mercoledì 20 novembre 2013

LA RIVOLTA DI GAIA. E LA RESPONSABILITA' DEI SARDI

Ci si commuove per ciò che è accaduto in Sardegna dopo il ciclone Cleopatra. Ma non ci si commuove quando d'estate la Sardegna è devastata dagli incendi provocati soprattutto dai pastori che mettono fuoco nella sterpaglia e anche nei pochi boschi rimanenti per far crescere meglio e più in fretta l'erba per i pascoli. Non ci si commuove al pensiero che si è divisa la Sardegna (con appena un milione e 600 mila abitanti) in ben otto province per meglio parcellizzare politicamente il territorio in modo da permettere agli speculatori di assaltare più facilmente il territorio con costruzioni abusive anche nei luoghi che si trovano vicini agli argini dei fiumi o ai costoni che sono soggetti a frane. Dove erano i sindaci quando si incominciava a costruire abusivamente con la sicurezza che poi sarebbe intervenuto il solito condono edilizio perché nessun partito avrebbe poi avuto il coraggio di chiederne la demolizione per paura di perdere i voti? Dove era il sindaco di Olbia (in carica da sette anni) quando si costruiva abusivamente? Come mai non è mai intervenuto per interrompere sin dall'inizio la costruzione?
Inoltre debbo rilevare la totale imprudenza o imperizia di quelli che, pur essendo in atto il ciclone, lo sfidavano mettendosi in auto invece di starsene in casa rifugiandosi in un piano superiore. Era il caso di accompagnare fuori casa dei bambini? Dove dovevano portarli? A scuola? E in quelle condizioni? Sono i genitori colpevoli della loro fine. Perché una madre si trovava in auto (mercedes smart) con la sua bambina nel mezzo del ciclone dove la povera e innocente bambina è morta affogata dentro l'auto con la sciagurata madre? Dove stava andando in quel momento questa sciagurata? Si può piangere per la bambina ma non per lei. Dove stava andando quel padre con il figlio di tre anni quando in campagna fu investito con il figlio dalla marea delle acque? Vi è da rimanere sconcertati di fronte a comportamenti conseguenti ad imprudenza che confina con la pazzia. Ecco come i disonesti distorcono certe dichiarazioni.Lara Comi non ha detto che i sardi sono ignoranti. Ha detto che ignorano le norme basilari della sicurezza.
E ora passo alle cause che stanno provocando sulla Terra queste cosiddette calamità, dovute quasi totalmente alla pazzia umana. L'eccessivo calore dei mari dovuto all'aumento della temperatura della Terra causato dall'aumento dell'anidride carbonica provoca un contrasto con le temperature fredde (sotto zero) della stratosfera. Da questo contrasto nascono i cicloni. Lo si è spiegato anche alle TV. Ecco quanto avevo già scritto già nel 2006 in uno dei miei libri e ho ripetuto nel mio ultimo E giustizia infine fu fatta. 

Non si riesce a capire che il migliore rimedio contro la fame nel mondo consiste nel non far nascere altri poveri e ammalati in questa Terra antropizzata.

Il rimedio non può consistere nel migliorare il livello alimentare ponendo a disposizione una maggiore quantità di proteine ricavandole dalla carne.
D'altronde, la ferrea legge dell'economista Vilfredo Pareto dice che la ricchezza di uno Stato è proporzionale al reddito e inversamente proporzionale alla popolazione. Dunque una delle due: o si è costretti a produrre continuamente di più (con conseguente aumento dell'inquinamento) per inseguire l'aumento della popolazione, oppure bisogna far diminuire la popolazione senza che fosse necessario produrre ed inquinare di più per aumentare la ricchezza di un popolo.
Ecco perché Paesi come la Finlandia e la Svezia, avendo un rapporto ottimale tra estensione del territorio e popolazione, hanno uno sviluppo economico avanzato che permetteva un'assistenza sanitaria e sociale delle migliori. Ed è scientificamente dimostrato che la criminalità è proporzionale all'affollamento.
Nemmeno nella Conferenza dell'Onu (Copenaghen, 7-18 dicembre 2009) organizzata per contrastare le cause dei mutamenti climatici si è fatto riferimento alla causa principale dell'immissione nell'atmosfera, e perciò sulla terra, dei gas serra, tra cui, principalmente l'anidride carbonica, non avvertendo che la causa principale era data dagli allevamenti intensivi di morte, che con le flatulenze degli animali producono il 18% dei gas inquinanti (tra cui il metano, l'ammoniaca e l'anidride carbonica), superiore all'inquinamento causato da tutta la viabilità mondiale, pari al 14%. Mangiare una bistecca equivale a percorrere con una automobile di media cilindrata circa 50 km.1
“Quattro aziende producono oggi il 60% dei maiali in USA”. Dove ogni americano si ingroppa 127 chili di escrementi di maiali della Smithfield, che produce 31 milioni di suini anno. “Gli animali allevati in USA producono 130 volte i rifiuti organici di tutta la popolazione umana del Paese: 40 tonnellate al secondo”. Non esistono impianti di trattamento dei rifiuti organici per gli animali d'allevamento. Quindi tutti quegli escrementi dove vanno a finire? E da che cosa sono composti? “Ammoniaca, metano, acido solfidrico, monossido di carbonio, cianuro, fosforo, nitrati e metalli pesanti. In più i liquami nutrono più di cento micro patogeni che possono provocare malattie nell'uomo , tra cui salmonella, cryptosporidium, streptococchi e giardia. I bambini che crescono nel comprensorio di una porcilaia industriale hanno tassi di asma superiori del 50%”. I campi non sono in grado di assorbire tutto questo. “I liquami vengono pompati in grossissimi lagoni (con una estensione di più di un ettaro e profondi 9 metri) accanto alle porcilaie, e possono essere numerosi, un centinaio o più”.
“Il deflusso si insinua nei corsi d'acqua, e i gas velenosi come ammoniaca e acido solforico evaporano nell'aria. Quando quei pozzi neri grandi come campi di calcio sono sul punto di traboccare vengono irrorati i liquami sui campi. Talvolta li spruzzano dritti in aria, un geyser di escrementi che spande un aerosol di feci creando vortici gassosi capaci di provocare gravi danni neurologici. Studi hanno dimostrato che i lagoni emettono sostanze chimiche tossiche nell'aria e che possono provocare problemi infiammatori, immunitari, flogistici e neurochimici negli esseri umani”. I fatturati delle aziende però crescono e i costi di bonifica vengono posti a carico della comunità. La distruzione del paesaggio si sa è un crimine, uno dei più efferati, perché viene compromesso tutto il sistema di vita. Gli allevamenti intensivi sono un'assurdità e prima o poi dovranno cessare di esistere. Ogni stabilimento di salumi produce una filiera del benessere del consumatore. Un cretino che non ha consapevolezza, che non sa e non vuol saperne della sofferenza che vi è nel suo piatto. Siamo tutti responsabili di ciò che non facciamo. E' la violenza portata a sistema che trasforma in un affettato cibo morto....La carne etica non esiste. E' una falsità. E' solo un feroce sterminio industrializzato.”2
Per alcuni secoli l'umanità ha sfruttato il carbone come fonte maggiore di energia e nel XX secolo si era aggiunto il petrolio. Ma né il carbone né il petrolio erano stati causa dell'inquinamento atmosferico sino alla metà del XX secolo, al cui inizio la popolazione umana era di circa un miliardo e mezzo. Nell'arco di mezzo secolo è passata a circa sette miliardi. E' dunque l'antropizzazione della Terra la causa principale dei mutamenti climatici, giacché le piante, con la pazzesca deforestazione dell'Amazzonia, polmone verde della Terra - e sacrificata negli ultimi decenni a vantaggio degli allevamenti di morte delle industrie dell'hamburger degli USA - non riescono più ad assorbire l'eccesso di anidride carbonica in rispetto dei normali tempi biologici.
Sulla Terra vi sono almeno cinque miliardi in più di individui che non dovrebbero esistere. Ma di ciò nessuno parla nelle varie conferenze dell'ONU, che si preoccupa, tramite la FAO, del problema alimentare sapendo soltanto rincorrere scelleratamente l'aumento della popolazione.
Lovelock, il noto scienziato autore del libro Gaia (1979) aveva considerato la Terra come un organismo vivente capace di autoregolarsi per mantenere le condizioni di vita. Ma dopo 27 anni si era ricreduto scrivendo La rivolta di Gaia (2006). Egli, non essendo più ottimista come lo era stato, prevedeva la fine dell'uomo nell'arco di un secolo. Il quadro di allarme era di quelli destinati a far paura per le previsioni inquietanti. I rimedi erano possibili, ma pressoché inesistenti. Secondo Lovelock il riscaldamento della Terra avrebbe raggiunto il punto di non ritorno, e l'umanità avrebbe avuto di fronte a sé meno di un secolo. L'impatto dei condizionamenti climatici nel giro di 50 anni sarebbe stato tale da permettere la vita solo in una ristretta porzione di artico, condannando a morte certa miliardi di persone. La previsione arriva ad un approccio che osserva l'insieme dei fattori di pressione sull'atmosfera, in luogo dei semplici elementi indicativi dei cambiamenti climatici. Lo scioglimento dei poli avrebbe come effetto un innalzamento della temperatura degli oceani perché i ghiacci non rifletterebbero più i raggi solari.
Il progresso tecnologico, indirizzato unicamente verso un maggiore benessere materiale, funzionale alla ricerca spasmodica del profitto e del consumo, o teso ad un più alto livello di vita delle popolazioni povere prescindendo dalla necessità di una diminuzione della popolazione umana, è ormai la causa maggiore della rivolta di Gaia.
1 “Si calcola che per produrre un solo hamburger vengono prodotti 3 chili di anidride carbonica, senza contare che, come abbiamo modo di vedere nello studio Livestock and Climate Change, oltre la metà dei gas serra prodotto oggi dall'uomo sono emessi dagli allevamenti industriali di bestiame” (www.greenme.it).
2 Dal sito www.luigiboschi.it (voce “animali”).L'articolo del sito trae spunto dall'inaugurazione di un nuovo stabilimento (di morte) della Parmacotto su 72.000 mq, con annuncio di un nuovo lager di morte negli USA. Ho tralasciato la descrizione delle terribili crudeltà a cui sono sottoposti i maiali in questi lager. Sarebbe inutile per chi sia indifferente ad esse e sia interessato solo al proprio palato o sia preoccupato solo della propria salute. Le frasi tra virgolette sono tratte dal libro di Jonathan Safran Foer (di origine ebraica) Se niente importa. Perchè mangiamo gli animali?, Guanda 2010.

