sabato 25 ottobre 2014

CHI HA CREATO LA PROTEINA BETA AMILOIDE?

Secondo il Catechismo della Chiesa (San Pio X)
Chi ci ha creato?
Ci ha creato Dio.
Chi è Dio?
Dio è l'essere perfettissimo, creatore e signore del cielo e della terra.
Che significa perfettissimo?
Perfettissimo significa che in Dio è ogni perfezione senza difetto e senza limiti, ossia che Egli è potenza, sapienza e bontà infinita.
Dio può far tutto?
Dio può far tutto ciò che vuole: Egli è l'Onnipotente.
Dio può fare anche il male?
Dio non può fare il male perché non può volerlo essendo bontà infinita, ma lo tollera per lasciar libere le creature, sapendo poi trarre il bene anche dal male.

Ma se Dio è perfettissimo e non può volere il male perché allora ha creato anche la proteina Beta Amiloide  che causa l'Alzheimer?
Questo non lo so.
Se l'Alzheimer è un male come può Dio ricavare da esso un bene?
Questo non lo so.
E allora se non lo sai vai affanculo
Ecco come si demolisce semplicemente ogni pretesa verità teologica e metafisica che voglia andare oltre le conoscenze scientifiche. Mentre lo scienziato non esercita alcuna violenza perché offre alla conoscenza fatti sperimentati il filosofo o il teologo che pretende di offrire o di imporre verità scaturenti solo da una sua fede alimentata da un suo particolare visione del mondo esercita una violenza sul pensiero scientifico come l'hanno sempre esercitata le religioni. Affermare che la natura sia il risultato di un progetto intelligente che fa capo a Dio significa rendere ridicolo Dio stesso, negando la presenza di una casualità determinante nell'evoluzione biologica e sostituendo alla casualità un finalismo che pone capo antiscientificamente all'antropocentrismo. Come se l'universo (oggi sostituito dal pluriverso)  fosse stato creato in funzione dell'uomo. Sommo ridicolo. E l'antropocentrismo, con la conseguente antropizzazione della natura dovuta ad un forsennato aumento demografico, è la malattia mortale della Terra, essendo anche la causa di tutti i dissesti ambientali che la stanno portando alla sua esaustione, come riconobbe persino Martin Heidegger, il filosofo meno antropocentrico tra tutti i filosofi antropocentrici del XX secolo, che vide la causa dei guasti ambientali nell'antropocentrismo, che "fa violenza alla terra e la trascina nell'esaustione", per porla "sotto il dominio della volontà di volontà che rende manifesta l'insensatezza dell'agire umano posto come assoluto" (Saggi e discorsi). Chi è accecato dall'antropocentrismo delle religioni è nemico della vita sulla Terra .   

Alzheimer, come la beta amiloide distrugge le sinapsi - Le ...

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venerdì 24 ottobre 2014

DIO NON PUO' ESISTERE. CONCLUSIONE RICAVABILE DAL SINODO DEI VESCOVI. LA GIUSTIFICAZIONE DELLA PENA DI MORTE DALL'ANTICHITA' AL PAPA PIO XII

Sinodo che si è spaccato riguardo al tema dell'omosessualità arrivando a conclusioni fumose e contraddittorie per nascondere la spaccatura. Una minoranza è rimasta giustamente sulle posizioni tradizionaliste della Chiesa, che ha impedito a questo papa di andare oltre una "comprensione" che tuttavia esclude l'accettazione. Io mi domando: dove stava lo Spirito Santo per illuminare la mente del papa, dei cardinali e dei vescovi? Era latitante o assente ingiustificato? 
Non basta. Riguardo alla pena di morte il papa, andando oltre la cancellazione della pena di morte già abolita nel 1999 dal Catechismo della Chiesa, ha detto che "l'ergastolo è una pena di morte nascosta". Gli si può dare ragione quando condanna il carcere preventivo anche nel caso in cui non vi siano prove certe o non indiziarie di condanna. E' il caso in cui uno sia accusato di omicidio. Invece si fa abuso anche in Italia del carcere preventivo con la scusa del pericolo di inquinamento delle prove. 
Ma per quanto riguarda la condanna della pena di morte la Chiesa ha rinnegato una tradizione che va da S. Paolo a PioXII e che, nel silenzio, non è stata rinnegata sino a Paolo VI. Ci è voluto Giovanni Paolo II per far togliere dal Catechismo la pena di morte. Espongo quanto pensavano al riguardo i maggiori pensatori tra cui molti esponenti della dottrina cristiana. Dal mio libro Scontro tra culture e metacultura scientifica.

Sul diritto naturale si fonda la giustificazione della pena di morte. La condanna della pena di morte discende dalla solita confusione tra morale e diritto, che porta lo Stato a sostituirsi alla vittima innocente che non avrebbe voluto moralmente perdonare, con la conseguenza contraddittoria che l’assassino avrebbe un diritto naturale alla vita maggiore rispetto a quello della vittima. Coloro che, “allignando nella palude dell’emotivo”,1 gonfi di sentimento, ma privi di ragione, attribuiscono ipocritamente alla pena una funzione rieducativa (come si desume dall’art. 27 della Costituzione italiana), e non afflittiva, ritengono barbari i sostenitori della pena di morte. 

