I partigiani furono autori di attentati terroristici. Non furono regolari combattenti rifiutando di essere inquadrati nell'esercito italiano. Si arrogano ancor oggi il merito di essere stati i liberatori dell'Italia dal nazifascismo. Questa è una grave menzogna storica. Giunsero a sparare vigliaccamente alle spalle dei nazisti in fuga dall'Italia.
Le pagine seguenti sono state tratte dal mio libro intitolato Io non volevo nascere. Un mondo senza certezze e senza giustizia. Filosofi odierni alla berlina.
Una storia metaculturale, non ideologica, dovrà
riconoscere un giorno la responsabilità di quei partigiani che, mosche
cocchiere della resistenza, fatta in
realtà dagli anglo-americani, provocarono le rappresaglie dei nazisti (previste
dai trattati internazionali a partire dalla Convenzione dell'Aja del 1907). Ai
sensi dell'art. 42 di tale Convenzione “la popolazione ha l'obbligo di
continuare nelle sue attività abituali astenendosi da qualsiasi attività nei
confronti delle truppe e delle operazioni militari. La potenza occupante può
pretendere che venga data esecuzione a queste disposizioni al fine di garantire
la sicurezza delle truppe occupanti e al fine di mantenere ordine e sicurezza.
Solo al fine di conseguire tale scopo la
potenza occupante ha la facoltà, come ultima ratio, di procedere alla cattura e
alla esecuzione degli ostaggi”. E l'art.1 della stessa Convenzione (come
ribadito dalla Convenzione di Ginevra del 1929)[1]
pone come condizione che i corpi di volontari affianchino gli eserciti
regolari, siano riconoscibili in base ad una divisa, rispondano ad un
responsabile e portino apertamente le armi. E lo stesso Tribunale di Norimberga
al caso 9 disse: “Le misure di rappresaglia in guerra sono atti che, anche se
illegali, nelle condizioni particolari in cui essi si verificano possono essere
giustificati. Ciò in quanto l'avversario colpevole si è comportato a sua volta
in maniera illegale e la rappresaglia stessa è stata intrapresa allo scopo di
impedire all'avversario di comportarsi illegalmente anche in futuro”.Lo stesso Tribunale
ritenne equa la proporzione di 10 ad 1. Certamente perché gli stessi alleati
tra il 1944 e il 1945 avevano anch'essi, quando pure non attuato, minacciato
rappresaglie da una proporzione minima
di 1 a 25 ad un massimo di 200 a 1. [2] E
nel processo che si svolse a Mestre nel febbraio del 1947 contro Kesserling (conclusosi con
sentenza di condanna a morte, commutata in ergastolo e seguita da concessione
di libertà dal 1952) la Corte accolse la tesi, formulata dalla stessa pubblica accusa, che la rappresaglia
era legittima, ma aggiunse che Kesserling doveva essere accusato del fatto che
per errore erano state uccise 335 persone invece di 330. E per quanto riguarda
le stragi che furono compiute tra l'agosto e il settembre del '44, culminanti
in quella di Marzabotto si riconobbe da parte dello stesso pubblico Ministero
che Kesserling si trovò ad affrontare “alcune persone irresponsabili con le
quali non poteva negoziare e ai cui capi non poteva dire: controllate i vostri
uomini”.[3]
Inoltre, i partigiani non potevano pretendere
di essere rappresentanti del popolo, rimasto pressoché passivo o indifferente
ad essi nell'Italia occupata dai nazisti (come dimostrerà il referendum che
vide prevalere di poco la repubblica sulla monarchia – pur responsabile del fascismo
- soltanto per il sospetto di brogli elettorali). Il cosiddetto Comitato di
Liberazione Nazionale, giuridicamente inesistente, in quanto costituito da
individui che si erano autoinvestiti di un potere politico, non fu mai
ufficialmente riconosciuto dalle forze belligeranti.
Una parte di essi, formata da comunisti,
rifiutò di consegnare agli americani Mussolini, contro la volontà degli
emissari del governo regio di Badoglio, e ordinò che Mussolini fosse fucilato
forse anche per timore che egli potesse rendere pubblico un carteggio con
Churchill, che, facendo il doppio gioco - con la promessa nascosta di Nizza,
della Savoia (a spese dell'alleata Francia) e della Dalmazia all'Italia - pare
avesse indotto Mussolini ad entrare in guerra perché, considerata ormai persa
la guerra – quando gli Stati Uniti non erano ancora intervenuti – moderasse le
pretese della Germania.
Quando verranno tolte le medaglie agli
assassini materiali che, causando anche vittime civili, il 23 marzo del 1944
provocarono, in una strada di Roma (via Rasella) la rappresaglia delle Fosse
ardeatine, perché vigliaccamente rifiutarono di costituirsi, allora finalmente
si inizierà a rendere giustizia alle vittime della rappresaglia, come a quelle
di altre.[4] I
mandanti dell'attacco proditorio, e perciò i maggiori responsabili della
rappresaglia, furono i componenti di una sedicente Giunta militare del
sedicente Comitato di Liberazione Nazionale (CNL). Di tale Giunta erano
responsabili Giorgio Amendola (uno dei futuri capi del P.C.I.), Riccardo Bauer
(Partito d'Azione) e Sandro Pertini (socialista), un fanatico che poi cercò di
scaricare su Amendola la responsabilità dicendo che non era stato informato
della decisione di porre in atto l'attentato terroristico e fu premiato con la
presidenza della Repubblica. E fu principalmente lui a volere ad ogni costo la
morte di Mussolini sovrapponendosi al governo monarchico. I vigliacchi
partigiani (per lo più comunisti) agivano sempre proditoriamente con imboscate
esponendo le popolazioni alle rappresaglie con il rifiuto di presentarsi. Nel
processo contro Kappler (Tribunale Militare di Roma, 20 luglio 1948) – che
riconobbe che l'attentato era da ritenersi illegittimo secondo il diritto
internazionale - il Bentivegna disse di avere ricevuto l'ordine di attaccare il
battaglione di altoatesini e che si sarebbe presentato se fosse stata richiesta
dai tedeschi la presentazione degli attentatori, che, invece, non vi sarebbe
stata perché sarebbe stato deciso dai tedeschi di attuare comunque la rappresaglia.
Ma la stessa accusa riconobbe che già due mesi prima erano stati affissi dei
manifesti preannunciando rappresaglie per gli attentati: Soltanto il 28 marzo
1974 (settimanale “Panorama”) si fece vivo un testimone (Domenico Anzaldi) per
dire che la sera stessa dell'attentato era stato affisso un manifesto sui muri
di Roma.[5]
Non basta. Questo principale manovale dell'attentato cambiò versione quando si
accodò a quanto Paolo Emilio Taviani, ex partigiano ed esponente dei passati
governi democristiani, dichiarò nel 1977 al quotidiano Il Giornale (del
10 luglio 1997 affacciando la tesi che “l'attentato di via Rasella fu un atto
di guerra compiuto dai partigiani, non per regolamento di conti al loro interno
(questa è un'altra versione, che vorrebbe che i partigiani comunisti volessero
sbarazzarsi di quelli non comunisti o anche di quelli comunisti non affiliati
al P.C,I. che si trovavano già in carcere, in modo da farli finire vittime
della prevedibile rappresaglia – n. d. r.),[6] ma
su richiesta dei comandi alleati. L'azione doveva alleggerire la pressione
delle forze tedesche che impedivano l'avanzata angloamericana verso Roma”.[7] La
tesi apparve a chi non fosse disonesto del tutto insostenibile. Non si era mai
affacciata prima d'allora una simile tesi. Se fosse stata vera la banda degli
attentatori, a incominciare dal Bentivegna, sarebbe stata la prima a dirlo.
Invece la banda tacque di fronte alla tesi di Taviani, smentendo così se
stessa, giacché lo stesso Bentivegna aveva detto che tutto era stato
programmato all'interno della “giunta militare” del CLN, anche se poi,
all'interno di questa asserita giunta, Amendola, come detto, si assunse
inverosimilmente la responsabilità per tutti, non sconfessando Bauer e Pertini,
che, per ridurre al minimo le responsabilità, disse che egli e Bauer erano
ignari della decisione presa da
Amendola.