       

martedì 19 novembre 2013

TOTO' RIINA MINACCIA DI MORTE I MAGISTRATI. PENA DI MORTE UNICA SOLUZIONE PER ESTIRPARE LE MAFIE

Si sa che i capi mafia continuano sempre a comandare anche dal carcere. Essi hanno come unico scopo della vita l'orgasmo del potere. Non è tanto il danaro in sé che li porta ad essere dei criminali. Il danaro è la conseguenza, non la causa della loro natura criminale. Infatti che cosa si godono della vita questi criminali se, pur manovrando una grande massa di danaro, non possono godere tranquillamente della loro ricchezza e sono costretti a vivere nell'oscurità con il timore di essere arrestati o di rimanere vittime di bande rivali? Oltre che essere criminali sono anche stronzi. Essi non sanno vivere se non si sentono forti nel comandare. Diceva Benedetto Croce che tra lo Stato ed una organizzazione a delinquere non vi è differenza perché, se la seconda ha un potere maggiore, si sostituisce allo Stato. Lo Stato cosiddetto democratico è il migliore terreno di cultura delle organizzazioni criminali. Esse si infiltrano infatti in tutte le istituzioni dello Stato facendo di quest'ultimo il braccio esecutivo dei loro progetti criminali. Ed uno Stato che si faccia garantista del rispetto della vita dei capi delle organizzazioni a delinquere è destinato a soccombere. Questi criminali conservano anche in carcere il loro potere perché possono ricattare con minacce di morte magistrati, direttori delle carceri e guardie carcerarie, nonché le rispettive famiglie. Solo da morti non possono più comandare. Chi si oppone alla pena di morte per questi criminali si oppone all'eliminazione delle varie mafie. Si oppone anche, per esempio, alla eliminazione di quei criminali che hanno progettato e comandato l'attentato terroristico in cui sono morti Falcone e Borsellino, quello della strage di via dei Georgofili (Firenze) e i successivi attentati terroristici a Roma.  

Ecco quanto avevo scritto nel 2006 nel mio testo Scontro tra culture e metacultura scientifica: l'Occidente e il diritto naturale.  