Tra questi barbari dovrebbero essere inclusi allora anche il fondatore del cristianesimo, S. Paolo (che nell’Episola ai Romani riconobbe al governo, anche pagano, l’jus gladii, cioè il diritto di spada), nonché il maggiore Padre della Chiesa, S. Agostino, il maggiore dottore di essa, S. Tomaso, il padre del liberalismo moderno, Locke, il maggiore filosofo dell’Illuminismo, Kant, sino a giungere a Pio XII, che, proposto per la beatificazione da Giovanni Paolo II, difese una concezione vendicativa della pena e giustificò la pena di morte vedendo nel disprezzo dell’ordine pubblico un’opposizione a Dio (Acta Apostolicae Sedis 47, 1955). Pio XII. l’ultimo grande papa. Dopo di lui il caos nella Chiesa cattolica. Giovanni Paolo II, facendo visita ad un carcere, invitò i carcerati a sopportare la loro croce, come se i delinquenti di ogni specie potessero essere considerati vittime e non carnefici. Il buonismo che uccide la giustizia.

Platone nel Protagora afferma che è comando divino l’uccidere gli individui incapaci di giustizia, in quanto sono una piaga sociale. E nelle Leggi (L. IX) è prevista la pena di morte per gli omicidi volontari e l’esilio per due o tre anni per quelli involontari, essendo ritenuti tali quelli causati da uno stato d’ira motivato, che, tuttavia, non non vale come attenuante nel caso di patricidio o matricidio. Aristotele (Etica nicomachea, V, 5), pur sfiorando soltanto l’argomento, scrive che “alcuni ritengono che la legge del taglione sia assolutamente il giusto; e così affermarno i Pitagorici: essi infatti definirono in senso assoluto il giusto come il rendere agli altri il contraccambio. Ma la legge del taglione non si accorda con la giustizia distributiva né con quella regolatrice”, cioè compensativa del danno subito. Infatti subito dopo Aristotele spiega che è più grave colpire un magistrato perché in tal caso chi lo colpisce dovrà non soltanto essere colpito, ma anche punito. Dunque Aristotele, benché non accenni espressamente alla pena di morte, chiarisce che la legge del taglione è la base della giustizia. Rimane sottinteso che l’assassino merita la morte che egli ha inflitto ad altri.

Seneca, autore delle Lettere a Lucilio, che possono essere considerate il capolavoro della filosofia morale di ogni tempo, scrive nel De clementia che la legge nel punire i delitti può applicare anche la pena di morte, “estirpando i malfattori dal corpo sociale per assicurare la tranquilla convivenza degli altri”.

Il diritto romano consolidò la teoria che la giustizia dovesse ritenersi pubblica vendetta nei confronti di chi attentasse al bene comune, identificato con l’utilità sociale. Nell’età moderna il diritto romano fu elaborato da filosofi e giuristi secondo l’indirizzo del diritto naturale, per trovare in esso la giustificazione della libertà di pensiero, ma anche quella della pena di morte in difesa dell’ordine pubblico2

Nelle Lettere3Agostino evidenzia come il perdono possa avere conseguenze negative su chi, invece di correggere la propria condotta, incrudelisca nella sua arroganza, oppure, correttosi nella sua condotta, induca tuttavia altri ad approfittare sperando in eguale impunità. Riprendendo il pensiero di S. Paolo, Agostino scrive: “Se fai il male, abbi paura, poiché l’autorità non senza ragione porta la spada; essa infatti è strumento per infliggere punizione ai malfattori in nome di Dio”. Inoltre S. Agostino scrisse nel De libero arbitrio che “se l’omicidio consiste nel distruggere o uccidere un uomo, talvolta si può si può uccidere senza commettere peccato; questo vale per il soldato col nemico, per il giudice o il ministro con coloro che fanno del male”.

In Agostino prevale la teoria della prevenzione come giustificazione della pena di morte. Una funzione prevalentemente retributiva, oltre che emendativa e di prevenzione, ha, invece, la pena di morte per S. Tomaso, che nella Summa theologica (II, II, q. 68, a.1) giustifica la pena come vendetta che si esercita sui malvagi in quanto questi usurpano i diritti di Dio e nella Summa contra Gentiles (III, cap. 146), dopo aver scritto che la vita del delinquente deve essere sacrificata, allo stesso modo in cui “il medico taglia a buon diritto e utilmente la parte malata, aggiunge che “uccidere un uomo che pecca può essere un bene come uccidere un’animale nocivo. Infatti un uomo cattivo è peggiore e più nocivo di un animale nocivo”. Vi è dunque da domandarsi quale credibilità possa avere oggi la Chiesa, che, rinnegando circa 2000 anni di dottrina, da S. Paolo ad oggi, ha abolito nel 1999 dal Catechismo la pena di morte. La condanna della pena di morte vuole essere espressione di superiorità morale (dettata dal sentimento), ma è di fatto espressione di inferiorità giuridica, causata dalla corruzione del diritto da parte della morale.

Montaigne nei Saggi (1580) scrive, giustificando la pena di morte, che “non si corregge colui che è impiccato; si correggono gli altri per mezzo suo”. Tale giustificazione prescindeva da una concezione retributiva, e perciò da diritto naturale, perché Montaigne, esprimendo un relativismo culturale, faceva discendere le leggi dal costume di un popolo, scrivendo che “le leggi della coscienza, che noi diciamo nascere dalla natura, nascono invece dal costume…Per cui accade che quello che è fuori dai cardini del costume lo si giudica fuori dei cardini della ragione”.4 Non si capisce pertanto come egli potesse pretendere di impiegare la ragione per giudicare i costumi. conseguiva Montesquieu ne Lo spirito delle leggi (1749), dove si dà la prima chiara formulazione della divisione dei poteri, scrive che “la pena di morte è provocata dalla natura delle cose…Essa è come il rimedio della società malata”.