Per salvare questa banda di assassini si
mosse subito il governo Badoglio (dimentico della sua connivenza con il
fascismo e delle stragi da lui operate in Etiopia) e provvide subito ad una
amnistia con decreto legge n.96 del 5 aprile 1944 e con quello del 12 aprile,
n. 194, riconoscendo retroattivamente questa banda come composta da legittimi
belligeranti. Era infatti già incalzato dai partiti antifascisti, che sarebbero
entrati organicamente nel II governo Badoglio il 22 aprile, con Togliatti
vicepresidente del Consiglio. Se gli attentati fossero stati azioni di guerra
non ci sarebbe stato bisogno di amnistia. Ciò in contrasto con l'ordine che lo
stesso Badoglio aveva diramato di evitare di fare attentati nelle città proprio
per evitare prevedibili rappresaglie.[8]
I parenti delle vittime delle Fosse Ardeatine si videro negato il risarcimento
dei danni nella causa promossa nel 1949, conclusasi negativamente in tre gradi
del giudizio con la sentenza della Cassazione del 9 maggio 1957 che riconosceva
che l'attentato era stato un'azione di guerra condotta da “legittimi
belligeranti”.
Ciò in contrasto con la citata sentenza del
Tribunale militare del 1948 (processo Kappler), a cui si aggiunse la sentenza
del Tribunale Supremo Militare del 26 aprile 1954, che stabiliva che, per
espresso disposto dell'art. 1 del Decreto legge 6 settembre 1946, n.93 i
partigiani non potevano essere considerati belligeranti. [9]
. Però la Corte Costituzionale, abrogando
l'art. 270 del codice penale militare, che vietava la presenza di parti civili
in un processo militare, permise che i familiari delle vittime e il Comune di
Roma alla fine degli anni '90 si costituissero parte civile nel processo
militare e civile contro Priebke, ritenuto uno dei responsabili dell'attuazione
della rappresaglia. Così si passò giudiziariamente dalla tragedia alla farsa.
Si immagini che cosa avrebbero potuto avere i familiari delle vittime delle
Fosse Ardeatine da Priebke, a parte l'età ormai avanzata. Lo Stato avrebbe
dovuto pagare il risarcimento dei danni ai parenti. Ma come avrebbe potuto
farlo se non riconoscendo di essere nato dalla complicità con coloro che furono
degli assassini? In alternativa i parenti delle vittime avrebbero dovuto
chiedere i danni allo Stato tedesco, che infatti pagò i danni ai parenti degli
ebrei morti nei lager. Ma per ragioni di amicizia con la nuova Germania lo
Stato italiano non fece nemmeno questo. Oppure agì ipocritamente non sentendosi
giudiziariamente forte nel sostenere di fronte alla Germania che l'attentato
fosse un'azione di guerra. E così preferì scaricare le colpe su chi non avrebbe
potuto pagare. Gli bastò aver trovato un capro espiatorio per salvare la
faccia.[10]
Basta ripercorrere le varie fasi del processo
contro Priebke per accorgersi della confusione ideologica in cui esso si
svolse. Assolto per prescrizione del reato dal Tribunale militare di Roma l'1
agosto 1996, la sentenza fu cambiata dal Tribunale in una condanna, prima a 15,
poi a 10 anni dopo che la prima sentenza fu annullata dalla Cassazione,
sensibile al tumulto suscitato nella stessa aula alla lettura della prima
sentenza e alla reazione del governo, a sua volta sensibile al tumulto
alimentato soprattutto dalle comunità ebraiche, senza le quali quasi certamente
la Cassazione non sarebbe intervenuta. Da notare che Kappler nel 1948 era stato
condannato all'ergastolo solo per il fatto di essere stato responsabile per
sbaglio di cinque vittime in più alle Fosse Ardeatine e di averne aggiunto
altre dieci dopo la morte in ospedale di un altro soldato rimasto ferito in via
Rasella, mentre Priebke fu riconosciuto colpevole della morte di tutte le 335
vittime. La Corte d'Appello nel marzo del 1998 condannò Priebke all'ergastolo,
con conferma della Cassazione nel mese di novembre (che celerità!). Ma poi, a
causa dell'età, fu concessa a Priebke la detenzione domiciliare. Il 12 giugno
gli fu concesso di uscire di casa per recarsi nello studio del suo avvocato. Ma
le comunità degli ebrei – che si credono ancora l'ombelico dell'umanità e che
credono di poter vivere di rendita per tutto l'avvenire a motivo dell'asserito
olocausto – ottennero dal magistrato dell'ufficio di sorveglianza, e poi dalla
Cassazione il 3 novembre 2007, che fosse
revocato tale permesso. .
Indro Montanelli – che si era visto
sequestrare su querela dei vigliacchi attentatori di via Rasella il volume “L'Italia della guerra civile” (scritto con
Mario Cervi) perché aveva ritenuto gli attentatori responsabili della
rappresaglia – per quieto vivere il 22 marzo 1998 (Corriere della sera)
si limitò a condividere il giudizio di Enzo Forcella secondo cui l'attentato
era privo di rilevanza militare, suggerendo ingiustamente che non si disseppellissero
i cadaveri e non si tenessero ancora aperti i conti con il processo contro
Priebke, che, invece fu condannato. E il 26 marzo aggiunse che non si poteva
tenere aperta un caso giudiziario dopo che 50 anni prima era passata in
giudicato una sentenza di assoluzione che aveva riconosciuto colpevole Kappler
e non i suoi subordinati, come Priebke. Concludeva scrivendo che non si poteva
continuare ad avvelenare il presente compromettendo il futuro. Ma in sede
storica il passato deve essere rivisitato, non per avvelenare il presente, ma
per illuminarlo alla luce della verità.
E la verità è scomoda per uno Stato nato dalla disonestà.
Il Gip Pacioni, affiancato dai familiari
delle vittime nel processo contro Priebke, quando respinse la richiesta di
archiviazione per le responsabilità dei partigiani, fu assalito da tutta la
sinistra, compreso l'attuale capo di
Stato Napolitano, che, insieme con tanti altri del suo partito, definì
“aberrante” la decisione del Gip, che fu sottoposto ad un linciaggio morale e
minacciato, per cui rinunciò all'incarico. Anche l'intellighenzia
giornalistica, ben rappresentata a sinistra dall'ex partigiano Giorgio Bocca (La
Repubblica, 28.6.97), si scatenò contro il Gip cercando di ridicolizzarlo.
L'ineffabile capo dello Stato di allora, Scalfaro, disse che non si poteva
portare la storia in Tribunale dopo 50 anni. Seguì a ruota Prodi con una frase
assai simile. E perché allora dopo 53 anni si portò in giudizio Priebke?
Per contrasto non si può non citare la
luminosa figura del carabiniere Salvo d'Acquisto, che a Palidoro (a pochi km da
Roma), dopo che una bomba - che si
trovava in una cassa di munizioni ispezionata da alcuni componenti del corpo di
S.S. che si era acquartierato in una caserma abbandonata della Guardia di
Finanza - scoppiò uccidendone uno e ferendone due, sacrificò la sua vita per
evitare la fucilazione, per rappresaglia, di 22 ostaggi presi tra la
popolazione civile. Si disse che la
bomba fosse scoppiata accidentalmente. Come mai fu trovata dai nazisti quella
cassa nonostante la caserma fosse stata abbandonata? I finanzieri l'avevano
dimenticata lì? La cosa appare inverosimile. I nazisti sapevano che d'Acquisto
era innocente, ma preferirono evitare la rappresaglia facendo finta che fosse
lui il colpevole, e solo lui. Né si possono dimenticare i carabinieri Vittorio
Marandola, Alberto La Rocca e Fulvio Sbarretti, che anch'essi, a Fiesole, si
sacrificarono per salvare dieci ostaggi innocenti. Questi furono veri patrioti,
non gli scellerati partigiani, soprattutto quelli comunisti, che avevano in
mente non tanto il progetto di combattere contro il nazismo, ma quello di
combattere per una rivoluzione comunista, strumentalizzando i partigiani non
comunisti.
