gravitazione. Ma il suo trascurare ogni interesse per una vita comune, fatta di banalità quotidiane (si sposò due volte soltanto per scaricare sulle mogli i fastidi di una vita materiale), il suo sentirsi non appartenente ad alcuno Stato, il suo pacifismo che lo portò a rinunciare alla cittadinanza tedesca, ancor prima della salita al potere del nazismo, per assumere poi quella svizzera al fine di sottrarsi al servizio militare, il suo stesso non sentirsi nemmeno ebreo, se questo significava credere nelle idiozie della Bibbia, tutto ciò lo può porre anche nella categoria dei veri uomini. Ma non basta essere grandi scienziati (cioè uomini veri, che sono tali perché mettono a frutto la razionalità che distingue l’uomo dagli altri animali - essendo, come disse già Aristotele, il fine maggiore dell’esistenza umana la conoscenza scientifica - per essere anche veri uomini. Includerei in questa categoria anche i grandi artisti, sebbene oggi sia per me difficile, se non impossibile, credere che ve ne siano ancora se si arriva persino a delle aberrazioni che consentono di esporre come arte una “merda d’artista”. La musica, non quella leggera, che non è arte – facendo parte del costume - è arrivata ad un punto di crisi tale da far pensare che non si tratti più di musica ma di sperimentazione cacofonica.  

 Appartengono alla terza categoria (uomini comuni) tutti coloro che appartengono al mondo del lavoro manuale e dei servizi che sono necessari per la vita animale e sociale. Essi vivono nella banalità quotidiana. Hanno il peso di un’esistenza intesa come ricerca della sopravvivenza materiale, pur essendo benemeriti per il lavoro che fanno. Che tuttavia li priva- perché immersi nella quotidiano della routine della vita, con tutte le sue miserie - della capacità di elevarsi ad un livello superiore nella coscienza. A questa categoria appartiene quasi tutta l’umanità. Dai contadini, ai commercianti,  agli impiegati dei vari uffici. Ma sono da includervi anche giudici ed avvocati, che vivono una vita spiritualmente miserevole, costretti a dedicare il tempo, non allo studio, ma alle scartoffie dei fascicoli di causa che esprimono quanto di più di miserevole vi sia nella vita, quella che si svolge nei Tribunali. Vi includerei anche i medici quando siano soltanto degli operatori (anche chirurgici) che non partecipino con lo studio al progresso della conoscenza nella medicina. Da aggiungervi anche tutti i professori universitari che sfornano nozioni ed erudizione esponendo le idee degli altri, incapaci di averne delle proprie perché privi di originalità di pensiero ed incapaci di far avanzare la ricerca scientifica. Vi includerei anche tutti i filosofi, se essi non dovessero essere inclusi in una categoria peggiore per il loro continuare a rimasticare concezioni morali dietro il paravento di un’erudizione e di un linguaggio per iniziati che nasconde la loro povertà di pensiero ed il danno che essi costituiscono nel loro perpetuare una concezione antropocentrica, e perciò antiscientifica, del mondo. Si vedrà ciò nell'ultimo capitolo, limitandomi ad analizzare la miseria della filosofia in Italia, portata da coloro che nei mass media si ritengono, o sono ritenuti, maestri di pensiero, mentre in realtà sono dei falliti incoscienti di esserlo.                              