Rousseau nel Contratto sociale (1762) considera la pena di morte entro una concezione retributiva sul presupposto che il cittadino è obbligato ad obbedire alla volontà generale (della maggioranza) quale condizione della conservazione del patto sociale, che implica la conservazione della vita dei contraenti. Ma chi vuole conservare la vita con il contributo degli altri deve essere anche disposto a morire dal momento in cui cessa di essere membro della società perché ne è divenuto nemico con il suo delitto. La conservazione della società in tal caso è incompatibile con quella del criminale.

Scrive Rousseau nel Contratto sociale che “è appunto per non essere vittime di un assassino che noi consentiamo a morire se diventiamo tali…Ogni malfattore diviene a causa dei suoi delitti nemico della patria; cessa di esserne membro; a questo punto la conservazione dello Stato è incompatibile con la sua; bisogna che uno dei due perisca”.

Ha scritto Kant: “Se poi egli ha ucciso, deve morire. Qui non esiste alcun altro surrogato che possa soddisfare la giustizia. Non c’è alcuna omogeneità tra una vita per quanto penosa e la morte; e di conseguenza non esiste altra eguaglianza tra il delitto e la punizione, fuorché nella morte giuridicamente inflitta al criminale” (Metafisica dei costumi, parte II, sez. I, nota). 5

E Schopenhauer, utilizzando contro Kant la seconda forma dell’imperativo categorico dello stesso Kant (“agisci in modo da trattare sempre l’umanità, tanto nella tua persona quanto nella persona di tutti gli altri, anche come fine, mai soltanto come mezzo”, osservava, rincarando la dose, che essa era infondata alla luce della giustificazione della pena di morte: “A quella formula ci sarebbe da obiettare che il delinquente condannato a morte è trattato, e giustamente, soltanto come mezzo e non come fine, come mezzo indispensabile per confermare alla legge, se attuato, la forza deterrente, nella quale appunto consiste il suo fine”.6 In sostanza, per Schopenhauer l’assassino non fa parte dell’umanità, e dunque la sua vita cessa di essere un fine per diventare solo un mezzo della forza deterrente della legge. Ma, in effetti, Kant era alieno da qualsiasi concezione utilitaristica della pena, come quella di Schopenhauer, che vedeva nella pena un mero mezzo per ottenere un bene per la società. Per Kant è lo stesso delitto che richiede una proporzionata pena come imperativo categorico non potendo il condannato a morte essere utilizzato come esempio che serva da deterrente. Si può dire che per Kant la pena di morte si giustifica sulla base della considerazione che l’uomo, anche quando è un criminale, non può mai essere considerato un mezzo, per cui lo stesso criminale dovrebbe richiedere per sé la pena di morte per riscattarsi come uomo.

Verso la fine del ‘700 Giovanni Domenico Romagnosi (1761-1835) in Genesi del diritto penale (1791), considerando che il diritto penale trova la sua giustificazione nella difesa della società e nella salvaguardia dei cittadini, ritenne che la pena giusta fosse quella che meglio garantisse la conservazione dei cittadini. Pertanto qualsiasi pena era giustificata. E in Memoria sulle pene capitali (1830) scrisse che “non si tratta più di vedere se esista il diritto di punire sino alla morte: ma bensì se esiste il bisogno di esercitare questodiritto…Chi commette un delitto commette un’azione senza diritto…Dunque il male irrogato per difesa necessaria al facinoroso è un fatto di diritto. Dunque se questo male dovess’essere spinto fino alla morte del facinoroso, questa morte sarebbe data con diritto…Voler poi negare indefinitivamente questo bisogno sarebbe lo stesso come dire in chirurgia non potersi dar il caso di dover fare l’amputazione di un membro”. Romagnosi riteneva che la galera, pur senza lavoro, fosse per molti non un castigo ma un premio.

Hegel vide nel delitto il prevalere della volontà del singolo sulla volontà universale, per cui la pena consiste nel rovesciare la volontà del reo restaurando la volontà universale, che non significa recuperare il delinquente.7

In Lineamenti di filosofia del diritto (1821) Hegel espose, come Kant, una concezione retributiva della pena, che ha la funzione di restaurare l’ordinamento violato. Criticando anch’egli, come Kant, Beccaria, ricononobbe allo Stato il diritto di applicare la pena di morte, giacché “l’annientamento del diritto è taglione, senza per questo essere vendetta”.8