Non voglio e non posso addentrarmi nei particolari
di altre stragi, che furono tali più che rappresaglie, come quella commessa ai
nazisti a Marzabotto. Infatti in questi casi furono uccisi indiscriminatamente
anche dei bambini, e senza alcun preavviso che permettesse un'alternativa alle
stragi. Si disse subito che i morti fossero stati 1800, ma oggi si sa che
furono 750. Ma il minore numero accertato non diminuisce la gravità della
strage. Nonostante ciò, anche in questo caso non si deve nascondere la verità
che fu all'origine della rabbiosa vendetta dei nazisti. La propaganda
ideologica ha voluto tacere di questa verità. Nel settembre del 1944 i nazisti
erano ormai in fuga ed avevano già abbandonato la difesa della linea gotica. Il
maresciallo Kesserling volle assicurarsi
almeno che la ritirata potesse compiersi indisturbata, senza ulteriori attacchi
proditori delle bande dei partigiani, che nella zona di Marzabotto e degli
altri paesi ad esso vicini avvenivano soprattutto per le frequenti incursioni
di una brigata di partigiani comunisti chiamata Stella Rossa. Perciò inviò una
delegazione per contrattare la pacifica ritirata del suo esercito. Ma la
delegazione non tornò mai perché i suoi componenti furono uccisi dai
partigiani. Questo fu un atto di pazzia, che contravveniva ad una delle più
antiche tradizioni in tempo di guerra, che voleva che fossero fatte salve le
vite dei componenti di un'ambasceria. La reazione nazista fu feroce, folle, ma
pari alla follia di coloro che l'avevano scatenata. La storia dei vincitori fa
apparire il male solo da una parte, ma la verità storica deve fare apparire il
male da ogni parte. La feroce reazione nazista seguì alla vigliacca e
maramaldesca azione delle bande dei partigiani che nella loro follia volevano
apprestarsi a presentarsi come liberatori. Né si può escludere che
effettivamente una buona parte della
popolazioni di quei luoghi, che nel dopo guerra rappresenteranno la
fortezza elettorale del comunismo, fosse
connivente con le bande dei partigiani e avesse dato ad essi rifugio.[12]
Al contrario di quanto avvenne nei confronti dei maggiori responsabili della
rappresaglia delle Fosse Ardeatine, abbandonati a stessi dal governo della
nuova Germania, nei confronti del maggiore responsabile della strage di
Marzabotto, Walter Reder, estradato e condannato all'ergastolo nel 1951, si
mosse il governo austriaco, a tal punto che nel 1985 ottenne perfino la grazia
dal governo italiano. Come è spiegabile ciò pur in presenza di un numero assai
maggiore di morti rispetto a quelli della rappresaglia di Roma? Penso che, nonostante
tutta l'ufficialità della retorica di Stato, si sia voluto ammettere
nascostamente la responsabilità delle azioni maramaldesche dei partigiani che
operavano in quella zona sparando su un esercito in fuga. L'attribuzione della
medaglia d'oro a Marzabotto (il 30 settembre 1945) tradisce scioccamente la
verità nel suo attribuire alla popolazione locale - certamente oltre i limiti della sua vera
azione di fiancheggiamento attivo dei partigiani – il merito – del tutto
inesistente - di avere contribuito alla ritirata dell'esercito tedesco e alla
liberazione dei paesi circostanti, quando, invece, la ritirata era stata già
decisa. Si racconti bene ciò nei libri di storia prima di continuare a
commemorare le vittime di tali stragi, facendole passare tutte per martiri.
« Incassata fra le scoscesi rupi e le verdi boscaglie della antica terra
etrusca, Marzabotto preferì ferro, fuoco e distruzioni piuttosto che cedere
all'oppressore. Per 14 mesi sopportò la dura prepotenza delle orde teutoniche
che non riuscirono a debellare la fierezza dei suoi figli arroccati sulle aspre
vette di Monte Venere e di Monte Sole sorretti dall'amore e dall'incitamento
dei vecchi, delle donne e dei fanciulli. Gli spietati massacri degli inermi
giovanetti, delle fiorenti spose e dei genitori cadenti non la domarono ed i
suoi 1830 morti riposano sui monti e nelle valli a perenne monito alle future
generazioni di quanto possa l'amore per la Patria.»
E' questa la lapide
commemorativa di una falsità storica che vuole nascondere le responsabilità di
quelli che provocarono la folle reazione nazista. La lapide vuole dare ad
intendere che tutte le popolazioni delle zone partecipassero attivamente alla
resistenza contro i nazisti, non accorgendosi che in tal modo le si rendeva, al
contrario, responsabili delle conseguenti stragi. Ci si dimentica di tutti quei
parrocchiani che si erano rifugiati in chiesa, dove morirono uccisi tre anziani
con il parroco Ubaldo Marchioni, mentre altri 195 (tra cui 50 bambini),
prelevati dalla chiesa, furono uccisi
nel cimitero. Furono uccisi anche altri quattro sacerdoti, che certamente erano
estranei ad azioni di resistenza attiva.
Prima di Marzabotto
vi furono altre stragi, su cui, considerando che esse furono attuate da un
esercito tedesco che si apprestava ad una ritirata, cade il ??fondato sospetto
che, come per Marzabotto, esse siano state la risposta ad azioni proditorie dei partigiani. Non si
spiega altrimenti il fatto che gli stessi tedeschi avessero deciso di impiegare
Sant'Anna di Stazzema come “zona bianca” per gli sfollati da altri paesi. Non
avrebbe avuto senso una simile protezione iniziale di quella località per
sottrarre la sua popolazione a teatri di guerriglia partigiana. Ma
evidentemente, come verrà riconosciuto, degli incoscienti irresponsabili
approfittarono della calma creatasi a Sant'Anna per creare dei collegamenti con
i partigiani causando la furibonda reazione tedesca. Ciò è stato taciuto da chi
ha voluto ricostruire storicamente i fatti riguardanti la strage di Sant'Anna
di Stazzema.[13]
“Ai primi di agosto
1944 Sant'Anna di Stazzema era stata qualificata dal comando tedesco 'zona
bianca', ossia una località adatta ad accogliere sfollati: per questo la
popolazione in quell’estate aveva superato le mille unità. Inoltre, sempre in
quei giorni, i partigiani avevano abbandonato la zona senza aver svolto
operazioni militari di particolare entità contro i tedeschi. Nonostante ciò,
all’alba del 12 agosto '44 tre reparti di SS salirono a Sant’Anna, mentre un
quarto chiudeva ogni via di fuga a valle, sopra il paese di Valdicastello. Alle
sette il paese era circondato. Quando le SS giunsero a Sant’Anna, accompagnati
da fascisti collaborazionisti che fecero da guide, gli uomini del paese si
rifugiarono nei boschi per non essere deportati, mentre donne vecchi e bambini,
sicuri che nulla sarebbe capitato loro, in quanto civili inermi, restarono
nelle loro case.
In poco più di tre
ore vennero massacrati 560 innocenti, in gran parte bambini, donne e anziani. I
nazisti li rastrellarono, li chiusero nelle stalle o nelle cucine delle case,
li uccisero con colpi di mitra e bombe a mano, compiendo atti di efferata
barbarie. La vittima più giovane, Anna Pardini, aveva solo 20 giorni. Fu
trovata, ancora viva ma gravemente ferita, da una sorella miracolosamente
superstite tra le braccia della madre ormai morta. Morì pochi giorni dopo
nell'ospedale di Valdicastello. Infine
il fuoco, a distruggere e cancellare tutto. Non si trattò di rappresaglia. Come
è emerso dalle indagini della Procura Militare della Spezia, si trattò di un
atto terroristico, di una azione premeditata e curata in ogni minimo dettaglio.
L'obiettivo era quello di distruggere il paese e sterminare la popolazione per
rompere ogni collegamento fra le popolazioni civili e le formazioni partigiane
presenti nella zona.