   Appartengono alla quarta categoria (dei semiuomini) tutti coloro che vivono da parassiti nel mondo effimero dello spettacolo da intrattenimento, che non si eleva al livello dell’arte, che è creatività. A questa categoria appartiene anche quasi tutto il mondo del cinema, che produce ormai roba da buttar via e che non rimarrà certamente nella storia del cinema. Vi appartiene anche il mondo della musica leggera (quando non raggiunga il livello di una arte minore, ammesso che si possa parlare d’arte, se pur minore, e non di artigianato, nel campo della musica leggera) con tutti i suoi falsi miti, che riescono a radunare masse di ebeti urlanti ed applaudenti, che si annoierebbero a morte ascoltando Bach o Wagner. Di questa gente bisogna avere un assoluto disprezzo. Vi appartengono anche i calciatori (parassiti che si arricchiscono grazie agli imbecilli che pagano per vedere una partita sul campo o alla TV.), come anche quelli dediti ad altre discipline sportive, che si rovinano la giovinezza e la salute sottoponendosi a sforzi muscolari che sono innaturali. Le Olimpiadi sono il pietoso spettacolo di una umanità inutile dedita alla ricerca di primati del corpo, e non della mente. Le discipline sportive non apportano certamente alcun contributo al miglioramento spirituale e materiale della vita umana. Includo nella stessa categoria anche il mondo della moda, che pretende di essere creatività, mentre è soltanto superficialità dedita all’arricchimento. Vi includo anche tutti coloro che vivono per arricchirsi, compresi i grandi industriali, che apparentemente sono dei benemeriti quando siano stati capaci di creare una grande impresa creando posti di lavoro. Ma il loro fine è l’arricchimento e la ricerca di potere, non certamente quello di migliorare la condizione sociale dei lavoratori. Essi, inoltre, sfruttano le idee altrui (scientifiche e tecnologiche) per il miglioramento della produzione. In generale, con poche eccezioni, non si arricchiscono coloro che hanno idee, ma coloro che hanno capitali per acquistarle. Vi appartengono anche quasi tutti i politici che formano la palude dei parlamenti, a cui arrivano per sete di poltrone e non per capacità, essendo marionette manovrate dai capi dei partiti, pronte a votare secondo disposizioni che vengono dall’alto, senza nemmeno conoscere i testi delle leggi che stanno votando. Ma non sono da escludere nemmeno quelli che, per esempio in Italia, hanno il reale potere, e che si possono contare non andando oltre le dita di due mani. Sono le solite facce che appaiono alla TV. Non vi è uno tra essi che abbia la statura di vero uomo di Stato, libero dalle beghe di partito e considerante la politica un servizio piuttosto che manifestazione di potere. Per questo ormai dal 1994 appartengo al partito dei non votanti. Bisognerebbe diminuire il numero degli eletti in proporzione al numero dei non votanti, fatta salva una fascia fisiologica (10-15%) di non votanti. Bastano 50.000 firme per una legge di iniziativa popolare. Ma poi dovrebbe essere il parlamento ad approvarla. E i raccattatori di voti si opporrebbero all'approvazione di una legge che minacciasse il loro potere. In alternativa bisognerebbe mutare la Costituzione per permettere che una legge di iniziativa popolare fosse  approvata direttamente dagli elettori con un referendum propositivo, che si aggiungesse a quello abrogativo di una legge votata dal parlamento. Ma per mutare la Costituzione si dovrebbe trovare un gruppo di parlamentari, anche minoritario, capace di formulare un disegno di riforma costituzionale da sottoporre all'approvazione della maggioranza degli elettori. Allora i parassiti della politica verrebbero messi con le spalle al muro e non non avrebbero più l'arroganza di chi sa di avere la poltrona assicurata indipendentemente dal numero dei votanti. Senza questa riforma non vi potrà essere mai vera democrazia. Rousseau l'ha insegnato concependo una volontà popolare che si possa esprimere direttamente senza passare attraverso le strettoie e le pastoie di una democrazia cosiddetta rappresentativa, dove l'eletto non ha alcun vincolo di mandato.

  Ha scritto Aristotele (Politica, VIII) che ogni popolo ha il governo che si merita. Io aggiungo che ogni governo ha il popolo che si merita. Un governo che vuole combattere l’evasione fiscale dissipando esso stesso il danaro pubblico per alimentare le clientele e per mantenere milioni di individui che vivono di politica – non volendo dimezzare, almeno, il numero dei parlamentari, dei consiglieri regionali e comunali, e non volendo abolire le inutili province né accorpare i piccoli Comuni in un unico Comune (bastando negli altri un ufficio per rilasciare certificati) – si merita un popolo di evasori fiscali. L'istituzione delle regioni con poteri legislativi, invece che solo amministrativi, ha causato una pletora di leggi regionali che, confliggendo spesso con quelle statali per sovrapposizione ad  esse, ha portato ad una parcellizzazione del potere centrale a beneficio di interessi locali, anche mafiosi, volti ad una aggressione del territorio. Si è così identificato il decentramento amministrativo con quello legislativo. Si potrebbero aumentare con il risparmio sulla politica almeno le pensioni minime.