L’abolizionista si trova in compagnia di Robespierre, che, prima di cambiare idea pochi anni dopo, scriveva nei Discorsi sulla pena di morte, avvalendosi dell’argomento del possibile errore giudiziario, che la pena di morte era un eccesso di severità, e precisava: “un vincitore che tagli la gola ai suoi prigionieri è definito un barbaro”. Egli si poneva contro il Codice penale approvato dall’Assemblea costituente nel 1791, che riconfermava la pena di morte prevista dalle leggi dell’ancien regime. L’abolizionista si trova in compagnia anche dell’anarchico Max Stirner, che nell’opera L’unico e la sua proprietà 9 concepiva il diritto come come legato all’arbitrio del singolo, sì da poter scrivere: “Se tu riconduci il diritto alla sua origine, in te, esso diventerà il tuo diritto, e sarà giusto ciò che per te è giusto”. La conseguenza è che per Stirner il crimine esiste soltanto perché esiste il dominio della legge che si ammanta di sacralità, e non viceversa, e la punizione si giustifica soltanto perché lo Stato si arroga il diritto di esercitare una vendetta chiamata punizione. Si può vedere come il ragionamento degli abolizionisti nasconda le stesse premesse di una concezione anarchica dello Stato, il cui diritto di punire si fonderebbe unicamente su una pretesa sacralità della legge. Stirner non si avvide che, partendo dalla sua concezione anarchica dell’individuo, a difesa dell’unicità della vita, intesa come espressione di solo egoismo, avrebbe dovuto ritenere normale l’omicidio, e innaturale l’intervento della legge a difesa della vita dello stesso egoista. L’assolutizzazione dell’individuo porta a giustificare, contraddittoriamente, il suo annullamento sulla base di una concezione della legge intesa come espressione della forza, e non come difesa del diritto naturale all’autoconservazione.

Il famoso Dei delitti e delle pene (1764) di Beccaria nell’escludere la pena di morte esprime una concezione contrattualistica e utilitaristica della legge,10 e pertanto non può che escludere una concezione retributiva della pena. Secondo Beccaria dal contratto sociale non deriva il diritto dello Stato di applicare la pena di morte perché gli uomini non possono avere contrattato ciò, dando agli altri il potere di ucciderli. Ma si noti come l’affermazione di Beccaria sia, oltre che illogica, soltanto una petizione di principio. Infatti gli uomini che avessero escluso la pena di morte sin dalla fase del contratto sociale per timore di essere uccisi avrebbero ammesso di aderire contraddittoriamente (perché in malafede) al contratto, avendo già d’allora intenzione di uccidere, mentre il contratto nasceva perché nessuno potesse più rimanere vittima degli altri. Chi non avesse avuto intenzione di uccidere non avrebbe avuto paura di richiedere allo Stato la pena di morte, per maggiore tutela della propria vita, ma, al contrario, l’avrebbe impedita chi avesse avuto in animo di uccidere, pur aderendo al contratto. Perciò l’esempio di Beccaria giustifica solo la malafede.

Per Beccaria la pena ha la funzione di distogliere gli altri dal commettere eguale reato, mentre gli è estranea una concezione emendativa della pena, che serva al reo per redimersi. Ma si tratta di una giustificazione logicamente insostenibile, giacché 1) o tutti si dovrebbero sentire distolti; 2) o la pena non serve a tutti quelli che non si siano sentiti distolti, mentre per tutti gli altri sarebbe inutile.

La pena serve soltanto a quelli che non si sentano distolti. Ma questa è una tautologia che non spiega alcunché.

Le argomentazioni di Beccaria contro la pena di morte sono dunque risibili. Egli scrive: “Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risultano la sovranità e le leggi…Non è dunque la pena di morte un diritto…ma è una guerra della nazione con un cittadino, che giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere”. Quale enorme confusione di idee! Da una parte un assassino viene considerato moralisticamente simile alla vittima innocente, dall’altra si presenta come negativo ciò che è positivo, che lo Stato, come in una guerra, ritenga necessario o utile usare le armi da guerra contro il nemico. L’argomentazione di Beccaria si rivolge contro di lui. Ma lungi da qualsiasi considerazione filosofico-umanitaria l’illuminista Beccaria è indotto a chiedere per il carcere perpetuo “una schiavitù perpetua! “fra ceppi o le catene”, in cui “il disperato non finisce i suoi mali”, come, invece, con la pena di morte. Beccaria condanna lo Stato che compra le delazioni e impone taglie: “Chi ha la forza di difendersi non cerca di comprarla. Di più, un tal editto sconvolge tutte le idee di morale e di virtù, che ad ogni minimo vento svaniscono nell’animo umano. Ora le leggi invitano al tradimento, ed ora lo puniscono…Invece di prevenire un delitto, ne fa nascere cento. Questi sono gli espedienti delle nazioni deboli, le leggi delle quali non sono che istantanee riparazioni di un edificio rovinoso che crolla da ogni parte”.11 D’altra parte, Beccaria (Dei delitti e delle pene, cap. XXVII) continuò a giustificare la pena di morte se “la morte di qualche cittadino diviene necessaria quando la nazione ricupera o perde la sua libertà, o nel tempo dell’anarchia, quando i disordini tengon luogo di leggi”.

Bisognerebbe dunque concludere che Beccaria non sarebbe oggi contrario alla pena di morte almeno per i delitti di mafia, in cui “i disordini tengon luogo di leggi”, o contro i trafficanti di droga, cioè di morte, siano collegati o non con la mafia. La mafia non può essere combattuta democraticamente, ma sospendendo nelle regioni mafiose ogni forma di rappresentanza politica, esposta localmente ai ricatti mafiosi, e ogni forma di garanzia costituzionale nei confroni delle famiglie mafiose, a cui soggiace anche tutto l’apparato giudiziario, dalle guardie carcerarie ai direttori delle carceri sino ai magistrati che dovrebbero giudicare i criminali mafiosi, i quali smetterebbero di comandare e ricattare anche dal carcere soltanto se venissero giustiziati con la pena di morte. Soltanto da morti non potrebbero più comandere e ordinare altre uccisioni. Si sa quali sono le famiglie mafiose, e quando si peschi dentro di esse si pesca sempre bene, senza andare per il sottile. Uno Stato che non voglia intendere ciò è o buffone o connivente con questa feccia di specie soltanto biologicamente umana. Merito principale di Beccaria è l’avere evidenziato la necessità di “una proporzione tra i delitti e le pene”. Ma proprio tale proporzione sarà rivendicata da Kant contro Beccaria per giustificare la pena di morte.