Sul diritto naturale si fonda la giustificazione della pena di morte. La condanna della pena di morte discende dalla solita confusione tra morale e diritto, che porta lo Stato a sostituirsi alla vittima innocente che non avrebbe voluto moralmente perdonare, con la conseguenza contraddittoria che l’assassino avrebbe un diritto naturale alla vita maggiore rispetto a quello della vittima. Coloro che, “allignando nella palude dell’emotivo”,1 gonfi di sentimento, ma privi di ragione, attribuiscono ipocritamente alla pena una funzione rieducativa (come si desume dall’art. 27 della Costituzione italiana), e non afflittiva, ritengono barbari i sostenitori della pena di morte. 
Tra questi barbari dovrebbero essere inclusi allora anche il fondatore del cristianesimo, S. Paolo (che nell’Episola ai Romani riconobbe al governo, anche pagano, l’jus gladii, cioè il diritto di spada), nonché il maggiore Padre della Chiesa, S. Agostino, il maggiore dottore di essa, S. Tomaso, il padre del liberalismo moderno, Locke, il maggiore filosofo dell’Illuminismo, Kant, sino a giungere a Pio XII, che, proposto per la beatificazione da Giovanni Paolo II, difese una concezione vendicativa della pena e giustificò la pena di morte vedendo nel disprezzo dell’ordine pubblico un’opposizione a Dio (Acta Apostolicae Sedis 47, 1955). Pio XII. l’ultimo grande papa. Dopo di lui il caos nella Chiesa cattolica. Giovanni Paolo II, facendo visita ad un carcere, invitò i carcerati a sopportare la loro croce, come se i delinquenti di ogni specie potessero essere considerati vittime e non carnefici. Il buonismo che uccide la giustizia.
Platone nel Protagora afferma che è comando divino l’uccidere gli individui incapaci di giustizia, in quanto sono una piaga sociale. E nelle Leggi (L. IX) è prevista la pena di morte per gli omicidi volontari e l’esilio per due o tre anni per quelli involontari, essendo ritenuti tali quelli causati da uno stato d’ira motivato, che, tuttavia, non non vale come attenuante nel caso di patricidio o matricidio. Aristotele (Etica nicomachea, V, 5), pur sfiorando soltanto l’argomento, scrive che “alcuni ritengono che la legge del taglione sia assolutamente il giusto; e così affermarno i Pitagorici: essi infatti definirono in senso assoluto il giusto come il rendere agli altri il contraccambio. Ma la legge del taglione non si accorda con la giustizia distributiva né con quella regolatrice”, cioè compensativa del danno subito. Infatti subito dopo Aristotele spiega che è più grave colpire un magistrato perché in tal caso chi lo colpisce dovrà non soltanto essere colpito, ma anche punito. Dunque Aristotele, benché non accenni espressamente alla pena di morte, chiarisce che la legge del taglione è la base della giustizia. Rimane sottinteso che l’assassino merita la morte che egli ha inflitto ad altri.
Seneca, autore delle Lettere a Lucilio, che possono essere considerate il capolavoro della filosofia morale di ogni tempo, scrive nel De clementia che la legge nel punire i delitti può applicare anche la pena di morte, “estirpando i malfattori dal corpo sociale per assicurare la tranquilla convivenza degli altri”.
Il diritto romano consolidò la teoria che la giustizia dovesse ritenersi pubblica vendetta nei confronti di chi attentasse al bene comune, identificato con l’utilità sociale. Nell’età moderna il diritto romano fu elaborato da filosofi e giuristi secondo l’indirizzo del diritto naturale, per trovare in esso la giustificazione della libertà di pensiero, ma anche quella della pena di morte in difesa dell’ordine pubblico2
Nelle Lettere3Agostino evidenzia come il perdono possa avere conseguenze negative su chi, invece di correggere la propria condotta, incrudelisca nella sua arroganza, oppure, correttosi nella sua condotta, induca tuttavia altri ad approfittare sperando in eguale impunità. Riprendendo il pensiero di S. Paolo, Agostino scrive: “Se fai il male, abbi paura, poiché l’autorità non senza ragione porta la spada; essa infatti è strumento per infliggere punizione ai malfattori in nome di Dio”. Inoltre S. Agostino scrisse nel De libero arbitrio che “se l’omicidio consiste nel distruggere o uccidere un uomo, talvolta si può uccidere senza commettere peccato; questo vale per il soldato col nemico, per il giudice o il ministro con coloro che fanno del male”.
In Agostino prevale la teoria della prevenzione come giustificazione della pena di morte. Una funzione prevalentemente retributiva, oltre che emendativa e di prevenzione, ha, invece, la pena di morte per S. Tomaso, che nella Summa theologica (II, II, q. 68, a.1) giustifica la pena come vendetta che si esercita sui malvagi in quanto questi usurpano i diritti di Dio e nella Summa contra Gentiles (III, cap. 146), dopo aver scritto che la vita del delinquente deve essere sacrificata, allo stesso modo in cui “il medico taglia a buon diritto e utilmente la parte malata", aggiunge che “uccidere un uomo che pecca può essere un bene come uccidere un’animale nocivo. Infatti un uomo cattivo è peggiore e più nocivo di un animale nocivo”. Vi è dunque da domandarsi quale credibilità possa avere oggi la Chiesa, che, rinnegando circa 2000 anni di dottrina, da S. Paolo ad oggi, ha abolito nel 1999 dal Catechismo la pena di morte. La condanna della pena di morte vuole essere espressione di superiorità morale (dettata dal sentimento), ma è di fatto espressione di inferiorità giuridica, causata dalla corruzione del diritto da parte della morale.
Montaigne nei Saggi (1580) scrive, giustificando la pena di morte, che “non si corregge colui che è impiccato; si correggono gli altri per mezzo suo”. Tale giustificazione prescindeva da una concezione retributiva, e perciò da diritto naturale, perché Montaigne, esprimendo un relativismo culturale, faceva discendere le leggi dal costume di un popolo, scrivendo che “le leggi della coscienza, che noi diciamo nascere dalla natura, nascono invece dal costume…Per cui accade che quello che è fuori dai cardini del costume lo si giudica fuori dei cardini della ragione”.4 Non si capisce pertanto come egli potesse pretendere di impiegare la ragione per giudicare i costumi. 
Montesquieu ne Lo spirito delle leggi (1749), dove si dà la prima chiara formulazione della divisione dei poteri, scrive che “la pena di morte è provocata dalla natura delle cose…Essa è come il rimedio della società malata”.
Rousseau nel Contratto sociale (1762) considera la pena di morte entro una concezione retributiva sul presupposto che il cittadino è obbligato ad obbedire alla volontà generale (della maggioranza) quale condizione della conservazione del patto sociale, che implica la conservazione della vita dei contraenti. Ma chi vuole conservare la vita con il contributo degli altri deve essere anche disposto a morire dal momento in cui cessa di essere membro della società perché ne è divenuto nemico con il suo delitto. La conservazione della società in tal caso è incompatibile con quella del criminale.
Scrive Rousseau nel Contratto sociale che “è appunto per non essere vittime di un assassino che noi consentiamo a morire se diventiamo tali…Ogni malfattore diviene a causa dei suoi delitti nemico della patria; cessa di esserne membro; a questo punto la conservazione dello Stato è incompatibile con la sua; bisogna che uno dei due perisca”.
Ha scritto Kant: “Se poi egli ha ucciso, deve morire. Qui non esiste alcun altro surrogato che possa soddisfare la giustizia. Non c’è alcuna omogeneità tra una vita per quanto penosa e la morte; e di conseguenza non esiste altra eguaglianza tra il delitto e la punizione, fuorché nella morte giuridicamente inflitta al criminale” (Metafisica dei costumi, parte II, sez. I, nota). 5
E Schopenhauer, utilizzando contro Kant la seconda forma dell’imperativo categorico dello stesso Kant (“agisci in modo da trattare sempre l’umanità, tanto nella tua persona quanto nella persona di tutti gli altri, anche come fine, mai soltanto come mezzo”, osservava, rincarando la dose, che essa era infondata alla luce della giustificazione della pena di morte: “A quella formula ci sarebbe da obiettare che il delinquente condannato a morte è trattato, e giustamente, soltanto come mezzo e non come fine, come mezzo indispensabile per confermare alla legge, se attuato, la forza deterrente, nella quale appunto consiste il suo fine”.6 In sostanza, per Schopenhauer l’assassino non fa parte dell’umanità, e dunque la sua vita cessa di essere un fine per diventare solo un mezzo della forza deterrente della legge. Ma, in effetti, Kant era alieno da qualsiasi concezione utilitaristica della pena, come quella di Schopenhauer, che vedeva nella pena un mero mezzo per ottenere un bene per la società. Per Kant è lo stesso delitto che richiede una proporzionata pena come imperativo categorico non potendo il condannato a morte essere utilizzato come esempio che serva da deterrente. Si può dire che per Kant la pena di morte si giustifica sulla base della considerazione che l’uomo, anche quando è un criminale, non può mai essere considerato un mezzo, per cui lo stesso criminale dovrebbe richiedere per sé la pena di morte per riscattarsi come uomo.
Verso la fine del ‘700 Giovanni Domenico Romagnosi (1761-1835) in Genesi del diritto penale (1791), considerando che il diritto penale trova la sua giustificazione nella difesa della società e nella salvaguardia dei cittadini, ritenne che la pena giusta fosse quella che meglio garantisse la conservazione dei cittadini. Pertanto qualsiasi pena era giustificata. E in Memoria sulle pene capitali (1830) scrisse che “non si tratta più di vedere se esista il diritto di punire sino alla morte: ma bensì se esiste il bisogno di esercitare questodiritto…Chi commette un delitto commette un’azione senza diritto…Dunque il male irrogato per difesa necessaria al facinoroso è un fatto di diritto. Dunque se questo male dovess’essere spinto fino alla morte del facinoroso, questa morte sarebbe data con diritto…Voler poi negare indefinitivamente questo bisogno sarebbe lo stesso come dire in chirurgia non potersi dar il caso di dover fare l’amputazione di un membro”. Romagnosi riteneva che la galera, pur senza lavoro, fosse per molti non un castigo ma un premio.
Hegel vide nel delitto il prevalere della volontà del singolo sulla volontà universale, per cui la pena consiste nel rovesciare la volontà del reo restaurando la volontà universale, che non significa recuperare il delinquente.7
In Lineamenti di filosofia del diritto (1821) Hegel espose, come Kant, una concezione retributiva della pena, che ha la funzione di restaurare l’ordinamento violato. Criticando anch’egli, come Kant, Beccaria, ricononobbe allo Stato il diritto di applicare la pena di morte, giacché “l’annientamento del diritto è taglione, senza per questo essere vendetta”.8
L’abolizionista si trova in compagnia di Robespierre, che, prima di cambiare idea pochi anni dopo, scriveva nei Discorsi sulla pena di morte, avvalendosi dell’argomento del possibile errore giudiziario, che la pena di morte era un eccesso di severità, e precisava: “un vincitore che tagli la gola ai suoi prigionieri è definito un barbaro”. Egli si poneva contro il Codice penale approvato dall’Assemblea costituente nel 1791, che riconfermava la pena di morte prevista dalle leggi dell’ancien regime. L’abolizionista si trova in compagnia anche dell’anarchico Max Stirner, che nell’opera L’unico e la sua proprietà 9 concepiva il diritto come come legato all’arbitrio del singolo, sì da poter scrivere: “Se tu riconduci il diritto alla sua origine, in te, esso diventerà il tuo diritto, e sarà giusto ciò che per te è giusto”. La conseguenza è che per Stirner il crimine esiste soltanto perché esiste il dominio della legge che si ammanta di sacralità, e non viceversa, e la punizione si giustifica soltanto perché lo Stato si arroga il diritto di esercitare una vendetta chiamata punizione. Si può vedere come il ragionamento degli abolizionisti nasconda le stesse premesse di una concezione anarchica dello Stato, il cui diritto di punire si fonderebbe unicamente su una pretesa sacralità della legge. Stirner non si avvide che, partendo dalla sua concezione anarchica dell’individuo, a difesa dell’unicità della vita, intesa come espressione di solo egoismo, avrebbe dovuto ritenere normale l’omicidio, e innaturale l’intervento della legge a difesa della vita dello stesso egoista. L’assolutizzazione dell’individuo porta a giustificare, contraddittoriamente, il suo annullamento sulla base di una concezione della legge intesa come espressione della forza, e non come difesa del diritto naturale all’autoconservazione.