 Appartengono alla quinta categoria (dei subanimali) tutti gli assassini, specialmente coloro che tolgono la vita agli innocenti. Per essi, come disse già Platone (Leggi, IX), “la pena è la morte, il minore dei mali, esempio utile a tutti gli altri, che senza onore lo vedranno annientato”. Coloro che appartengono alle organizzazioni a delinquere sono la specie peggiore nella categoria degli assassini. Essi si identificano il più delle volte con i trafficanti di droga. Anche Beccaria era favorevole alla pena di morte per costoro, sebbene nessuno lo dica per ignoranza o disonestà intellettuale e politica. Beccaria, come Rousseau, li considerava nemici dello Stato, non più cittadini. E’ bene che essi periscano, dice Rousseau (Contratto sociale), se non vuole perire lo Stato. Costoro non possono nemmeno essere considerati uomini. Debbono essere annientati come subanimali. Oltre che criminali sono anche stronzi, perché vivono o nascosti, perché ricercati, o con la paura di essere eliminati nella guerra tra bande. Dunque non possono nemmeno godersi la grande massa di danaro che manovrano, comandando anche dal carcere, ricattando guardie carcerarie, direttori delle carceri e anche giudici. Se fossero soltanto animali non umani, sarebbero certamente migliori, perché gli animali non umani non uccidono mai per crudeltà ma per ragioni di sopravvivenza alimentare. Soltanto la pena di morte ci libererebbe per sempre da questi schifosi subanimali. 

   Sono da includere nella quinta categoria anche tutti i cacciatori, che reputano uno sport l’uccidere, i macellatori e i macellai, come pure quelli che, pur non essendo assassini di uomini, tuttavia sono di una insensibilità che arriva al piacere della crudeltà, sia nei riguardi degli uomini che degli animali non umani. Sono dei subanimali tutti gli ebrei osservanti del kosher e gli islamici osservanti della halal, cioè della “macellazione rituale”, perché credono che il povero animale che finisce in un mattatoio sia impuro se non viene macellato in stato di coscienza, con crudele e lenta morte per dissanguamento mentre,  legato per terra dagli ebrei osservanti, si divincola tremendamente per sottrarsi agli spasmi della morte.[3]  

   Alla stessa categoria appartengono i fanatici religiosi che uccidono convinti di diventare martiri e guadagnarsi così dei meriti presso un dio nato da menti farneticanti. Sino a quando non si capirà che molti uomini sono tali soltanto biologicamente, mentre essi vanno considerati sotto il livello dell’animalità, si continuerà a blaterare anche in filosofia della “dignità della persona umana”.

   Ho un tale odio per questa umanità subanimale, che di fronte a notizie di atti di crudeltà degli uomini nei confronti degli animali non umani, veri innocenti della Terra, anche quando sono predatori, ma per ragioni di sopravvivenza, godrei nell'essere un boia nei confronti di questi subanimali. Con quale gioia metterei il cappio al loro collo e manovrare  una leva per aprire la botola e vederli scendere impiccati. Mi fanno più impressione gli atti di crudeltà nei confronti degli animali non umani che quelli commessi nei confronti degli uomini. Forse perché questi rientrano, anche se innocenti, nel concetto di umanità, almeno intesa come specie. Come, purtroppo, anche  i subanimali della mafia. Un bel cappio al collo e questa feccia sparirebbe per sempre. Buffone o connivente (e perciò corrotto) lo Stato che crede di combattere la mafia  democraticamente, quando è la stessa “democrazia” il terreno di cultura della mafia. Basterebbe 1/3 di Hitler riveduto e corretto  (senza antisemitismo) per estirpare la mafia nel tempo di un mese. Mi viene il vomito a sentire i soliti discorsi inconcludenti contro la mafia, pensando che possa essere eliminata educando la società “civile”, a iniziare dalla  scuola, o cambiando il clima culturale con libri (come Gomorra) o film (come la Piovra) contro la mafia, che, invece, la rendono più forte, quando è la stessa società, volente o non volente, ad essere permeata dalla mafia. Il fascismo riuscì soltanto ad addormentare la mafia con il prefetto Mori, con un sostanziale accordo con essa.      