La ricostruzione degli avvenimenti,
l’attribuzione delle responsabilità e le motivazioni che hanno originato
l’eccidio sono state possibili grazie al processo svoltosi al Tribunale militare della Spezia e conclusosi nel 2005 con la condanna
all’ergastolo per dieci ex SS colpevoli del massacro; sentenza confermata in
Appello nel 2006 e ratificata in Cassazione nel 2007. Nella prima fase
processuale si è svolto, grazie al Pm Marco de Paolis, un imponente lavoro investigativo,
cui sono seguite le testimonianze in aula di superstiti, di periti storici e
persino di due SS appartenute al battaglione che massacrò centinaia di persone
a Sant’Anna. Fondamentale, nel 1994, anche la scoperta avvenuta a Roma, negli
scantinati di Palazzo Cesi, di un armadio chiuso e girato con le ante verso il
muro, ribattezzato poi “ Armadio della vergogna”, poiché nascondeva da oltre 40
anni documenti che sarebbero risultati fondamentali ai fini di una ricerca
della verità storica e giudiziaria sulle stragi nazifasciste in Italia nel
secondo dopoguerra. Il 19 agosto, varcate le Apuane, le SS si spingevano in
comune di Fivizzano (Massa Carrara) , seminando la morte fra le popolazioni
inermi dei villaggi di Valla, Bardine e Vinca, nella zona di San Terenzo. Nel
giro di cinque giorni uccidevano oltre 340 persone mitragliate, impiccate,
addirittura bruciate con i lanciafiamme. Nella prima metà di settembre, con il massacro di 33 civili a Pioppetti di
Montemagno, in comune di Camaiore (Lucca), i reparti delle SS portavano avanti
la loro opera nella provincia di Massa Carrara. Sul fiume Frigido venivano
fucilati 108 detenuti del campo di concentramento di Mezzano (Lucca), e per
finire a Bergiola e a Forno. i nazisti facevano circa 200 vittime. Avrebbero
continuato la strage con il massacro di Marzabotto.”[14]
Di tali stragi fu
considerato colpevole anche Kesserling, comandante delle forze armate tedesche
operanti in Italia. Egli aveva provveduto a rendere pubblico, con manifesti,
con volantinaggio aereo e con comunicato radio che sarebbero stati fucilati
coloro che avessero aiutato e protetto i partigiani. Infine si annunciava:
“ogni villaggio in cui sia provata la presenza di partigiani...o nel quale
siano avvenuti tentativi di sabotaggio a depositi di guerra sia raso al suolo.
Inoltre siano fucilati tutti gli abitanti maschi del villaggio di età superiore
ai 18 anni. Le donne e i bambini saranno internati in campi di lavoro”.Fu la
risposta a quanto il generale Alexander, comandante delle forze alleate in
Italia aveva proclamato rivolgendosi alle bande di partigiani.“Assalite comandi
e piccoli centri militari! Uccidete i germanici alle spalle, in modo da
sfuggire alla reazione per poterne uccidere degli altri”.
Si può dunque dire
che le stragi culminanti in quella di Marzabotto andò oltre i limiti che erano
stati imposti dallo stesso Kesserling, che infatti non poté essere riconosciuto
colpevole degli eccessi compiuti, che non risparmiarono donne e bambini. Ma lo
stesso Diritto Militare Britannico, prevedendo la rappresaglia quale “ritorsione per atti illegittimi di
guerra allo scopo di far osservare in futuro al nemico le riconosciute leggi di
guerra”, prevedeva anche “il ricorso alla rappresaglia contro una località o
una comunità per alcuni atti commessi dai suoi abitanti o membri che non
possano essere identificati”. E anche le regole di guerra degli Stati Uniti
prevedono che “villaggi o case possano essere bruciate per atti ostili commessi
da persone che non possono essere identificate, processate e punite”. Questo
principio, applicato nel Vietnam, portò a bruciare con bombe al napalm interi
villaggi.[15]
D'altra parte, fu forse un'azione di guerra il bombardamento della città di
Dresda,[16]
rasa al suolo tra il 13 e 15 febbraio 1945, quando esso non aveva più nemmeno
il significato di deterrente psicologico, considerando che ormai la guerra
volgeva verso la fine? Vi è anche da considerare che il bombardamento tedesco
della città di Coventry (11 agosto 1940) ebbe da prima obiettivi mirati, cioè
le industrie, al fine di distruggere l'aviazione inglese (e infatti fece solo
176 morti), mentre il secondo bombardamento (14 nov. 1940), con complessivi
1.236 morti, fu una rappresaglia dopo il bombardamento inglese di Monaco di
Baviera (8 nov. 1940), E che significato potevano avere i bombardamenti
americani anche sulla città di Roma e persino sulla Sardegna (in particolare su
Cagliari), dove non vi erano obiettivo militari? Come mai non esistono lapidi
per i nomi di tali vittime? Si dimentica anche che il bombardamento di Tokio
causò più di 83.000 morti e che ben maggiori furono le vittime dei
bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki, espressione massima della
violazione di ogni norma del diritto internazionale di guerra. Strana guerra di
liberazione quella attuata da "liberatori" americani che bombardavano
città senza alcun riguardo per la popolazione civile. Valga come esempio per
tutti il bombardamento di Roma (quartiere S.Lorenzo). Si può dire tutto dei
nazisti, ma essi ebbero rispetto per le città e risparmiarono sempre i palazzi.
Non vi è stato un monumento, un'opera d'arte, un museo, che sia stato
bombardato dai nazisti.
Non posso fare a
meno di raccontare la commuovente storia di Fido. Il padrone Carlo Soriani, che
abitava a Luco di Mugello, l'aveva trovato cucciolo e ferito. Ogni mattina Fido
alle 5,30 svegliava il padrone sapendo che a quell'ora doveva alzarsi per
prepararsi e prendere la corriere che l'avrebbe portato al lavoro, essendo
operaio in una fabbrica di Borgo San
Lorenzo. Alle 19 Fido era sempre puntuale alla fermata della corriera in attesa
del ritorno del padrone, che alcune volte non scendeva dalla corriera e si nascondeva
dietro un sedile per farsi cercare da Fido, che, dopo che tutti gli altri erano
scesi, saliva per andare a scovare il padrone. Ritornavano sempre insieme a
casa. Ma un brutto giorno, il 30 dicembre del 1943, uno dei tanti vigliacchi ed
inutili bombardamenti americani distrusse la fabbrica causando la morte del
Soriani. Per la prima volta quel maledetto giorno Fido attese inutilmente il
padrone. Ma un cane non può capire. Eppure Fido qualcosa si sarà pur domandato.
Perché il mio padrone non scende più dalla corriera? Egli non poteva pensare di
essere stato abbandonato perché continuava a vivere nella casa del padrone.
Dunque doveva essere vivo. Questo soltanto può avere pensato. Qualche causa di
forza maggiore, pensò certamente Fido, deve avere trattenuto altrove il mio
padrone. Prima o dopo tornerà. Perché gli animali non vivono coscientizzando la
morte. Sotto questo aspetto sono più fortunati degli uomini. Ma Fido aspettò
con tenacia il ritorno per 14 anni, andando alla fermata della corriera
cinquemila volte. Fido venne premiato in vita con medaglia d'oro il 9 novembre
1957 durante una cerimonia nel Comune di Borgo San Lorenzo. Sino a quando un
giorno, l' 8 giugno 1958, forse aspettando ancora il ritorno del padrone, fu
trovato senza vita in un podere vicino alla sua casa. Fu sepolto all'esterno
del cimitero di Luco, vicino alla tomba del padrone. Lo scultore Salvatore
Cipolla costruì per lui un monumento raffigurandolo in piedi con la testa
rivolta verso Borgo San Lorenzo. Della morte di Fido diede notizia il
quotidiano la Nazione, ma già alcuni settimanali (tra cui la Domenica del
Corriere con grande disegno di Fido in copertina) tra il 1957 e il 1958 avevano
narrato la storia di Fido. E questo libro è nato quando Billo, “il mio unico
grande affetto” mi accompagnava ancora in vita. E rimango certo che nemmeno un
essere umano è capace di nutrire un amore così grande, perché puro, essendo
disinteressato. Maledetti siano anche per questo i vigliacchi “liberatori”
americani con i loro indiscriminati e vigliacchi bombardamenti. Non si
ritengano per questo migliori dei nazisti.