Oggi nella dottrina penale americana prevale una concezione retributiva della pena che giustifica la posizione di Kant basata sul principio di eguaglianza. La legge del taglione (lex talionis) raccomanda di “fare agli altri ciò che questi hanno fatto a te”, come rafforzativa della regola aurea secondo cui bisogna “fare agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te” (norma evangelica). In base alla lex talionis si ripristina l’eguaglianza che è stata turbata dal crimine E’ questa la tesi di J. H. Reiman.12 In base a tale principio il crimine è un attacco alla sovranità dell’individuo che pone il criminale in una posizione di illegittima sovranità su un altro. La vittima ha il diritto, e la società il dovere, di rettificare la posizione del criminale riducendone la sovranità nello stesso grado. La vittima avrebbe avuto il diritto, ma non il dovere, di perdonare a chi ha attentato al suo diritto naturale, ma rispettando il principio che la vita della vittima non possa essere valutata come inferiore rispetto a quella del suo uccisore. Una pena alternativa come l’ergastolo (che in Italia non esiste più) non sarebbe in accordo con il principio di umanità della pena e dell’ipocrita funzione rieducativa di essa. E’ stato anche scritto: “Chi non avverte che vi è qualcosa di macabro e di beffardo in un processo nel quale la vittima non può più udire la propria voce?…Ma vi è di più, chi uccide con il suo delitto diminuisce in tutti il valore della vita, togliendo a ognuno un po’ di sicurezza di vivere, il che è come dire che lo priva di una parte della sua vitalità…L’esclusione della pena di morte per omicidio è un portato di maggiore civiltà o non è invece il segno di una minore sensibilità morale e di una meno chiara percezione del vero?…Chi con deliberato proposito uccide un uomo deve essere a sua volta ucciso dalla società costituita, che non può sottrarsi al suo obbligo senza macchiarsi di una colpa…E’ forse giusto che chi uccida non venga a sua volta ucciso? E che gli si infligga invece una pena di carcere che sarà mite in ragione di come saprà difendersi contro un morto”,13 grazie ad avvocato prezzolato o al solito psicologo o sociologo di turno pronto a trovare tutte le attenuanti generiche e specifiche? Si vuole spesso dimostrare che l’assassino nel momento del crimine fosse incapace di intendere e volere. Ma poi riacquista sempre la lucidità! Si pretende assurdamente che il criminale si riconcili con la società senza tenere in alcun conto la vita dell’ucciso. Gli abolizionisti sono proprio coloro che ipocritamente o disonestamente tengono in minor valore la vita umana, stando a difesa degli assassini. Questo discorso vale anche per Amnesty International, che, come direbbe Hegel, alla ragione sostituisce la “brodaglia del cuore” (Lineamenti di filosofia del diritto, pref. ): associazione di saccenti presuntuosi e arroganti che credono di avere un cervello migliore di quello di tutti i pensatori che abbiamo citato. E, a parte la giustizia che bisogna rendere alla vittima, anche se morta, vi è un superiore interesse della società a liberarsi degli assassini che a ritenere “sacra”, come stupidamente si dice, anche la vita di un criminale.

T. Sellin14volle dimostrare con un’indagine statistica che la pena di morte negli Stati Uniti non aveva un’influenza frenante sugli indici di morte per omicidio. Gli rispose Isaac Ehrlich,15 che scrisse che i metodi statistici erano inattendibili, mentre, avvalendosi di diverse ipotesi, si poteva affermare che durante il periodo 1935-69 ciascuna esecuzione capitale aveva prevenuto il verificarsi di sette o otto omicidi in più. Infatti il criminale, in base alle offerte di mercato, conforma la sua condotta al desiderio di massimizzare il suo guadagno e di minimizzare i costi personali. Quando tra i possibili costi vi è la pena di morte diminuisce il desiderio di massimizzare il profitto. Ma questi sono argomenti utilitaristici che non scalfiscono minimamente il principio secondo cui la vita dell’assassino non deve valere più di quella della sua vittima.