   Si dice spesso, di chi abbia commesso un efferato delitto, che egli ha avuto un comportamento “bestiale”. Niente di più errato. Quest'individuo sarebbe stato migliore se fosse stato “bestiale”. Il termine dispregiativo “bestia” (che dovrebbe essere sostituito dall'espressione “animale non umano”) nasce da una tradizione antropocentrica. In realtà le cosiddette bestie sono migliori dei subanimali umani perché esse non uccidono mai per crudeltà ma per la necessità  di sopravvivere nella catena alimentare preda-predatore, essendo normale che non si uccidano tra loro animali appartenenti alla stessa specie.     

   Dovrei aggiungere una sesta categoria, trasversale, in cui includere tutti coloro che, da ipocriti e da impostori, mangiano carne ma non avrebbero mai il coraggio di andare almeno una volta nella vita in un mattatoio per ricavarsi da sé la carne che mangiano. Essi non devono ritenersi migliori dei macellatori.

  Mi rimangono dei dubbi circa il collocamento di uomini come i buddisti e tutti coloro che vivono in monasteri dediti alla meditazione religiosa senza avere contatti con la realtà sociale, o perché economicamente indipendenti, come i monasteri cristiani, o perché viventi di aiuti esterni (soprattutto elemosine), come i monasteri buddisti. Vi è infatti da domandarsi se questo sia un ideale di vita. Nonostante tutte le simpatie che si possano avere per il Dalai Lama, mi domando che contributo i buddisti possano dare al miglioramento della vita materiale, dovuta unicamente alla ricerca scientifica. Lo stesso vale per i frati dei monasteri, nonostante debba confessare di avere avuto sempre una forte attrazione per gli edifici monastici, luoghi di silenzio lontani dal caos della vita “normale” ed un tempo in Europa unico rifugio del sapere. Luoghi di silenzio, quasi fuori di questo mondo che odio. Avrei desiderato  trascorrere una vacanza ospite di un monastero. Pur non partecipando alla vita monastica di preghiere. Avrei avuto piacere di discutere soprattutto con dei domenicani, nelle loro vesti bianche, ieratiche, per metterli a confronto con tutti i miei pensieri, di fronte alle loro stronzate. Non ne avrei certamente tratto alcuna consolazione. Ma mi sarei preso il gusto di metterli in crisi. Non “credo ut intelligam” (S.Agostino), ma intelligo ne credam. Non “credo per comprendere”, ma comprendo per non credere.                   

  Non posso che nutrire un profondo disprezzo per quasi tutta l’umanità. Quando mi accorgerò che sto per lasciare la vita mi consolerà almeno il pensiero di abbandonare un’umanità quasi tutta ributtante.

  Ho lasciato questo messaggio come mio testamento, con tutto il pessimismo necessario di chi vive sapendo di dover soffrire sino al mio ultimo giorno di una grande solitudine di fronte ad una umanità sorda, muta e cieca perché malata della malattia più grave e più diffusa sulla Terra: l’antropocentrismo.

  Vorrei che, per un improvviso forte aumento o decadimento dell'energia solare, la vita sparisse dalla Terra insieme con me. Così non continuerei a vivere nutrito di invidia per coloro che continueranno a vivere dopo di me. Tanto, prima o dopo, la vita sparirà sulla Terra, e non rimarrà alcuna traccia di essa. “La fine dell'umanità non sarebbe una tragedia, ma la fine di una tragedia”.[4] Che finisca oggi o dopo qualche milione di anni che differenza fa? Dal sistema solare non si potrà mai uscire. Siamo tutti in una gabbia. La stella più vicina è l'alfa del centauro, che non ha pianeti. Per raggiungerla occorrerebbero 4 anni e mezzo viaggiando alla velocità della luce. La stella  più vicina che ha un pianeta simile alla Terra dista 500 anni luce. Questo significa che eventuali esseri intelligenti che vivessero su tale pianeta avrebbero oggi notizie di noi vecchie di 500 anni. Ma nessun messaggio ci è provenuto da tale pianeta. Siamo soli su questa Terra. Isolati dal resto dell'universo. Morremo tutti senza mai avere certezze, nemmeno scientifiche. Aggrappatevi pure, o uomini, alle religioni. Sono state tutte inventate in epoche di ignoranza.   