Sarebbe troppo
lungo riferire di tutte le reciproche rappresaglie avvenute nella R.S.I.,
causate sempre da vili attentati dei partigiani. Basti qui riportarne alcune
come esempio di una follia che nella storia dei vincitori è riuscita a
trasformarsi in eroismo della lotta di “liberazione”. Il mattino del 31 marzo
1944 vengono arrestati nel Duomo di Torino dei componenti del CLN piemontese.
Alle ore 13 dello stesso giorno per ritorsione due gappisti, Sergio Bravin e
Giovanni Pace uccidono nell'androne di casa il direttore della Gazzetta del
Popolo, Alther Capelli. La rappresaglia tedesca porterà alla condanna a morte
di 8 membri del CLN piemontese. In
piazzale Loreto alle ore 9 dell'8 agosto 1944 esplode una bomba posta dai
partigiani sul sedile di un camioncino tedesco. Muoiono sei bambini, una donna
e due padri. Dei 13 feriti ne moriranno altri 6. Il comando tedesco, nonostante
l'opposizione di Mussolini e del cardinale Schuster, procede alla rappresaglia
nella proporzione di 1 a 1 prelevando 15 incarcerati accusati di avere
collegamenti con i partigiani. La rappresaglia dei partigiani seguì con la
fucilazione di 45 prigionieri, 15 tedeschi e 30 fascisti che erano stati
catturati sui treni dai partigiani dell'Ossola, dunque nemmeno in azione di
guerriglia. Il comandante partigiano Batista e 8 suoi compagni furono catturati
e fucilati il 29 settembre 1944, nonostante la Curia torinese avesse convinto
un comando “garibaldino” ad offrire 120 suoi prigionieri (tra cui alcuni
ufficiali tedeschi). Per rappresaglia tutti i 120 prigionieri furono uccisi.
Molte strade sono state dedicate ai 7 fratelli Cervi. Ma essi furono
indirettamente vittime dei comunisti, che non li nascosero, come fecero per i
loro compagni. Dopo il loro arresto fu comunicato dai tedeschi che non si
mettesse in pericolo la vita dei fratelli Cervi con attentati. Non vi fu alcuna
ritorsione dopo l'uccisione del seniore della Milizia fascista Giovanni
Fagioni. Allora il 27 dicembre un gruppo partigiano uccise il segretario
comunale di Bagnasco in Piano, Davide Onfiani. Questa volta la rappresaglia
colpì tutti i fratelli Cervi. Così i comunisti riuscirono a liberarsi di essi,
come risulta da una lettera all'Anpi di Reggio Emilia scritta nel 1980 da un
membro di un asserito Comitato Militare partigiano, Osvaldo Oppi, che disse che
precedentemente non aveva avuto il coraggio di eliminare egli stesso i fratelli
Cervi perché godevano di una “grande statura morale”. Ma i comunisti, al
culmine della disonestà, fecero dei fratelli Cervi un loro emblema.[17]
I partigiani, specialmente i fanatici comunisti,
provocarono solo disastri e i loro asseriti meriti non furono affatto
riconosciuti dalle potenze vincitrici, che non tennero affatto conto di essi quando
si trattò di considerare l'Italia come nazione sconfitta e responsabile della
guerra, al contrario della Francia, di cui fu riconosciuta la resistenza
partigiana. Si dice che i partigiani nel
dicembre 1944 fossero 100.000, ma di questi solo 10.000 combatterono realmente.
I dati ufficiali delle autorità italiane dicono che i morti per mano dei
partigiani furono soltanto 17.322. Ma si calcola che la cifra reale si aggiri
sui 100.000 morti, tra uomini, donne e bambini.[18]
Escludendo gli uccisi nella Venezia Giulia ad opera dei partigiani jugoslavi
(23.000) gli uccisi dal 25 aprile al 31 maggio 1945 furono 42.000.[19]
Torniamo all'attentato di via Rasella. I
parenti delle vittime delle Fosse Ardeatine chiesero il risarcimento danni. Ma
in tre gradi del giudizio (ultimo quello della Cassazione del 9 maggio 1957) si
videro respingere le loro richieste da una magistratura ideologizzata e
connivente con gli assassini con la sconcertante conclusione che quella di via
Rasella dovesse essere considerata un'azione di guerra. Assurdo. Come poteva
essere considerata un'azione di guerra un attentato terroristico in pieno
centro cittadino, che causò anche la morte di alcuni civili?[20]
Come poteva essere stata un'azione di guerra quella svoltasi in una strada dove
stavano giocando a pallone dei ragazzini, che, per confessione dello stesso
Balsamo, furono allontanati dalla strada calciando lontano il loro pallone?
Come potevano essere ritenuti combattenti dei gruppi che non erano militari in
divisa e che agivano disordinatamente senza che vi fosse un comando
giuridicamente giustificato? Si può dire che essi agissero come rivoluzionari,
ma con tutti i rischi che un'azione rivoluzionaria comporta. Compresa quella di
essere considerati dei fuorilegge, almeno sino quando essi, prendendo il
potere, non costituiscano a posteriori una nuova legalità. E così infatti è
successo.
Si trovò
subito la scappatoia “legale” per salvare i partigiani dall'accusa di essere
dei terroristi. Con una serie di decreti legislativi[21]
essi furono riconosciuti come combattenti. Una volta attribuita ad essi questa
assurda veste, ne conseguì anche che la rappresaglia attuata dai nazisti non
poteva più essere considerata tale, e pertanto i familiari delle vittime non
potevano avere diritto ad alcun risarcimento. Ma se i governi italiani fossero
stati coerenti avrebbero dovuto chiedere il risarcimento dei danni alla
Germania.
Eppure, lo stesso tribunale dei vincitori di
Norimberga aveva riconosciuto che “le misure di rappresaglia in guerra sono
atti che, anche se illegali, nelle condizioni particolari in cui si verificano,
possono essere giustificati in quanto l'avversario si è a sua volta comportato
in maniera illegale e la rappresaglia stessa è stata intrapresa allo scopo di
impedire all'avversario di comportarsi illegalmente anche in futuro”.La
proporzione ritenuta come equa fu quella di 10 a 1.
Quando si insegnerà finalmente nelle
scuole una storia non ideologizzata che non sia più quella scritta dai vincitori?