Chi è favorevole alla pena di morte ormai non ha più il coraggio di dirlo pubblicamente o non trova spazio, in Europa, soprattutto in Italia, per affermarne la giustezza perché i mass media, operando una dispotica censura, hanno deciso che i favorevoli alla pena di morte sono dei barbari, che non debbono corrompere i civili. La condanna della pena di morte vuole essere espressione di superiorità morale, ma è di fatto soltanto espressione di inferiorità giuridica. Da notare come gli stessi mass media, essendo totalmente privi di alcuna capacità o volontà di discutere sul piano razionale, essendo capaci di fare soltanto affermazioni moralistiche ed emotive contro la pena di morte, gonfi di sentimento e vuoti di ragione, confermino che la morale nasce soltanto dal sentimento e non dalla ragione, perché non trovano altro mezzo di persuasione, giocando sui sentimenti, che impiegare la telecamera per far vedere il condannato che soffre o l’ambiente della camera della morte, approfittando del fatto che non vi è mai una telecamera pronta a riprendere l’assassino quando infierisce impietosamente sulla vittima innocente. E se le immagini dell’assassino all’opera esistessero, ipocritamente non verrebbero fatte vedere con la scusa di non turbare la sensibilità dello spettatore. Inoltre gli abolizionisti non vogliono misurarsi con il gran numero di sostenitori della morte facendo finta che non esistano o impediscono un pubblico confronto, certamente timorosi di scoprirsi in minoranza. Essi sono anche dei disonesti arroganti, e pretendono di essere rappresentanti del progresso civile, sapendo solo demonizzare verbosamente come incivili chi ha seri argomenti contro di essi.

Sia almeno riconosciuto ad ognuno il diritto di dichiarare se sia disposto a perdonare il suo eventuale assassino, perché lo Stato non si sostituisca alla volontà della vittima innocente.16 E’ contraddittorio che ognuno per legittima difesa possa anticipare il suo aggressore armato uccidendolo, mentre si riconosce allo stesso aggressore che abbia anticipato la vittima il diritto di continuare a vivere. La legittima difesa presuppone che nel momento dell’aggressione la vita dell’aggressore non disponga più della tutela della legge e che esso si ponga in uno stato di natura, ponendo la sua vita alla mercé dell’aggredito. Non si capisce dunque perché lo Stato restituisca la tutela alla vita dell’assassino soltanto perché questo è riuscito ad anticipare la vittima.17 Vi sono pubblici ministeri, garantisti senza cervello, capaci ormai di incriminare per omicidio o per eccesso di difesa chi previene un rapinatore uccidendolo, certamente convinti che l’aggredito debba prima rischiare di farsi uccidere. La giustizia è in mano anche a questi individui, con la loro cultura del buonismo che uccide la giustizia. Essi sanno scioperare soltanto contro qualsiasi controllo di merito del loro operato, non perché la giustizia abbia tempi brevi e chi la richiede non debba invecchiare o morire prima di una sentenza.
1 Carlo Nicoletti, Sì, alla pena di morte?, Cedam 1997, p. 60. L’autore soltanto per ragioni di cautela ha preferito aggiungere il punto interrogativo al titolo del suo testo. Egli ritiene che la concezione emendativa, cioè quella che pone come scopo della pena il recupero del colpevole, sia profondamente utopica e ipocrita perché non tiene conto delle condizioni e dei luoghi di pena, per cui “una carceraria città del sole costituisce niente di più che una contraddizione in termini” (p.9). Tale concezione è soltanto una dichiarazione di intenti, in quanto “il ravvedimento è sempre e comunque un fatto individuale” (p.11). Quanto alla concezione della pena come prevenzione, essa è cinica, perché, prescindendo da ogni implicazione morale, ha come fine quello di isolare chi costituisce un attentato all’ordine sociale. Tuttavia l’autore, professore di diritto processuale civile a Cagliari, ritiene che quest’ultima concezione “è quella che perfettamente si attaglia alla pena di morte” (p. 16), quando pare, invece, evidente che sia la concezione retributiva, per la corrispondenza che essa richiede tra il delitto e la sua punizione. L’autore precisa che la pena non può essere assimilata alla vendetta perché quest’ultima può essere accompagnata dal piacere di restituire il male. Ma allora dovrebbe escludersi anche il piacere della giustizia.



2 Sulla pena di morte nella storia occidentale cfr. di Alberto Bandolfi Pena e pena di morte. Temi etici nella storia, Edizioni Dehoniane 1985; di Italo Mereu La morte come pena. Saggio sulla violenza legale, Donzelli 1982. L’esame che quest’ultimo testo fa di tutti gli eccessi, non escluse diverse forme di tortura, nell’applicazione della pena di morte come uso politico per sbarazzarsi degli avversari non deve essere confuso con il discorso sui principi.

3 Agostino, Lettere, II, Città Nuova, 1971, pp. 541-47.

4 Saggi, Adelphi, 1982, p. 150.

5 Kant (ibid.) accusò Beccaria di “affettato sentimentalismo”.

6 Il fondamento della morale, op. cit., p. 164.

7 Filosofia dello spirito jenese, Laterza 1984, p. 139

8 E’ evidente che Hegel, distinguendo la legge del taglione dalla vendetta, considera quest’ultima soltanto come espressione di una punizione privata, che può non rispettare la proporzionalità tra delitto e pena. Ma in sostanza anche la pena comminata dallo Stato non può non essere considerata anch’essa una vendetta, se la pena rientra in una concezione retributiva come quella di Hegel.

9 In Gli anarchici, a cura di G.M Bravo, Adelphi 1970, pp. 510 sgg.

10 Il contrattualismo non implica necessariamente l’utilitarismo come negazione di un diritto naturale. In Hobbes, per esempio, la concezione contrattualistica si accorda con quella utilitaristica, ma anche con una concezione giusnaturalistica che vede la legge naturale non dipendere dal contratto ma precederlo. Così in Locke la concezione contrattualistica si accorda con il diritto naturale alla libertà e alla proprietà (Secondo Trattato del governo civile (a cura di Luigi Pareyson) , Utet 1982, pp. 229-63.