   Ormai sono avviato verso la fine. La vita è come un oceano di infelicità, in cui ognuno cerca disperatamente di trovare un’isola di felicità, che poi viene sommersa dalle acque, e se uno possiede un’imbarcazione va alla ricerca di un’altra isola, e così via, sino a quando si trova ad essere nell’ultima isola che l’oceano della morte sommerge per sempre. Illusi ed incoscienti coloro che ritengono di essere contenti di essere nati. Vivono continuamente distraendosi con il lavoro, con il divertimento, non sapendo che stanno cercando di rimuovere dalla coscienza il pensiero del nulla nell’esperienza necessaria della morte. Parafrasando Kant:         

Il cielo stellato sopra di me, la legge del nulla dentro di me. Il nulla del mondo dopo di me



[1]  Theodosius Dobshansky, L'evoluzione della specie umana, Einaudi 1965, pp. 330-40.
[2]  E’ risaputo ormai che la carne favorisce il sorgere di diverse specie di tumori. Il noto oncologo Umberto Veronesi (vegetariano) ha dichiarato che essa favorisce in particolar modo i tumori al pancreas, all’intestino e al colon. Attualmente un milione e mezzo di italiani sta combattendo contro un tumore, aggravando le spese sanitarie per tutti.  Si sa che gli animali erbivori non sono soggetti a tumori. Ma pare che questi argomenti  non servano contro il potere del  palato e dell’economia. 
[3]  La descrizione impressionante di tale crudeltà è descritta da un documento dell'associazione dei veterinari di Torino.
[4]  Peter Wessel Zapffe, Sul tragico.

11 commenti:

Anonimo ha detto...

bravo hai scoperto che la tua filosofia di vita (agnostico/ateo) ti porta alla infelicità, alla morte, al desiderio di non vita e di fine.
Ora, negli anni che ti rimangono, chiediti che cosa invece ti porta alla vita, alla felicità.
Parti da un FATTO: la felicità e la vita ESISTE.
Ed esiste qui ed ora, non in altre vite o dimensioni.
Hai tempo fino a 1 secondo prima di schiattare, poi sarai fuori tempo massimo.


Anonimo ha detto...

professore,
che dirle ? ha ragione !
si faccia due risate :
http://nonciclopedia.wikia.com/wiki/Renzi
chiesero a Charlie Chaplin se mai qualcosa potesse salvare l'umanità.
rispose : il riso e il pianto.
saluti,
marco

Alessio ha detto...

Professore, inoltre io le confesso che trovo antipatici proprio quelli che apparentemente si danno tanto da fare: hanno un EGO grande quanto il mare! Essi si credono altruisti, ma in realtà io comprendo benissimo (dalle parole, dai discorsi, ecc.) che ubbidiscono ad un istinto narcisistico, all'impulso di dire a se stessi: "Guarda, sono proprio bravo, faccio le cose "giuste"....", è il bisogno di approvazione sociale a guidarli e spesso vogliono modellare gli altri in base ai loro "valori", in modo da avere potere sulle persone.
Io personalmente tendo a pensare a me stesso,raramente stimo gli altri e sono incline alla critica, ma questo atteggiamento non lo chiamerei in modo negativo "egoismo", ma solo sano amor proprio e, soprattutto, ho sempre rispettato la libertà degli altri fino a quando non ha leso la mia.......

Alma Delmar ha detto...

"They are called into existence by human artifice that they may drag out a short and miserable existence of slavery and disease, that their bodies may be mutilated, their social feelings outraged. It were much better that a sentient being should never have existed, than that it should have existed only to endure unmitigated misery."