Non
posso addentrarmi nei fatti tragici di Cefalonia più di quanto occorra per
rilevare anche in questo caso l'uso strumentale che ne è stato fatto. Infatti
quanto colà accadde non può rientrare a rigor di termini nella storia della
guerra civile. Due tesi si oppongono fondamentalmente.[22]
Sebbene tutte e due ritengano che i morti della Divisione Acqui siano da
considerarsi vittime della ferocia nazista, tuttavia l'una attribuisce la
maggiore, se non unica, responsabilità, al generale Antonio Gandin a causa del
suo ambiguo comportamento tenuto con i tedeschi, a cui avrebbe detto che la sua
truppa si era rifiutata di consegnare le armi dopo la dichiarazione di
armistizio dell'8 settembre. Questa pare, infatti, fosse stata la condizione
posta dai tedeschi perché gli italiani avessero salva la vita, e in conformità
con l'ordine arrivato il 9 settembre da Atene da parte del gen. Vecchiarelli,
comandante della XI armata. Ma sembra che Gandin, che pare volesse salvare
capra e cavoli – cioè la volontà di non considerare i tedeschi come nemici e
allo stesso tempo, in cambio di ciò, la volontà di salvare l'onore della
Divisione evitando la consegna delle armi, ottemperando così all'ordine del
governo Badoglio - non avesse trasmesso tale ordine alla sua Divisione.[23]
Era una sorta di compromesso tra l'accusa di tradimento dovuto all'armistizio e
l'impossibile trasformazione della Divisione in esercito nemico considerando
che soltanto il 13 ottobre il fatiscente governo Badoglio di Brindisi
dichiarerà guerra alla Germania. Dal punto di vista giuridico la Divisione si
trovò in una condizione indefinibile. Non era più alleata dei tedeschi ma non
poteva essere ancora considerata nemica. Pertanto qualsiasi azione di guerra
fosse stata da essa promossa sarebbe andata incontro ad una mancanza di tutela
dovuta ai prigionieri di guerra. In tale condizione l'unica decisione
giusta che qualsiasi generale avrebbe
dovuto prendere sarebbe stata quella di consegnare le armi ai tedeschi come
dimostrazione della volontà di non più combattere, né con loro né contro di
loro. La prima delle due tesi, che addebita al gen. Gandin la massima
responsabilità, afferma che con quella dichiarazione Gandin avrebbe, se pur
involontariamente, tradito la sua truppa offrendo ai tedeschi l'opportunità di
considerare la Divisione Acqui formata da traditori che avevano intenzione di
combattere contro gli ex alleati. La seconda tesi sostiene che la massima, se
non l'unica, responsabilità fu quella del governo Badoglio che lasciò la
Divisione indifesa dopo l'armistizio, incitandola, con un comunicato radio del
13 settembre, a combattere i tedeschi pur in mancanza di una dichiarazione
ufficiale di guerra contro la Germania, avvenuta solo il 13 ottobre. Gandin
dunque non sarebbe stato un traditore ma una vittima del governo Badoglio nel
suo avere accettato alla fine l'ordine di resistere ai tedeschi. Mi pare che le
due responsabilità possano intrecciarsi, quella del governo fantoccio Badoglio,
prigioniero degli anglo-americani, e quella del gen. Gandin e degli ufficiali
subalterni su cui non seppe imporsi, se è vero che essi nei giorni tra il 9
settembre e il 22 settembre 1943, volenti o non volenti che fossero - i primi
avendo il sostegno di quella parte della Divisione che voleva combattere, i
secondi subendone la volontà (come lo stesso Gandin) - rivolsero contro i
tedeschi le armi. Ciò sarebbe avvalorato dal fatto, pare documentato, che i
tedeschi (di cui non facevano parte le SS ma solo soldati della Wehrmacht), si
limitarono a fucilare come traditori, dopo la resa, soltanto quelli che avevano
partecipato realmente ad una azione di guerra, non dichiarata, contro di essi.
In quei giorni i combattenti della Divisione Acqui combatterono come nemici pur
non potendo più essere considerati come legittimi combattenti dal punto di
vista giuridico. I morti furono vittime del governo Badoglio ma anche di se
stessi se rivolsero le armi contro i
tedeschi volendo forse fare la parte di eroi, anche se del tutto inutili. Si
dice che il gen. Gandin, prima di morire costretto a dare le spalle al plotone
di esecuzione, avendo buttato per terra la croce di ferro attribuitagli dai
tedeschi sul fronte russo, abbia gridato: “Viva l'Italia! Viva il re!”.
Poveretto. Che confusione aveva in testa. Era stato sempre un convinto fascista
e filonazista, e non aveva capito che proprio quel re (nano più per cervello
che per altezza) era la causa maggiore della sua morte.
Di fronte a tali considerazioni appare di
minore importanza la disputa sul numero dei morti in combattimento e di quelli
fucilati dopo la resa ai tedeschi. Ma la retorica politica, ad iniziare da
quella dei presidenti della Repubblica, almeno da Pertini in poi, non soltanto
continua ad esagerare il numero dei morti (come se quasi tutti gli 11.500
componenti della Divisione Acqui fossero morti), ma continua anche a
prescindere dalle vere responsabilità.
Non ho scritto queste righe con la
presunzione di saperne più di quanti a tale argomento hanno dedicato dei libri.
Ma dalle letture fatte posso dedurre che le tesi opposte mi sono apparse
parziali perché mancanti di logica. Sia di chi
abbia voluto far ricadere la maggiore responsabilità sul governo
Badoglio (al cui tardivo ordine del 13 settembre Gandin si sentì in obbligo di obbedire senza
considerare che ancor prima avrebbe dovuto obbedire il 9 settembre al suo
diretto superiore gen. Vecchiarelli, che gli aveva ordinato di consegnare le
armi ai tedeschi), sia di chi abbia voluto far ricadere la maggiore
responsabilità su Gandin senza tener conto
del fatto che egli si trovò nella condizione di non potersi opporre a
quella forte minoranza (esistente specialmente nell'artiglieria) che, facendosi
forte dell'ordine del governo Badoglio, mise in atto un'insubordinazione il 13
settembre sparando contro i tedeschi e dando a questi un motivo per reagire militarmente. Questa minoranza
risultò essere stata obbediente a dei sottufficiali sottrattisi agli ordini di
Gandin, e, ciononostante, la sua insubordinazione fu poi premiata, per
interessi politici, soprattutto dei comunisti, come prima manifestazione della Resistenza.
Il fanatismo ideologico portò i comunisti
cosiddetti partigiani a sentirsi prima comunisti che italiani nel combattere a
favore dell'esercito comunista jugoslavo per favorire l'occupazione dell'Istria
e nel cooperare al massacro dei partigiani non comunisti e degli italiani
istriani finiti nelle foibe. L'infamia storica ricada su di essi, a
incominciare da Togliatti - il Peggiore – che, facendo parte del primo governo
De Gasperi, impedì in sede internazionale la difesa del confine istriano,
favorendo in compenso, con totale spregiudicatezza, l'introduzione nella
Costituzione (art. 7) dei Patti Lateranensi, così da costituire uno Stato laico
dimezzato.
Ricordiamo quanto il Peggiore fece a danno
dell'Italia dopo essere tornato dalla sua vera patria, l'Unione Sovietica.
Questo doppiogiochista da una parte aderì al governo Badoglio su direttiva di
Stalin, in un momento storico in cui, sulla base degli accordi di Yalta,
l'Europa era stata già divisa in due, con l'esclusione dell'Italia dal blocco
sovietico, dall'altra nei giorni 12 e 13 settembre 1943 aveva convenuto con il
partito comunista croato che l'Istria (compresa Trieste) dovesse far parte
della Croazia, facendo presente che sarebbe stato utile per la causa comunista
che Tito occupasse anche la Venezia Giulia. A tal fine ritenne opportuno che il
movimento partigiano dell'Istria
passasse sotto il controllo del partito comunista croato in cambio del
riconoscimento dei comunisti italiani come rappresentanti della minoranza
italiana all'interno della Jugoslavia. Per questo osteggiò qualsiasi tentativo
di pacificazione con i fascisti voluta dalla maggioranza del CLN e promosse una
campagna di attentati terroristici, rifiutando che i comunisti affiancassero le
poche unità regolari rimaste dell'esercito regio e gli eserciti alleati. Delle
due divisioni italiane che operavano
nella Venezia Giulia (la Osoppo e la Garibaldi Natisone) la seconda (di
comunisti) decise di passare agli ordini del IX Korpus sloveno. Nel contesto di
queste direttive dei comunisti va posto la trappola in cui caddero alcuni
partigiani bianchi sul monte Canizza (al di qua del confine attuale della
Venezia Giulia), massacrati da quelli comunisti comandati da Mario Toffanin,
detto Giacca. Gli autori della carneficina, identificati nel numero di 37,
furono condannati dopo la guerra a 800 anni di carcere. Ma sopraggiunse poi
l'amnistia voluta dal ministro della giustizia Togliatti, non tanto per salvare
i fascisti, quanto per salvare i comunisti. Ma Giacca e il suo compagno Vanni,
che erano già fuggiti in Jugoslavia e poi in Cecoslovacchia, furono condannati
a 30 anni. Il secondo fu graziato nel 1959 e il primo, maggiore responsabile,
fu graziato nel 1978 da Pertini, mandante di plurimi assassini.[24]
Erede degno della antitalianità del comunismo
è oggi il capo dello Stato Giorgio Napolitano, che aveva 22 anni nel 1946 e
doveva sapere delle foibe istriane. Ma non se ne poteva parlare allora nemmeno
da parte di altri partiti, facenti parte dei primi governi di coalizione, né se
ne parlò successivamente per evitare di
tenere aperta una ferita cocente, non esasperando il conflitto con i comunisti
ed evitando di compromettere i rapporti di vicinato con la Jugoslavia di Tito,
scomparso il quale venne fuori la verità. In nome dell'unità nazionale dei
partiti non fu contrastata in sede internazionale, subito dopo la guerra, la
cessione dell'Istria alla Jugoslavia, già occupata dalle armate comuniste, e i
300.000 profughi istriani vennero accolti come stranieri in Italia, con
fastidio e sopportazione. Con lacrime da coccodrillo Napolitano si accorse dopo
molti decenni dell'esistenza delle foibe. Ma non si pentì mai di avere
plaudito, insieme con tutta la dirigenza del P.C.I., alla repressione della rivolta
ungherese che causò 20.000 morti.