Il famoso Dei delitti e delle pene (1764) di Beccaria nell’escludere la pena di morte esprime una concezione contrattualistica e utilitaristica della legge,10 e pertanto non può che escludere una concezione retributiva della pena. Secondo Beccaria dal contratto sociale non deriva il diritto dello Stato di applicare la pena di morte perché gli uomini non possono avere contrattato ciò, dando agli altri il potere di ucciderli. Ma si noti come l’affermazione di Beccaria sia, oltre che illogica, soltanto una petizione di principio. Infatti gli uomini che avessero escluso la pena di morte sin dalla fase del contratto sociale per timore di essere uccisi avrebbero ammesso di aderire contraddittoriamente (perché in malafede) al contratto, avendo già d’allora intenzione di uccidere, mentre il contratto nasceva perché nessuno potesse più rimanere vittima degli altri. Chi non avesse avuto intenzione di uccidere non avrebbe avuto paura di richiedere allo Stato la pena di morte, per maggiore tutela della propria vita, ma, al contrario, l’avrebbe impedita chi avesse avuto in animo di uccidere, pur aderendo al contratto. Perciò l’esempio di Beccaria giustifica solo la malafede.
Per Beccaria la pena ha la funzione di distogliere gli altri dal commettere eguale reato, mentre gli è estranea una concezione emendativa della pena, che serva al reo per redimersi. Ma si tratta di una giustificazione logicamente insostenibile, giacché 1) o tutti si dovrebbero sentire distolti; 2) o la pena non serve a tutti quelli che non si siano sentiti distolti, mentre per tutti gli altri sarebbe inutile.
La pena serve soltanto a quelli che non si sentano distolti. Ma questa è una tautologia che non spiega alcunché.
Le argomentazioni di Beccaria contro la pena di morte sono dunque risibili. Egli scrive: “Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risultano la sovranità e le leggi…Non è dunque la pena di morte un diritto…ma è una guerra della nazione con un cittadino, che giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere”. Quale enorme confusione di idee! Da una parte un assassino viene considerato moralisticamente simile alla vittima innocente, dall’altra si presenta come negativo ciò che è positivo, che lo Stato, come in una guerra, ritenga necessario o utile usare le armi da guerra contro il nemico. L’argomentazione di Beccaria si rivolge contro di lui. Ma lungi da qualsiasi considerazione filosofico-umanitaria l’illuminista Beccaria è indotto a chiedere per il carcere perpetuo “una schiavitù perpetua! “fra ceppi o le catene”, in cui “il disperato non finisce i suoi mali”, come, invece, con la pena di morte. Beccaria condanna lo Stato che compra le delazioni e impone taglie: “Chi ha la forza di difendersi non cerca di comprarla. Di più, un tal editto sconvolge tutte le idee di morale e di virtù, che ad ogni minimo vento svaniscono nell’animo umano. Ora le leggi invitano al tradimento, ed ora lo puniscono…Invece di prevenire un delitto, ne fa nascere cento. Questi sono gli espedienti delle nazioni deboli, le leggi delle quali non sono che istantanee riparazioni di un edificio rovinoso che crolla da ogni parte”.11 D’altra parte, Beccaria (Dei delitti e delle pene, cap. XXVII) continuò a giustificare la pena di morte se “la morte di qualche cittadino diviene necessaria quando la nazione ricupera o perde la sua libertà, o nel tempo dell’anarchia, quando i disordini tengon luogo di leggi”.
Bisognerebbe dunque concludere che Beccaria non sarebbe oggi contrario alla pena di morte almeno per i delitti di mafia, in cui “i disordini tengon luogo di leggi”, o contro i trafficanti di droga, cioè di morte, siano collegati o non con la mafia. La mafia non può essere combattuta democraticamente, ma sospendendo nelle regioni mafiose ogni forma di rappresentanza politica, esposta localmente ai ricatti mafiosi, e ogni forma di garanzia costituzionale nei confroni delle famiglie mafiose, a cui soggiace anche tutto l’apparato giudiziario, dalle guardie carcerarie ai direttori delle carceri sino ai magistrati che dovrebbero giudicare i criminali mafiosi, i quali smetterebbero di comandare e ricattare anche dal carcere soltanto se venissero giustiziati con la pena di morte. Soltanto da morti non potrebbero più comandere e ordinare altre uccisioni. Si sa quali sono le famiglie mafiose, e quando si peschi dentro di esse si pesca sempre bene, senza andare per il sottile. Uno Stato che non voglia intendere ciò è o buffone o connivente con questa feccia di specie soltanto biologicamente umana. Merito principale di Beccaria è l’avere evidenziato la necessità di “una proporzione tra i delitti e le pene”. Ma proprio tale proporzione sarà rivendicata da Kant contro Beccaria per giustificare la pena di morte.
Oggi nella dottrina penale americana prevale una concezione retributiva della pena che giustifica la posizione di Kant basata sul principio di eguaglianza. La legge del taglione (lex talionis) raccomanda di “fare agli altri ciò che questi hanno fatto a te”, come rafforzativa della regola aurea secondo cui bisogna “fare agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te” (norma evangelica). In base alla lex talionis si ripristina l’eguaglianza che è stata turbata dal crimine E’ questa la tesi di J. H. Reiman.12 In base a tale principio il crimine è un attacco alla sovranità dell’individuo che pone il criminale in una posizione di illegittima sovranità su un altro. La vittima ha il diritto, e la società il dovere, di rettificare la posizione del criminale riducendone la sovranità nello stesso grado. La vittima avrebbe avuto il diritto, ma non il dovere, di perdonare a chi ha attentato al suo diritto naturale, ma rispettando il principio che la vita della vittima non possa essere valutata come inferiore rispetto a quella del suo uccisore. Una pena alternativa come l’ergastolo (che in Italia non esiste più) non sarebbe in accordo con il principio di umanità della pena e dell’ipocrita funzione rieducativa di essa. E’ stato anche scritto: “Chi non avverte che vi è qualcosa di macabro e di beffardo in un processo nel quale la vittima non può più udire la propria voce?…Ma vi è di più, chi uccide con il suo delitto diminuisce in tutti il valore della vita, togliendo a ognuno un po’ di sicurezza di vivere, il che è come dire che lo priva di una parte della sua vitalità…L’esclusione della pena di morte per omicidio è un portato di maggiore civiltà o non è invece il segno di una minore sensibilità morale e di una meno chiara percezione del vero?…Chi con deliberato proposito uccide un uomo deve essere a sua volta ucciso dalla società costituita, che non può sottrarsi al suo obbligo senza macchiarsi di una colpa…E’ forse giusto che chi uccida non venga a sua volta ucciso? E che gli si infligga invece una pena di carcere che sarà mite in ragione di come saprà difendersi contro un morto”,13 grazie ad avvocato prezzolato o al solito psicologo o sociologo di turno pronto a trovare tutte le attenuanti generiche e specifiche? Si vuole spesso dimostrare che l’assassino nel momento del crimine fosse incapace di intendere e volere. Ma poi riacquista sempre la lucidità! Si pretende assurdamente che il criminale si riconcili con la società senza tenere in alcun conto la vita dell’ucciso. Gli abolizionisti sono proprio coloro che ipocritamente o disonestamente tengono in minor valore la vita umana, stando a difesa degli assassini. Questo discorso vale anche per Amnesty International, che, come direbbe Hegel, alla ragione sostituisce la “brodaglia del cuore” (Lineamenti di filosofia del diritto, pref. ): associazione di saccenti presuntuosi e arroganti che credono di avere un cervello migliore di quello di tutti i pensatori che abbiamo citato. E, a parte la giustizia che bisogna rendere alla vittima, anche se morta, vi è un superiore interesse della società a liberarsi degli assassini che a ritenere “sacra”, come stupidamente si dice, anche la vita di un criminale.
T. Sellin14volle dimostrare con un’indagine statistica che la pena di morte negli Stati Uniti non aveva un’influenza frenante sugli indici di morte per omicidio. Gli rispose Isaac Ehrlich,15 che scrisse che i metodi statistici erano inattendibili, mentre, avvalendosi di diverse ipotesi, si poteva affermare che durante il periodo 1935-69 ciascuna esecuzione capitale aveva prevenuto il verificarsi di sette o otto omicidi in più. Infatti il criminale, in base alle offerte di mercato, conforma la sua condotta al desiderio di massimizzare il suo guadagno e di minimizzare i costi personali. Quando tra i possibili costi vi è la pena di morte diminuisce il desiderio di massimizzare il profitto. Ma questi sono argomenti utilitaristici che non scalfiscono minimamente il principio secondo cui la vita dell’assassino non deve valere più di quella della sua vittima.
Chi è favorevole alla pena di morte ormai non ha più il coraggio di dirlo pubblicamente o non trova spazio, in Europa, soprattutto in Italia, per affermarne la giustezza perché i mass media, operando una dispotica censura, hanno deciso che i favorevoli alla pena di morte sono dei barbari, che non debbono corrompere i civili. La condanna della pena di morte vuole essere espressione di superiorità morale, ma è di fatto soltanto espressione di inferiorità giuridica. Da notare come gli stessi mass media, essendo totalmente privi di alcuna capacità o volontà di discutere sul piano razionale, essendo capaci di fare soltanto affermazioni moralistiche ed emotive contro la pena di morte, gonfi di sentimento e vuoti di ragione, confermino che la morale nasce soltanto dal sentimento e non dalla ragione, perché non trovano altro mezzo di persuasione, giocando sui sentimenti, che impiegare la telecamera per far vedere il condannato che soffre o l’ambiente della camera della morte, approfittando del fatto che non vi è mai una telecamera pronta a riprendere l’assassino quando infierisce impietosamente sulla vittima innocente. E se le immagini dell’assassino all’opera esistessero, ipocritamente non verrebbero fatte vedere con la scusa di non turbare la sensibilità dello spettatore. Inoltre gli abolizionisti non vogliono misurarsi con il gran numero di sostenitori della morte facendo finta che non esistano o impediscono un pubblico confronto, certamente timorosi di scoprirsi in minoranza. Essi sono anche dei disonesti arroganti, e pretendono di essere rappresentanti del progresso civile, sapendo solo demonizzare verbosamente come incivili chi ha seri argomenti contro di essi.
Sia almeno riconosciuto ad ognuno il diritto di dichiarare se sia disposto a perdonare il suo eventuale assassino, perché lo Stato non si sostituisca alla volontà della vittima innocente.16 E’ contraddittorio che ognuno per legittima difesa possa anticipare il suo aggressore armato uccidendolo, mentre si riconosce allo stesso aggressore che abbia anticipato la vittima il diritto di continuare a vivere. La legittima difesa presuppone che nel momento dell’aggressione la vita dell’aggressore non disponga più della tutela della legge e che esso si ponga in uno stato di natura, ponendo la sua vita alla mercé dell’aggredito. Non si capisce dunque perché lo Stato restituisca la tutela alla vita dell’assassino soltanto perché questo è riuscito ad anticipare la vittima.17Vi sono pubblici ministeri, garantisti senza cervello, capaci ormai di incriminare per omicidio o per eccesso di difesa chi previene un rapinatore uccidendolo, certamente convinti che l’aggredito debba prima rischiare di farsi uccidere. La giustizia è in mano anche a questi individui, con la loro cultura del buonismo che uccide la giustizia. Essi sanno scioperare soltanto contro qualsiasi controllo di merito del loro operato, non perché la giustizia abbia tempi brevi e chi la richiede non debba invecchiare o morire prima di una sentenza.
Se si prendesse spunto dal pensiero dei filosofi esistenzialisti – che hanno mancato di trattare la questione della pena di morte – si dovrebbe riconoscere che, essendo l’uomo, come essi dicono, una possibilità autocostitutiva, come esistenza e non come essenza (o specie), il valore dell’esistenza umana non è dato dal fatto di essere umana, ma dal fatto di esprimere una possibile esistenza, da valutare in relazione ad un progetto che è la stessa singolarità dell’esistenza. Pertanto il criminale non può essere sottratto alla pena di morte dalla sua essenza umana, che esiste soltanto biologicamente. Già Pico della Mirandola nell’Oratio de dignitate hominis immaginava che Dio dicesse all’uomo: “Tu dominerai la tua natura secondo il tuo arbitrio…non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto”. Sta all’uomo, secondo Pico, scegliere se essere soltanto un animale o di natura divina. Egli è responsabile del suo progetto di vita.