11 Oggi il riferimento fa all’impiego, da parte dello Stato, dei cosiddetti “pentiti”, premiati per le loro “confessioni”. E’ il risultato, direbbe Beccaria, di uno Stato che, non avendo la forza di difendersi, a causa del suo garantismo nei riguardi delle organizzazioni criminali, cerca di comprarla, mandando in rovina l’edificio dell’ordinamento giuridico, fondato sulla proporzionalità della pena al delitto.

12 Justice, Civilation and the Death Penalty, Justice 1991.

13 Carlo Cetti, Della pena di morte. Confutazione a Beccaria, Como 1960, pp. 12-13.

14 The Death Penalty, The American Law Insitute, Philadelphia 1959.

15 The deterrent effect of punishment: a question of life and death, American Economics Reviw, 65, 1975.

16 In questo senso si può ritenere ampliata la considerazione svolta da Platone nelle Leggi (IX, 869), dove è previsto che in caso di patricidio (o matricidio) – il delitto ritenuto più grave da Platone – il padre (o la madre) possa avere il tempo, prima di morire, di perdonare il figlio. In tal caso il patricidio (o matricidio) sarà ritenuto involontario e il colpevole dovrà soltanto purificarsi.

17 Il nostro ragionamento trova riscontro in Gaetano Filangieri (Scienza della legislazione, 1781-88), che, riprendendo il pensiero di Locke sullo stato di natura, in cui ognuno ha il diritto di punire i delitti (II Trattato del governo civile, II, 11), osserva, contro Beccaria (Dei delitti e delle pene, 1764), che nello stato di natura si perde il diritto alla vita quando la si toglie ad altri, perché ognuno ha il diritto di uccidere il suo ingiusto aggressore, e, se rimane ucciso, il suo diritto si trasferisce da lui alla società. D’altra parte, non si aggiunge mai che Beccaria continuò a giustificare la pena di morte per quei delitti che minano l’ordine sociale. Riferimento odierno potrebbero essere le organizzazioni a delinquere come la mafia, contro cui si devono usare leggi di guerra, non di pace, sospendendo le garanzie costituzionali, conservando le quali si ha soltanto uno Stato imbelle e buffone, se non colluso. Combattere la mafia (che impiega la pena di morte) con il garantismo delle leggi di pace, e senza applicare la pena di morte, significa cercare di contrastare un esercito dotato di artiglieria pesante con un esercito equipaggiato al massimo con fucili da caccia. Poiché è impossibile estirpare la mafia con metodi democratici, nell’attuale “democrazia” il sud d’Italia si merita soltanto l’autogoverno della mafia, senza aiuti economici da parte di altre regioni. Ha scritto Aristotele (Politica) che ogni popolo ha il governo che si merita. I capi mafia continuano a comandare dal carcere ricattando guardie e direttori del carcere. La pena di morte impedirebbe ai mafiosi di continuare a dare ordini. E’ altrettanto inconcepibile che non si applichi la pena di morte nei confronti dei trafficanti di droga, cioè di morte. Ritenere che la loro vita sia degna di rispetto significa corrompere lo stesso concetto di giustizia. Essi minano anche l’ordine sociale, per cui, dallo stesso punto di vista di Beccaria, dovrebbero essere eliminati senza pietà. 
  