La mattina stessa della sua elezione a capo
dello Stato gli inviai una racc. A. R. in Senato, scrivendogli: “Lei con soli
543 voti mi rappresenta un cazzo! Lei nel 1956, sentendosi più sovietico che
italiano, plaudiva con Togliatti ai carri armati sovietici a Budapest. Questo
è un marchio di infamia. Il passato non può essere cancellato. Ci si può
redimere nella coscienza, ma non – e per ragioni di opportunismo politico –
come figura pubblica. Si dovrà, comunque, fare la verifica dei voti nulli per
sapere se la Sua nomina sia legittima. Anche per questo, se Lei avesse avuto
dignità, non avrebbe dovuto accettare la nomina. Si consideri, al massimo,
presidente di metà degli italiani”.
Analizzo la sconcertante sentenza della
Cassazione (Sezione I penale, n.1560/99)
che è un vero pasticcio di contraddizioni, scaturenti dal tentativo scoperto di
salvare gli assassini, protetti dal clima politico-ideologico da cui nacque l'identificazione degli attentati
dei partigiani come azioni di guerra. La sentenza riprende nel 1999 in esame
l'attentato di via Rasella in conseguenza del fatto che i parenti, sia quelli
dei civili vittime dell'attentato di via Rasella, sia quelli delle vittime
della rappresaglia, avevano aperto un procedimento contro i tre principali e
citati manovali dell'attentato. Il P.M aveva presentato richiesta di
archiviazione, formulata sulla base della considerazione che l'attentato
ricadeva nell'amnistia disposta con D.P.R. del 5 aprile 1944 n. 96. Il G.I.P.
aveva accolto la richiesta ma soltanto dopo avere ordinato un supplemento di
indagini per cambiare le motivazioni dell'archiviazione. Non si trattava di
applicare l'amnistia ma di stabilire se l'attentato fosse da ritenere lecito in
quanto da considerarsi come azione di guerra (con la conseguente caduta
dell'accusa mossa contro gli attentatori). Il G.I.P. ritenne che
l'attentato non fosse un'azione di
guerra, ma, pur essendo esso condannabile, ritenne di dover archiviare il
procedimento perché esso non era più punibile in base la Decreto L.vo
luogotenenziale n.194 del 1945 che diceva che non erano punibili “gli atti di
sabotaggio, le requisizioni ed ogni altra operazione compiuta dai patrioti per
la necessità di lotta contro i tedeschi ed i fascisti nel periodo
dell'occupazione nemica”. Gli attentatori si salvarono grazie a provvedimenti
successivi agli attentati. Legge ad personas. A questo punto i tre
principali manovali dell'assassinio di via Rasella (i citati Rosario
Bentivegna, Carla Capponi e Pasquale Balsamo) - non contenti né della
motivazione della richiesta di archiviazione del P.M. (che faceva riferimento
all'amnistia) né di quella che accompagnava la decisione di archiviazione del
G.I.P., che riconosceva implicitamente che essi non fossero dei legittimi
combattenti - per paura di apparire veramente quali essi erano, degli
assassini, impugnarono l'ordinanza di archiviazione nel suo contenuto. La
sentenza della Cassazione, che ho esaminato interamente, appare un cumulo di
affermazioni del tutto illogiche, e perciò disoneste. Partendo dalla premessa
che l'archiviazione poteva essere prevista, non per sopravvenuta amnistia o
sopravvenuta legge (il citato decreto n.194 del 1945), non potendo questa avere
valore retroattivo in sede penale se il reato di strage fosse stato confermato
(secondo la tesi del G.I.P.), la Cassazione non aveva altra via di uscita per
salvare gli attentatori se non quella di considerare l'attentato come una
normale azione di guerra, pur sapendo che nell'attentato erano morti anche dei
civili, tra cui un bambino. Pertanto confermò l'archiviazione del G.I.P. ma ne
cambiò il contenuto considerando che già le Sezioni Unite Civili della
Cassazione (con sentenza 19 luglio 1957,
n. 3053) avevano ritenuto che le organizzazioni partigiane non fossero da
considerarsi clandestine e prive dei requisiti previsti dalla Convenzione
dell'Aja del 18.8.1907 e che pertanto tali organizzazioni fossero riconducibili
allo Stato italiano. Questa cervellotica conclusione partiva dalla premessa che
“il tema della liceità dell'attentato...non poteva essere risolto con
riferimento al decreto luogotenenziale n.194 del 1945, emanato successivamente
alla “rappresaglia” in questione...qualificata con effetto retroattivo 'azione
di guerra'...Ma ciò posto in evidenza non ne deriva affatto la non
riconducibilità allo Stato italiano, per quanto si riferisce al coinvolgimento
nell'attentato anche di vittime civili, dell'azione dei partigiani”. In sostanza, pur essendosi
ritenuta non applicabile con effetto retroattivo il decreto del 1945, tuttavia
gli attentatori non erano punibili perché il Governo legittimo (naturalmente
quello facente capo al fuggiasco governo regio di Brindisi) sin dal 31 ottobre
1943 “aveva incitato gli italiani a ribellarsi e a contrastare con ogni mezzo
l'occupazione tedesca”, e che ciò era stato già rilevato dalla citata sentenza
civile delle Sezioni Unite. A corredo di questa conclusione la sentenza del
1999 in esame faceva riferimento alla sentenza (25.10.1952, n.1711) del Tribunale
Supremo Militare che, riconoscendo
illegittimo l'esercizio della rappresaglia in quanto l'azione di via Rasella
doveva essere qualificata nella sua linearità come “atto di ostilità a danno
delle forze militari occupanti, commesso da persone che hanno la qualità di
legittimi belligeranti”, rovesciava la sentenza (27.7.1948, n.631) emessa
contro Kappler dal Tribunale Militare di Roma che, pur avendo riconosciuto
l'illegittimità della rappresaglia – ma solo per violazione del principio di
proporzionalità (ne erano stati uccisi 15 in più)[26] -
aveva negato la natura di legittimità azione di guerra dell'attentato.
Con ciò la Cassazione non si avvide, o fece
finta di non avvedersi, delle conseguenze aberranti. In primo luogo la
Cassazione si faceva complice dell'allora “governo” italiano nel riconoscere
come teatro di guerra una strada in cui vi furono delle vittime civili. In
secondo luogo si sarebbero dovute addebitare all'inconsistente governo regio
anche tutte le rappresaglie attuate dai partigiani, facendo finta che il
sedicente CLN prendesse ordini dal “governo” regio e che i vari gruppi di
partigiani non operassero anche separatamente tra loro con dei capi che si
erano autoinvestiti del titolo di comandanti delle rispettive bande. Dovrebbe
addebitarsi al “governo” italiano anche la vigliacca uccisione di Giovanni
Gentile, di uno che, pur non avendo mai rinnegato il suo passato di fascista,
si batté sino all'ultimo per una riconciliazione nazionale, osteggiata dai
partigiani comunisti. Gli assassini, appartenenti ai Gap toscani, tenendo dei
libri sottobraccio per essere creduti degli studenti, si avvicinarono all'auto
che era appena arrivata di fronte alla villa di Gentile, che ingenuamente aprì
il finestrino per parlare con essi. E fu ucciso con spietata freddezza. Anche
questa fu un'azione di guerra attuata da legittimi belligeranti? E l'uccisione
di Gentile è soltanto il più illustre esempio di ciò che molte bande partigiane
intendevano come “lotta di liberazione”. La conseguenza fu che anche con questa
sentenza politica fu negato il risarcimento dei danni ai parenti delle vittime
dei partigiani per non dover riconoscere che lo Stato repubblicano, erede di
quello regio, avrebbe dovuto farsi carico di tale risarcimento. Ma avrebbe
dovuto riconoscere di essere nato, non da una guerra di liberazione, ma da una
guerra persa.