La morale ha persino corrotto il significato del termine “vendetta” dandole un significato negativo, se non dispregiativo, mentre in realtà essa dovrebbe continuare ad essere espressione, come lo fu nell’antichità greca, di giustizia, in relazione ad una responsabilità oggettiva, come la intese Platone nelle Leggi. Che fa lo Stato, con l’infliggere una pena, se non vendicare la vittima e la stessa società di cui è stato violato l’ordine? Da notare come si tratti soltanto di una questione di attribuzione, perché la vendetta, se è attuata dallo Stato, è giustizia, mentre non lo è se è attuata dalla vittima o da chi per lui. 
 


1 Carlo Nicoletti, Sì, alla pena di morte?, Cedam 1997, p. 60. L’autore soltanto per ragioni di cautela ha preferito aggiungere il punto interrogativo al titolo del suo testo. Egli ritiene che la concezione emendativa, cioè quella che pone come scopo della pena il recupero del colpevole, sia profondamente utopica e ipocrita perché non tiene conto delle condizioni e dei luoghi di pena, per cui “una carceraria città del sole costituisce niente di più che una contraddizione in termini” (p.9). Tale concezione è soltanto una dichiarazione di intenti, in quanto “il ravvedimento è sempre e comunque un fatto individuale” (p.11). Quanto alla concezione della pena come prevenzione, essa è cinica, perché, prescindendo da ogni implicazione morale, ha come fine quello di isolare chi costituisce un attentato all’ordine sociale. Tuttavia l’autore, professore di diritto processuale civile a Cagliari, ritiene che quest’ultima concezione “è quella che perfettamente si attaglia alla pena di morte” (p. 16), quando pare, invece, evidente che sia la concezione retributiva, per la corrispondenza che essa richiede tra il delitto e la sua punizione. L’autore precisa che la pena non può essere assimilata alla vendetta perché quest’ultima può essere accompagnata dal piacere di restituire il male. Ma allora dovrebbe escludersi anche il piacere della giustizia.

2 Sulla pena di morte nella storia occidentale cfr. di Alberto Bandolfi Pena e pena di morte. Temi etici nella storia, Edizioni Dehoniane 1985; di Italo Mereu La morte come pena. Saggio sulla violenza legale, Donzelli 1982. L’esame che quest’ultimo testo fa di tutti gli eccessi, non escluse diverse forme di tortura, nell’applicazione della pena di morte come uso politico per sbarazzarsi degli avversari non deve essere confuso con il discorso sui principi.
3 Agostino, Lettere, II, Città Nuova, 1971, pp. 541-47.
4 Saggi, Adelphi, 1982, p. 150.
5 Kart (ibid.) accusò Beccaria di “affettato sentimentalismo”.
6 Il fondamento della morale, op. cit., p. 164.
7 Filosofia dello spirito jenese, Laterza 1984, p. 139
8 E’ evidente che Hegel, distinguendo la legge del taglione dalla vendetta, considera quest’ultima soltanto come espressione di una punizione privata, che può non rispettare la proporzionalità tra delitto e pena. Ma in sostanza anche la pena comminata dallo Stato non può non essere considerata anch’essa una vendetta, se la pena rientra in una concezione retributiva come quella di Hegel.
9 In Gli anarchici, a cura di G.M Bravo, Adelphi 1970, pp. 510 sgg.
10 Il contrattualismo non implica necessariamente l’utilitarismo come negazione di un diritto naturale. In Hobbes, per esempio, la concezione contrattualistica si accorda con quella utilitaristica, ma anche con una concezione giusnaturalistica che vede la legge naturale non dipendere dal contratto ma precederlo. Così in Locke la concezione contrattualistica si accorda con il diritto naturale alla libertà e alla proprietà (Secondo Trattato del governo civile (a cura di Luigi Pareyson) , Utet 1982, pp. 229-63.
11 Oggi il riferimento fa all’impiego, da parte dello Stato, dei cosiddetti “pentiti”, premiati per le loro “confessioni”. E’ il risultato, direbbe Beccaria, di uno Stato che, non avendo la forza di difendersi, a causa del suo garantismo nei riguardi delle organizzazioni criminali, cerca di comprarla, mandando in rovina l’edificio dell’ordinamento giuridico, fondato sulla proporzionalità della pena al delitto.
12 Justice, Civilation and the Death Penalty, Justice 1991.
13 Carlo Cetti, Della pena di morte. Confutazione a Beccaria, Como 1960, pp. 12-13.
14 The Death Penalty, The American Law Insitute, Philadelphia 1959.
15 The deterrent effect of punishment: a question of life and death, American Economics Reviw, 65, 1975.
16 In questo senso si può ritenere ampliata la considerazione svolta da Platone nelle Leggi (IX, 869), dove è previsto che in caso di patricidio (o matricidio) – il delitto ritenuto più grave da Platone – il padre (o la madre) possa avere il tempo, prima di morire, di perdonare il figlio. In tal caso il patricidio (o matricidio) sarà ritenuto involontario e il colpevole dovrà soltanto purificarsi.
17 Il nostro ragionamento trova riscontro in Gaetano Filangieri (Scienza della legislazione, 1781-88), che, riprendendo il pensiero di Locke sullo stato di natura, in cui ognuno ha il diritto di punire i delitti (II Trattato del governo civile, II, 11), osserva, contro Beccaria (Dei delitti e delle pene, 1764), che nello stato di natura si perde il diritto alla vita quando la si toglie ad altri, perché ognuno ha il diritto di uccidere il suo ingiusto aggressore, e, se rimane ucciso, il suo diritto si trasferisce da lui alla società. D’altra parte, non si aggiunge mai che Beccaria continuò a giustificare la pena di morte per quei delitti che minano l’ordine sociale. Riferimento odierno potrebbero essere le organizzazioni a delinquere come la mafia, contro cui si devono usare leggi di guerra, non di pace, sospendendo le garanzie costituzionali, conservando le quali si ha soltanto uno Stato imbelle e buffone, se non colluso. Combattere la mafia (che impiega la pena di morte) con il garantismo delle leggi di pace, e senza applicare la pena di morte, significa cercare di contrastare un esercito dotato di artiglieria pesante con un esercito equipaggiato al massimo con fucili da caccia. Poiché è impossibile estirpare la mafia con metodi democratici, nell’attuale “democrazia” il sud d’Italia si merita soltanto l’autogoverno della mafia, senza aiuti economici da parte di altre regioni. Ha scritto Aristotele (Politica) che ogni popolo ha il governo che si merita. I capi mafia continuano a comandare dal carcere ricattando guardie e direttori del carcere. La pena di morte impedirebbe ai mafiosi di continuare a dare ordini. E’ altrettanto inconcepibile che non si applichi la pena di morte nei confronti dei trafficanti di droga, cioè di morte. Ritenere che la loro vita sia degna di rispetto significa corrompere lo stesso concetto di giustizia. Essi minano anche l’ordine sociale, per cui, dallo stesso punto di vista di Beccaria, dovrebbero essere eliminati senza pietà. 
 