Percy Shelley (on animals raised for slaughter)

Pietro Melis ha detto...

L'anonimo ha capito nulla di ciò che ho scritto. Non è all'altezza di capire. La felicità esiste solo per quelli che vivono nel quotidiano, e ammesso che siano felici nonostante il grande numero di infelici. Vivono una vita INAUTENTICA (Heidegger) perché non capiscono che il mondo si annulla con la morte. Se è contento di vivere per la morte vive da ebete. Non si pongono problemi circa le classiche domande: donde proveniamo. che ci stiamo a fare sulla Terra? Esiste un aldilà? E se esiste che me ne faccio di una eternità sia pure di beatitudine che sarebbe eterna noia? I felici dovrebbero essere i più infelici sapendo che perderanno tutto, mentre gli infelici perderanno la loro infelicità. Questo anonimo è da porre nella terza categoria, quella dei non pensanti.

Pietro Melis ha detto...

Apprezzo la frase del poeta Shelley. Morì in Italia a 30 anni per naufragio di una goletta. Fu un pantesista che cercava di consolarsi pensando che con la morte ci si riunisse all'Uno, immanente alla natura. Con ciò negava la sopravvivenza individuale (come nel buddismo). Ed ebbe coerentemente schifo di tutta l'umanità essendo lui vegetariano. Non poteva ammettere che gli animali venissero uccisi per diventare cadaveri mangiati dagli uomini. Per questo soffrì nella sua breve vita, trovando sollievo solo in episodi marginali della vita. Comprese le donne. Ma non fu coerente avendo fatto nascere sei figli da due donne.Di cui solo tre sopravvissero al padre.

Alma Delmar ha detto...

Professore, ha letto Better never to have been, di David Benatar? È il solo studio accademico sull'antinatalismo che io sappia, pubblicato dalla Oxford.
Del suo Io non volevo nascere ho saputo da poco. È ordinabile?

Pietro Melis ha detto...

NOn l'ho letto. Come trovarlo? Il mio libro può essere commissionato in qualsiasi libreria o tramite IBS o altri distributori on line. E' intitolato: IO NON VOLEVO NASCERE. Sottotitolo: UN MONDO SENZA CERTEZZE E SENZA GIUSTIZIA. FILOSOFI ODIERNI ALLA BERLINA. 457 pagine. Lo può richiedere direttamente anche all'editore BASTOGI di Foggia. Mi faccia sapere. Se vuole mi può lasciare il suo numero di telefono, che non pubblicherò.

Anonimo ha detto...

NATI PER MORIRE. Ecco perchè esistiamo. Si dona la morte quando nasce un figlio non la vita, perchè la morte è l'unica certezza che abbiamo dopo che facciamo la nostra comparsa. Abbiamo la certezza di procreare? di diventare ricchi? di esser sani? no. Tutto il regno animale è nato per morire, e muore semplicemente per diventare materia organica ed energia per un altro essere vivente. Esistiamo per morire e far parte del metabolismo di un altro essere, in un cerchio che non ha fine. Dal crudele umano, che uccide e mangia l'agnello allo stesso uomo che diventa cibo, in alcune parti del mondo di altri animali. Nonostante la sua prepotenza nella scalata della catena alimentare per godere di una posizione vantaggiosa, diventa cibo dopo la morte o substrato per batteri o vermi. Meglio vivere pensando al "mezzo" (lavoro, sesso, figli, hobby etc) piuttosto che allo "scopo" (mandare avanti la specie assecondando i nostri istinti), diversamente sarebbe stato meglio essere un altro animale per non aver coscienza di ciò che siamo. Ammiro chi non regala la morte e affronta il non senso della vita, e chi controlla i propri istinti e non si lascia travolgere dalle emozioni che servono spesso per annebbiare il nostro giudizio.

Pietro Melis ha detto...

Ottimo l'ultimo commento. Vorrei sapere di chi sia. Non merita l'anonimato.

Pietro Melis ha detto...

Ad Alma Delmar. Ho ricevuto il suo numero di telefono, e, come vede, non l'ho pubblicato. Ci sentiamo.