La vergognosa sentenza della Cassazione ha
voluto ignorare una sentenza del Tribunale Supremo Militare del 26 aprile 1954,
che, mentre non riconosceva un potere sovrano al pur legittimo governo di
Badoglio, considerando che l'Italia del sud era di fatto sotto il controllo
degli alleati anglo-americani, da cui riceveva gli ordini, riconosceva che il
governo della R.S.I., nonostante il forte inserimento delle forze armate
tedesche, conservava la posizione giuridica di un governo di fatto con le sue
indipendenti istituzioni e con le sue leggi, su cui non aveva giuridicamente
alcun potere il governo del sud Italia. Conseguentemente lo stesso Tribunale
riconosceva la qualità di belligeranti regolari ai combattenti della R.S.I. e a
quelli regolari dipendenti dal governo del sud, mentre non riconosceva la
stessa qualità ai partigiani.
Dice la sentenza del Tribunale Supremo
Militare che i partigiani “non potevano essere trattati da belligeranti, ed
essendo certi che l'avversario - appunto per difetto di tale loro qualità - li
avrebbe spietatamente perseguiti. Infatti, i combattenti delle truppe regolari
italiane, se fatti prigionieri, non subivano le repressioni dei plotoni di esecuzione;
le subivano, invece, i partigiani che non potevano farsi usbergo della
qualifica suddetta...Al riguardo non vale argomentare che i partigiani
fiancheggiavano le truppe regolari italiane, e che facevano capo ai comandi
italiani e alleati, per poi dedurne che avevano dei capi responsabili; è
necessario, invece, per risolvere la questione, riferirsi esclusivamente alle
formazioni partigiane, considerate per se stesse, per quello che erano e per il
modo con cui si manifestarono, senza risalire ai comandanti superiori delle
Forze Armate, ben noti e riconosciuti sotto il loro vero nome".
La sentenza riconosce come legittimi
belligeranti non tutti i partigiani, ma solo quelli che avessero avuto
riconosciuta tale qualifica ai sensi del D.Lgs.C.P.S. 6 settembre 1946, n. 93
(Equiparazione, a tutti gli effetti, dei partigiani combattenti ai militari
volontari che hanno operato con le unità regolari delle Forze armate nella
guerra di liberazione).
Il 28 giugno 1997, pur non avendo ancora
fatto specifiche letture sull'attentato di via Rasella, mi lasciai guidare
dall'evidenza dei fatti, anche sulla base del ricordo del racconto fattomi da
mio padre, e inviai alla Procura presso il Tribunale penale di Roma una mia
denuncia per strage contro Rosario Bentivegna, Pasquale Balsamo e Carla
Capponi. In essa scrivevo: “Non si può nella fattispecie parlare di azione di
guerra, anche perché dalle notizie in mio possesso pare che la pattuglia di
soldati tedeschi fosse disarmata. Trattasi pertanto di azione proditoria che è
all'origine della rappresaglia tedesca prevista nel codice internazionale di
guerra. Rosario Bentivegna, Carla Capponi, Pasquale Balsamo, nonché i loro
complici, sono dunque i veri responsabili della morte di coloro che furono
uccisi alle fosse ardeatine, e la giustizia attende ancora che i veri
responsabili rispondano del loro atto criminale. P.S. La gravità dell'atto
criminale descritto è tanto maggiore in quanto i suoi responsabili non si
costituirono quando il comando tedesco chiese che si presentassero per evitare
la annunciata rappresaglia. A chi indegnamente si fregia di una medaglia d'oro[27]
dovendo avere sulla coscienza la vita di centinaia di innocenti contrappongo la
luminosa figura di Salvo D'Acquisto che si immolò innocente per evitare una rappresaglia.
Non può essere teatro di guerra una strada cittadina dove rimangono uccisi dei
civili e persino un bambino”. Mi fu risposto negativamente. Ma, non riuscendo a
trovare oggi tra le mie carte la risposta, non posso dire se essa sia stata di
archiviazione per prescrizione o per
insussistenza del reato. D'altronde, non sapevo ancora che vi fossero ancora
dei procedimenti in corso contro i soprannominati assassini.
Il quotidiano Il Giornale dovette
subire in 10 anni ben quattro condanne per diffamazione per avere contrastato
la versione dell'attentato di via Rasella come azione di guerra. L'ultima
quella da parte del Tribunale di Monza, sezione di Desio (17 marzo 2009), dopo
la terza condanna del 7 agosto 2007 da parte della Cassazione),[28] e
il quotidiano Il Tempo, su querela della figlia del Bentivegna, subì
anch'esso una condanna (il 22 luglio 2009) da parte della Cassazione per avere
definito “massacratori” i responsabili dell'attentato. Eppure nei primi due
gradi del giudizio il quotidiano romano era stato assolto, e nel settembre del
2006 un altro tribunale aveva stabilito il non luogo a procedere nei confronti
del segretario romano di Fiamma Tricolore Giuliano Castellino per avere
anch'egli definito “massacratore” il Bentivegna.
Questo netto
contrasto tra tribunali civili, tra tribunali penali e ???gli stessi tribunali
militari dimostra che giustizia non è stata mai fatta per il prevalere di
interessi politici. Sino a quando si continuerà a trattare la storia sul piano
di una asserita superiorità etica (della parte vincitrice), invece che su
quello strettamente giuridico, si continuerà a sostituire la retorica
ideologica della “lotta di liberazione” all'analisi storica dei fatti.
Mi sono voluto addentrare nella
considerazione di questi tragici fatti perché voglio lasciare della mia vita
una testimonianza, se non di verità, almeno di ricerca della verità, perché per
tutta una vita sono stato costretto a subire la retorica del 25 aprile, che non
può più essere considerata una festa se non da coloro che ancora vogliano
partigianamente trovare il male solo da una parte e giustificare la nascita di
una Repubblica che non nacque da una guerra di liberazione, ma da una guerra
persa, al di là del giudizio che di essa possa essere dato, se sia stato meglio
vincerla o perderla.
Si può dire che il nazismo sia stato la rovina del
fascismo perché trascinò l'Italia in guerra pur non essendo essa preparata. E
questo dimostra come il fascismo non avesse più altre aspirazioni di guerra nel
1939. A sua volta proprio l'impreparazione dell'Italia fu la rovina del nazismo
in guerra perché lo costrinse ad intervenire ogni volta per salvare gli
impreparati eserciti italiani che, mandati allo sbaraglio da Mussolini,
causarono l'intervento tedesco prima in Grecia (dove la Germania dovette
intervenire per salvare l'impantanato esercito italiano pur non avendo in
Grecia alcun interesse strategico di guerra) e poi in Africa, dove
scriteriatamente il governo fascista mosse guerra all'Inghilterra invadendo
l'Egitto pur non avendo colà alcun interesse, con la conseguenza di una
distrazione in Africa di un esercito di salvataggio tedesco, sottratto alle
operazioni di guerra in Europa e con la sconfitta evitabile di El Alamein.
Bisogna riconoscere che la Germania non si sottrasse mai ai doveri di alleanza
con l'Italia, pur ricavando da essa soltanto conseguenze negative. Se l'Italia
fosse rimasta neutrale la Germania dopo l'8 settembre non avrebbe avuto bisogno
di aprire un nuovo ed inutile fronte di guerra in Italia, e soltanto per
salvare il fascismo, pessimo alleato.
Due mali si allearono fra loro. Ma la cura
contro questi due mali fu la vittoria di un altro male, quello di un'altra
dittatura, dell'Unione Sovietica di Stalin. Mali che nascono da governi
sorretti da ideologie ispirantisi a certezze che generano opposti
fanatismi.