lunedì 18 novembre 2013

DALLA FARMACOPEA DEL PAPA LA MISERICORDINA. ISTRUZIONI PER L'USO

Avete una malattia, soprattutto un  dolore al cuore, un dolore insopportabile? Non andate più dal medico o in ospedale. Vi è un farmaco miracoloso. Lo offre il papa ma non ha detto dove sia reperibile e quanto costi. Esso contine 59 granuli che non debbono essere ingoiati. Debbono essere sgranati con le dita. Ha detto che fa bene al cuore, all'animo e alla vita. E' un farmaco spirituale contenuto in una scatoletta. Certamente non sarà incluso nella lista dei farmaci approvati dalla Commissione nazionale del farmaco e non si troverà nella lista contenuta nel libro dei farmaci di tutte le farmacie. Fa nulla. Si tratta di un rosario speciale perché benedetto dal papa. Poiché non è stato ancora sperimentato aspettiamo i risultati dai malati che ne faranno uso. Se non se ne vedranno si tratta di un imbroglio. Non sarà mica un placebo?Certo è che questo papa in quanto a comicità è insuperabile. 

MELISSA BACHMAN. UCCIDETELA: OFFRO UN PREMIO DI 500.000 EURO


Immagini orribili come queste mi confermano nel pensiero che individui come questa subanimale  dovrebbero essere eliminati dalla faccia della Terra. Senza alcuna pietà. Ma il maggiore colpevole è il governo del Sudafrica che permette a questi subanimali di uccidere gli animali delle riserve per trarne guadagno. Come se ne avesse bisogno nonostante le grandi ricchezze minerarie. Le riserve non dovrebbero esistere. Come non dovrebbero esistere nemmeno i parchi naturali, sebbene questi, al contrario delle riserve, abbiano il compito di proteggere gli animali. Infatti l'espressione "parco naturale" è una contraddizione. Il parco non può essere naturale. E' una creazione artificiale. Esso esprime solo il fenomeno perverso dell'antropizzazione della Terra. A nulla serve il pacifismo delle firme di protesta. Alla violenza ingiusta occorre opporre la violenza giusta del diritto naturale. Il leone non uccide per crudele divertimento come fanno i subanimali appartenenti solo biologicamente alla specie homo. Uccide per il suo diritto naturale alla sopravvivenza perché nato carnivoro. Questa subanimale dovrebbe fare una fine peggiore di quella del leone.      

L’AMERICANA MOSTRA IN TV LE PREDE UCCISE NEI SAFARI

Presentatrice tv e cacciatrice di leoni 
    Conduttrice tv
a caccia di leoni: «Non venga mai più in Africa»
Le foto|Il video

sabato 16 novembre 2013

LE LURIDE FACCE DEI POLTRONISTI. LA VERA SINISTRA OGGI SI TROVA A DESTRA. IN UNA DESTRA SOCIALE ANTIEUROPEISTA

In Italia la poltrona vale più della fedeltà ad un partito. Io non sono fedele ad alcun partito perché mi fanno tutti schifo. Appartengo dal 1993 al PARTITO DEI NON VOTANTI. Guardo ormai tutto dall'esterno. Ed è proprio per questo che posso giudicare obiettivamente le cose, senza essere un partigiano di Berlusconi, responsabile di tutto ciò che ha promesso e non ha fatto. Sta pagando per i suoi gravi errori, circondandosi di incompetenti e di personaggi meschini senza alcuna competenza o dotati di false compotenze (come il famigerato Tremonti inventore della omicida Equitalia). Basti pensare che nell'attuale governo mise al ministero della sanità una deficiente ragazza come la Lorenzin (che tra l'altro si oppone al metodo Stamina). Berlusconi ha sbagliato fondando PDL ponendosi dentro il rinnegato Fini. Per la vecchia (perché è vecchia) Forza Italia non ci sarà futuro se non si sposterà verso una destra sociale come quella di Marie Le pen in Francia. Gli sarebbe convenuto non riprendere Forza Italia ma dare un nuovo nome come Unione per la Nuova Repubblica (come fece De Gaulle fondando la V Repubblica). Avrebbe dato un segnale di novità visto che vuole cambiare (e giustamente) la Costituzione. Berlusconi ha sbagliato con il porcellum. Ora ne subisce le conseguenze. Solo con il ritorno al proporzionale potrà evitare che vada al governo la falsa sinistra del PD (Partito della Disgrazia). Infatti con il proporzionale mai il PD avrebbe la maggioranza assoluta. A questo punto a Berlusconi converrebbe cercare un'alleanza con 5stelle (con cui può avere delle affinità su alcuni punti, come l'euroscetticismo e l'uscita dall'euro, almeno con un referendum consultivo). Vi sono affinità politiche tra Grillo e il Fronte Nazionale di Marie Le Pen. Dunque Berlusconi deve fare una virata a destra alleandosi con Grillo (destinato a conservare i suoi voti se non ad aumentarli). In Italia occorre una destra sociale perché la vera sinistra oggi paradossalmente si può trovare solo a destra, in una destra sociale. Non in una destra liberista, che è schiava di un'economia della finanza predatrice dell'economia reale. Berlusconi continua a sbagliare parlando ancora di libertà. Quale libertà? La vera libertà significa libertà dal bisogno, libertà dalla disoccupazione. Il popolo non richiede libertà, di cui se ne fa nulla, servendo la libertà ai pennivendoli di regime, ai parassiti della società che conservano guadagni senza lavorare, ai grandi menager magnaccia di Stato con superstipendi, ai politici che campano sui loro privilegi. Il popolo che vive in difficoltà economiche vuole lavoro e sicurezza sociale. Berlusconi sta continuando a sbagliare evitando di rompere definitivivamente con il signor NESSUNO Alfano, che politicamente vale come il due di picche. Creatura abnorme e deforme di Berlusconi è destinato a tornare un signor NESSUNO. 
Ecco la squadra dei futuri morti della politica, emeriti imbecilli ormai senza futuro.    
CHI NON ADERISCE A FORZA ITALIA

Gli «alfaniani» del teatro Santa Chiara
    Gli «alfaniani», ecco chi ha lasciato Berlusconi|Foto

 Angelino, il delfino e il gran rifiuto-Fotostoria Videoblob

venerdì 15 novembre 2013

IL GOVERNO LETTA E LA LEGGE DI STABILITA'...DEL MORTO

Commenterò successivamente quanto ho sentito alla trasmissione Servizio pubblico sulla questione delle cause dell'attuale crisi economica, con particolare riferimento alle giuste osservazioni dell'economista antieuro prof. Alberto Bagnai. 
Per ora rilevo una frase da imbecille pronunciata da Letta che ha detto che la Germania è egoista. Come se uno Stato non dovesse fare i propri interessi. Si presuppone che possa esistere una Unione Europea come se questa fosse un solo Stato con un governo unico e non una congerie di Stati falsamente unificati da una disgrazia di moneta unica che è l'euro. Che obbligo ha la Germania di aiutare gli altri Stati a danno dei suoi cittadini? Il fatto è che questa cosiddetta Unione Europea prima o dopo dovrà implodere su se stessa perché è il frutto di una pazzesca utopia che ha voluto riunire Stati con economie differenti e con popoli con diverse lingue che non possono costituire una unità politica, senza la quale non può esistere un comune indirizzo economico. 
Il prof. Bagnai ha rilevato che la globalizzazione dell'economia ha portato alla depressione economica in Europa perché il capitale, avendo interesse a ridurre i costi del lavoro ha traslocato all'estero ma con la conseguenza di aumentare la disoccupazione e perciò il consumo. I prodotti a minor costo non trovano perciò un mercato sufficiente ad assorbirli, e le azienze che credevano di trarre un maggiore profitto deprimendo il lavoro deprimono in effetti se stesse aumentando la recessione. L'euro ha contribuito all'aumento del costo del lavoro perché si tratta di una moneta sopravvalutata che aumenta i costi di produzione ed ostacola l'esportazione degli Stati Europei. Da qui la necessità di tornare ad una moneta che non sia più sopravvalutata e diventi competitiva nella produzione rispetto a questi Stati extraeuropei dove il costo del lavoro è minore. Chi ci ha guadagnato dall'euro è stata solo la Germania perché, se tornasse al marco (di valore inferiore rispetto all'euro, le sue esportazioni avrebbero una pesante caduta.  Il prof. Bagnai ha illustrato un grafico che dimostra che la recessione in Italia è avvenuta alla fine degli anni '90 quando la lira fu ancorata all'ecu, precedecessore dell'euro. Da quel momento ebbe la crisi economica per il disavanzo tra importazione ed esportazione, danneggiata dallla sopravvalutazione dell'euro. 
Il rimedio non può consistere nel chiedere insensatamente alla Germania di frenare le sue esportazioni perché nessuno Stato europeo della cosiddetta Unione Europea può essere costretto a star peggio per fare starmeglio gli altri.  Questo potrebbe essere possibile solo se l'Unione Europea fosse un solo Stato, se pur federale. Ma l'Europa non potrà mai divenire un solo Stato perché è una folle utopia dati gli interessi differenti in relazione alle diverse economie e alla mancanza di esistenza di un solo popolo che sia unito culturalmente sotto una sola lingua. Gli Stati Europei deve rispettare le rispettive economie reali, e la moneta deve rispecchiare tali economie. Invece si è cercato di costruire la casa (Unione utopica dell'Europa) partendo dal tetto, cioè dalla moneta, invece che dalle fondamenta, cioè da una unità politica. La quale, per altro, è impossibile giacché bisognerebbe espropriare ciascun popolo della sua sovranità, e gli Stati più forti dovrebbero privarsi della maggiore ricchezza per regalarla ad altri stati senzacon questo trarne alcun beneficio. La cosiddetta legge della stabilità, che richiede il rispetto del 3% tra deficit e PIL, è il maggiore ostacolo per l'espansione economica. Con il voler ridurre il debito pubblico si arrivati a favorire la recessione economica. Il debito pubblico non è di per sé un fatto negativo se tenuto sotto controllo. E come si tiene sotto controllo? Prima di tutto il 30% del debito pubblico è tenuto da capitali stranieri, che non investono in Italia. Se il governo italiano investisse il debito pubblico per opere pubbliche di infrastruttura aumenterebbe l'occupazione. Aumentando l'occupazione aumenterebbe la massa del prelievo fiscale senza avere bisogno di aumentare le tasse, le quali, al contrario, diminuirebbero perché maggiore sarebbero l'introito non per maggiore tassazione ma per maggiore base di prelievo derivante da una maggiore occupazione. L'aveva spiegato il grande economista Keynes, rilevando che in caso di depressione economica non è il liberismo ma l'intervento statale ad offrire la soluzione. La il debito pubblico non deve essere impiegato per la spesa corrente infruttifera perché altrimenti esso non troverà una diminuzione corrispondente  nel finanziamento delle opere di infrastruttura che sono solo quelle che possono rimettere in moto anche le imprese private con finanziamenti ed abbassamento delle tasse. La maledizione dell'euro impedisce tutto ciò. Perciò bisogna pilotarne una lenta uscita, magari, all'inizio, con una doppia circolazione per evitare che i risparmiatori in euro in titoli di Stato possano vedere ridotto il valore del loro risparmio. Con l'euro si continuerò ad avere un'economia di stabilità di un'economia morta.   
Già il filosofo Kant (Per la pace perpetua) aveva spiegato perché non potesse esistere un'Unione Europea. Essa infatti sarebbe consistita nel prevalere degli interessi di uno Stato più forte su quelli deboli, i quali sarebbero diventati colonie economiche dello Stato o degli Stati più forti. Era giusto dunque che ogni Stato conservasse la sua sovranità e fosse arteficie del proprio destino. Si noti che la condizione per entrare nella disgrazia dell'euro, propagandato in Italia dalla follia di Prodi come se l'euro fosse la salveza dell'Italia, era il non superamento del 3% tra deficit pubblico (annuale) e PIL.  Ne 2000 l'Italia con una manovra finanziaria di restrizione del deficit presentò le carte in regola per entrare nell'euro. Ma vi era bisogno che ci fosse un'imposizione esterna del trattato di Mastricht per arrivare a ciò? Questo dimostra l'ammissione da parte di ogni governo italiano di non essere mai stato capace da solo di ridurre tale disavanzo e che si aveva bisogno di un diktat esterno per non superare tale disavanzo. Ma se si era riusciti con la lira a ridurre tale disavanzo prima di entrare nell'euro vi è da domandarsi se fosse necessario entrare nella camicia di forza dell'euro per perdere la sovranità monetaria come risultato negativo della perdita della lira, che era più competitiva rispetto all'attuale euro sovravvalutato rispetto alla lira e causa pertanto del maggiore costo della produzione e del conseguente aumento della disoccupazione per minore capacità d'acquisto conseguente al prevedibile aumento di tutti i costi. Perché se diminuise il consumo diventa minore la produzione e aumenta la disoccupazione con l'ulteriore diminuzione dei consumi. Come si vede l'euro ha causato un tremendo circolo vizioso, da cui bisogna uscire al più presto.                      

LE SCIOCCHEZZE QUOTIDIANE DEL PAPA FRANCESCO E IL SUO ANTIEVENGELICO RELATIVISMO. NON E' UN PAPA MA UN IGNORANTE PARROCO DI CAMPAGNA

Un commentatore (Sergio) ha scritto quanto segue in un commento lasciato al mio precedente articolo.
Ma da Lourdes si torna (dicono) se non miracolati con una grande pace del cuore - che è anche questo un miracolo. Dunque i miracolati sono milioni e milioni non solo 67 …
Tutto giusto quello che scrive, eppure la gente - complici i Vespa e i Del Debbio coi loro spettacolini - continua a credere in questa scemenze e che la sindone è autentica. Si direbbe che ne ha bisogno, che sia attratta dall'insolito e dal meraviglioso.
Perché bisogna pregare se la Madonna e Gesù conoscono perfettamente i bisogni di ognuno di noi? Inoltre bisogna pregare senza pretendere che Dio e la Madonna concedano la grazia (chi sei tu che oseresti pretendere qualcosa da loro?). È la classica situazione del potente e del suddito. Il suddito in ginocchio chiede un favore, ma il potere lo concede o non lo concede, a suo capriccio, senza dovere alcuna spiegazione, "perché io so io, e voi non siete un cazzo" (Belli)...(frase ripetuta da Alberto Sordi nel film Il marchese del Grillo, n.d.r.).

Tuttavia si leggono nella Divina Commedia questi bellissimi versi: "La tua benignità non pur soccorre /a chi domanda, ma molte fiate /liberamente al dimandar precorre."
Molte fiate? A me non mi ha soccorso manco una volta. E come si può poi constatare se è stata propria la Madonna a intervenire? Be', ce vo' la fede …
Bergoglio ha detto l'altro giorno che Dio ama e non dimentica nessuna delle proprie creature (tra cui bisogna mettere oggi anche i non nati e gli ovuli fecondati perché già provvisti di anima immortale secondo la nuova teologia). Li ama talmente che li ammazza a decine e centinaia di migliaia in un colpo (vedi lo tsunami del 2004 e il tifone sulle Filippine un paio di giorni fa …).
Senza contare poi tutte le sofferenze a cui è sottoposta questa povera umanità per i difetti del DNA. Che sarebbero una conseguenza del peccato originale … Eppure c'è gente che crede ancora queste cose, anche i Ravasi.

Al che ho risposto 
Se il tornare contenti da Lourdes senza essere guariti da un male è un miracolo continui pure ad andarci chi si accontenta e gode di nulla. Si sentirà meglio nello spirito? Vuol dire che è povero di spirito. Il verso di Dante dovrebbe significare che la madonna precorre i desideri. Mai sentito dire che uno abbia avuto benefici senza nemmeno pregare. Le "molte fiate" Dante se le è inventate. Anch'io ho pensato al tifone delle Filippine. Ma sono obiettivo. Questi disastri oggi sono da addebitare piuttosto ai mutamenti climatici provocati da quell'animale peggiore che è l'uomo. Ho sempre affrontato la riduzione a barzelletta del peccato originale dopo Darwin. Ravasi non direbbe le quasi quotidiane sciocchezze di Bergoglio proprio perché non è un ignorante. Legga le recensioni che Ravasi scrive come articolista fisso nell'inserto della Domenica de Ilsole24ore. Il 12 febbraio 2012, rispondendo ad una mia lettera (insieme a tante altre circa le sofferenze degli animali nei mattatoi) Ravasi, ponendo come titolo generale alle lettere a lui inviate il titolo "Il dilemma dell'onnivoro", mise di suo pugno il titolo seguente alla mia lettera: "Anche le formiche nel loro piccolo hanno un'anima (Per altro immortale)". Scherzava? Non lo so. Ho riportato la mia lettera e la risposta di Ravasi nell'appendice del mio ultimo libro E giustizia infine fu fatta. Sette giudici uccisi in sette giorni.
Il commentatore Sergio ha aggiunto:
"Anche le formiche nel loro piccolo hanno un'anima (Per altro immortale)". Scherzava? Non lo so."
Non può non aver scherzato, specie considerando la posizione unica che la Chiesa attribuisce all'uomo nel creato.
Non conosco Ravasi che per sentito dire. Credo che sia "terribilmente" colto. Ho letto giorni fa un suo ragionamento sulla contraddizione "apparente" delle parole di Gesù ("chi non è con me è contro di me", "chi non è contro di noi è con noi"). Ravasi "smonta" la contraddizione in modo plausibile o credibile (grazie alla sua cultura). Ma per me la contraddizione rimane. Sicuramente una persona intelligente e un interessante interlocutore. Ma arrivati al dunque non potrà che dichiararsi cattolico apostolico romano (peccato originale, piano di salvezza del padreterno, nascita verginale, trinità, assunzione di Maria, sua immacolata concezione ecc. ecc.). Certo avrei preferito anch'io Ravasi all'argentino. Sarebbe stato forse una specie di Benedetto XIV Lambertini, quello che dialogava con Voltaire.

Al che ho replicato.
Il titolo posto alla mia lettera da Ravasi forse gli è stato suggerito da un libello che ebbe fortuna e che era intitolato Anche le formiche nel loro piccolo s'incazzano. Nella sua risposta a me e ad altri Ravasi dice che l'ideale rimane per il cristianesimo quello di Isaia (11,,6) dove animali ed uomini coesistono in perfetta parità e armonia e dove la dieta sarà necessariamente vegetariana: "Ecco, io vi do erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero fruttifero: saranno il vostro cibo" (Genesi, 1,29). Aggiunge Ravasi che il mondo cattolico con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI si è associato ad una ecologia cristiana sorta negli anni '60 del secolo scorso in ambito protestante con il teologo Joseph Sittler e col Faith-Man-Nature Group del Consiglio delle Chiese protestanti d'America). Ravasi fa riferimento anche ad infiltrazioni nel cristianesimo di filosofie orientali reincarnazionistiche e al "Tao della fisica" di Fritjof Capra che cercava di conciliare fisica teorica e misticismo orientale. Inoltre Ravasi fa riferimento agli indigeni d'America per cui le forme di vita formano una unica comunità. Cita Michel Damien (Un paradiso per gli animali) e la Teologia degli animali" del teologo Paolo De Benedetti. Dunque Ravasi non esclude l'immortalità degli animali. Ma in occasione dell'elezione di questo papa Michela Vittoria Brambilla ha attribuito disonestamente a papa Francesco la frase "a Pasqua non mangiate agnello o capretto". Falso. Il papa attuale non ha mai pronunciato questa frase. E la sala stampa del Vaticano poco dopo ha dichiarato che la Chiesa non si occupa di animali. Nel mio citato libro E giustizia infine fu fatta ho riletto la vita di Francesco d'Assisi (a cui l'attuale papa si è voluto riferire) documentando che era un carnivoro che amava gli animali per mangiarli e si oppose ai confratelli che gli proponevano di passare alla dieta vegetariana. Nel mio libro gli ho opposto S. Francesco da Paola, che fu vegano e oggi è il protettore dei vegani. Visse 91 anni (1416-1507). Ho distrutto il mito di Francesco d'Assisi che aveva promosso il programma del papa Innocenzo III di sterminio dei Catari o Albigesi, ritenuti eretici perché accettavano solo il Nuovo Testamento dicendo che quello Antico era stato dettato dal demonio. Ho scoperto (e ne ho scritto nel mio libro) che papa Francesco dichiarò che il suo film preferito è Il pranzo di Babette, dove si mangiano brodo di tartaruga e quaglie arrosto. Ho opposto a Francesco d'Assisi la grande anima di Albert Schweitzer, che tuttavia non è santo pur essendo migliore di tutti i santi. Perché non è santo? Perché non apparteneva alla parrocchia cattolica, pur essendo cristiano. Come dire che per essere santi bisogna essere cattolici e che Dio viene sostituito dalla volontà del papa che decide lui al posto di Dio chi possa essere santo e chi possa fare dei miracoli. La cosa sa di ridicolo. Anche dal punto di vista logico.

Qui aggiungo che questo papa sta conducendo la Chiesa ad una totale confusione con il suo propagandare, se pure a vuoto, il principio del dialogo.  
Vi è da domandargli: dialogo con chi? Va bene che Gesù comandò di amare anche i propri nemici. Ma disse anche (tra varie contraddizioni): "chi non è con me è contro di me". E poi: "Andate e predicate per tutte le nazioni. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, altrimenti sarà condannato". 
Orbene, come si concilia il dialogo con quelli che rifiutano di credere e che non sono battezzati? Un compromesso sarebbe la frase che Gesù disse agli apostoli: "chi non è contro di voi è con voi". Io non sono contro Gesù pur non essendo credente, dunque dovrei essere con Gesù. Mi basta questo. Ma come la mettiamo con quelli che sono contro Gesù come gli islamici? Eppure questo papa ha la pretesa di dialogare anche con essi. Che dialogo vi può essere con gli islamici se questi non ammettono nei loro Stati una riconoscimento ed una tolleranza reciproca, a tal punto che i cristiani non possono fare proselitismo? Che dialogo vi può essere con gli islamici se persino in uno Stato europeo pretendono di comandare con la scusa del rispetto della diversità? Rispetto sino a quando fa loro comodo. L'altro giorno in Norvegia una giornalista della TV è stata costretta a togliersi dal collo la catenina d'oro che portava alla fine un piccolo crocifisso, simbolo che gli islamici odiano perché, oltre a negare che Gesù fosse figlio di Dio (e questo può benissimo essere negato perché è negato anche dai non credenti),  negano pazzescamente che Gesù sia stato crocifisso perché ritengono che Gesù, pur non essendo figlio di Dio ma solo il penultimo profeta prima di Maometto, sia morto di morte naturale e non sia mai resuscitato da morte? 
Come può essere un rappresentante della Chiesa un papa come l'attuale se, interrogato circa il suo pensiero nei riguardi degli omosessuali, si è limitato a rispondere: "chi sono io per giudicare?". O questo papa è in malafede oppure non sa quello dice (e non so che cosa sia più grave). Egli si pone così persino contro un articolo del Catechismo della Chiesa, in cui l'omosessualità è considerata peccato grave perché contro natura? Ora, trascuriamo pure la considerazione che esso sia un peccato grave e contro natura. Nonostante Gesù abbia severamente condannato i peccatori di Sodoma e Gomorra, i cui peccati sono inferiori solo a quello contro lo Spirito Santo (ma non si capisce in che cosa consista tale peccato). Ma come può un papa arrivare a dire: "chi sono io per giudicare?"
Dovrebbe allora astenersi dal giudicare su ogni cosa? Eppure ha la pretesa di giudicare su tante altre cose in fatto di morale. Ma pare che abbia fatto eccezione per gli omosessuali.  
Insomma, questo papa ha una tale confusione in testa da dare l'impressione che stia giustificando un totale relativismo. Tranne che egli voglia porre in pratica un'altra frase incomprendibile di Gesù: "Non giudicate se non volete essere giudicati". Ma allora dovrebbero essere aboliti i tribunali? Eppure la Chiesa ha sempre preteso di poter giudicare, sino ad innalzare roghi contro "eretici" e "streghe". Ci dica allora questo papa quali frasi dei Vangeli siano da conservare e quali altre siano da rigettare o almeno da non interpretare letteralmente.  Vero è tuttavia che, nonostante tutte queste contraddizioni evangeliche, rimane il principio che non vi può essere perdono contro coloro che si pongano espressamente contro la predicazione evangelica, avendo Gesù dichiarato di essere "la Via, la Verità e la Vita". Non vi può dunque essere dialogo con chi combatte contro questa Verità. I non credenti non pretendono nel loro agnosticismo di combattere contro questa Verità. Ma non vi può essere dialogo con essi. Anche se a loro vantaggio e giustificazione vale la citata frase "chi non è contro di voi è con voi". Ma tanto meno vi può essere dialogo con quelli che, come gli islamici, combattono contro questa Verità. Per essi vale la frase "chi non è con me è contro di me". E che gli islamici siano contro i cristiani è documentato dallo stesso Corano in quanto i cristiani sono ritenuti in esso degli infedeli da combattere. E quanto capita oggi negli Stati islamici ne è una conferma. Questo papa sta predicando un antievangelico dialogo che sa solo di compromesso politico traditore del messaggio evangelico.                 
La sua massima stronzata antievangelica è consistita nell'affermare che il peccato esiste quando si va contro la propria coscienza. Ma poiché non esiste una coscienza universale perché ognuno ha una propria coscienza dipendente dall'ambiente "culturale" in cui è nato e vissuto si può arrivare alla conclusione che il criminale Totò Riina non è colpevole di tutti gli omicidi di cui è stato mandante perché ha rispettato il codice d'onore dettato dalla coscienza di chi è nato e vissuto nell'ambiente criminale della mafia. 

Scalfari sbaglia, Papa Francesco è solo un parroco di campagna

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11/set/2013 - Sul tema del dialogo fra credenti e non credenti il matematico e ateo Piergiorgio Odifreddi non pensa che papa Francesco sia un interlocutore ...