mercoledì 22 ottobre 2014

PROVERBIO SARDO: CROBU CUN CROBU NON SINDI BONGANT OGU

Che tradotto significa: Corvo con corvo tra loro non si cavano l’occhio: Tra persone della stessa pasta ci si intende a meraviglia!! 
E uno dei tanti corvi è l'emerito prof. avv. Giovanni Maria Flick, da cui certamente non potevo attendermi una risposta pur avendogli scritto nel suo blog
  Giovanni Maria Flick Giovanni Maria Flick
la lettera che riporto sotto. 
Egli è stato anche presidente della Corte Costituzionale, oltre che ministro della giustizia nel 1996 con il governo Prodi. Se ascoltate nel blog il video dove parla della crisi della giustizia civile noterete come egli concluda che la causa della crisi sta in tutto il sistema. Che barzelletta! E' da decenni che la sento raccontare da chi ha avuto in merito responsabilità di governo. Come dire che le colpe sono di tutti e dunque di nessuno, come al solito. E così continua la barzelletta. Tragica per chi la subisce, come il sottoscritto in una causa civile paradossale e incredibile che dura da 16 anni con sentenze da pazzi. Scritte da giudici sragionanti. Perché se fossero solo ignoranti ma capaci di ragionare non vi sarebbero sentenze da pazzi. Ma per questi pazzi non esiste alcun controllo di merito, mentre meriterebbero in alcuni casi un ricovero in psichiatria per evidenti manifestazioni di schizofrenia per tutte le contraddizioni che ho potuto rilevare nella mia assurda vicenda. Gente che meriterebbe di essere licenziata per certe sentenze perché non continuino a fare disastri. Mi disse un famoso avvocato di Cagliari, Beniamino Piras: io preferisco un giudice corrotto ma preparato ad uno non corrotto ma ignorante o incapace di ragionare. Perché un giudice corrotto non è sempre corrotto, ma un giudice ignorante o incapace di ragionare rimarrà tale. 
Che ha fatto Flick per riformare la giustizia civile come ministro della giustizia? Nulla. Il solito vezzo di dire tante belle parole per concludere nulla lasciando le cose come stanno. Avesse fatto riferimento alla necessità di riformare il Codice di Procedura Civile, come vado scrivendo da anni anche in due miei libri, abolendo gli artt. 180-181-182-183-184, cioè abolendo le udienze per evitare il logorante rinvio da un'udienza ad altra che dà modo alle parti di modificare la domanda, di sollevare nuove eccezoni, di produrre nuove memorie. NIENTE. Il processo civile è documentale. Le udienze non servono. E le testimonianze possono essere certificate per via telematica.  
Naturalmente Flick non poteva non dichiararsi contrario alla responsabilità civile dei giudici recitando la solita cantilena secondo cui tale responsabilità sarebbe contraria all'indipendenza dei giudici, aggiungendo che i tre gradi del giudizio garantiscono una sentenza giusta. Incredibile! Come se non vi fossero degli ignoranti o sragionanti anche in Cassazione, tanto è vero che questi parrucconi, che vi arrivano dalle Corti d'Appello per anzianità e non per merito, non facessero sentenze risultanti contrastanti, sia tra le diverse sezioni della Cassazione che all'interno di una stessa sezione. Tanto è vero che in caso di contrasti debbono riunirsi le Sezioni Unite per cercare di porre rimedio ai contrasti. E non è detto che la sentenza che ne esce sia di superiore garanzia di giustizia. Ma allora quanti gradi di giudizio dovrebbero esistere? Io dico che ne basterebbero anche due se i giudici venissero selezionati rigorosamente da un'Alta Corte di giustizia che rafforzasse l'art. 1 dei Provvedimenti disciplinari arrivando persino a prevedere il licenziamento quando una sentenza sia palesemente "dettata da ignoranza o vizi logici inescusabili" (come recita tale articolo).  Ma questa Alta Corte di giustizia dovrebbe essere composta da giuristi (studiosi del diritto) e non da giudici (manovali del diritto, macchine per sentenze). Infatti i giudici non possono essere giudicati da altri giudici perché altrimenti si avrebbero giudici ignoranti o sragionanti di grado superiore che giudicherebbero giudici ignoranti o sragionanti di grado inferiore, per di più in un conflitto di interessi all'interno di questa casta di irresponsabili. Se si applicasse un serio controllo delle capacità dei giudici nei termini che ho detto almeno la metà dei giudici meriterebbe il licenziamento.       
Figuriamoci se Flick poteva rispondermi andando contro  la specie dei corvi di cui ha fatto parte e dunque anche contro se stesso. Gente che sembra predicare bene ma razzola malissimo. Gli ho inviato nuovamente quanto segue limitandomi questa volta a lasciare nel suo blog (alla voce contattami) il link di questo articolo.
Ma questa volta ho lasciato il link del titolo anche a vari indirizzi email del suo studio di avvocato, che sembra soprattutto uno studio molto, molto familiare. Guardate:
  • Prof. Avv. GIOVANNI MARIA FLICK (privo di email)
  • Avv. CATERINA FLICK (priva di email)
         Of Counsel, Roma

 Diritto Civile
Avv. ARTURO FLICK
arturo.flick@studioflick.it
Diritto Penale
AVV. CAROLA FLICK
carola.flick@studioflick.it
 
Prof. Flick
Mi dia una risposta dimenticandosi di essere stato presidente della Corte Costituzionale. Questa Corte ha detto che il "porcellum" non era costituzionale perché non aveva messo un tetto minimo alla percentuale di voti per avere un premio di maggioranza. E ha aggiunto che questo parlamento aveva il potere di riformare la legge elettorale. Ora la prego di usare solo la logica cercando, ripeto, di evitare di considerare di aver fatto parte della Corte. Si metta super partes. Anche se so che è difficile. Si ricorderà certamente della famosa legge del 1953 giustamente chiamata LEGGE TRUFFA dai socialcomunisti perché permetteva al governo De Gasperi di avere in parlamento una maggioranza del 65% qualora si fosse raggiunto alle elezioni il 50% più uno dei voti. Questa legge non entrò in vigore solo per poco perché la coalizione dei partiti che appoggiavano De Gasperi raggiunse il 49,8% dei voti, mancando solo 54.000 voti. Oggi siamo arrivati alla SUPERTRUFFA. La stessa Corte Costituzionale ha ammesso infatti una legge elettorale che permetta ad una minoranza di avere una maggioranza in parlamento stabilendo solo (non so con quale criterio) che debba esserci un tetto minimo di voti. Questa è una serie di aberrazioni dal punto di vista logico. Dove sta scritto nella Costituzione che una minoranza del popolo possa diventare maggioranza in parlamento? E con quale potere o criterio la Corte poteva stabilire quale unica condizione che fosse stabilito un tetto di percentuale di voti? I costituenti avevano certamente in mente il sistema proporzionale, dandolo come scontato a tal punto da non introdurre la legge elettorale nella Costituzione. Bisognerebbe leggere i lavori preparatori. E commisero un grave errore. Innanzi tutto, quale dovrebbe essere il tetto minimo dei voti di un partito o di una coalizione di partiti? Basterebbe anche un 40% dei voti se non anche meno se basta porre un tetto senza che sia stato stabilito dalla Corte un preciso tetto? E che titolo, d'altronde, avrebbe avuto per stabilirlo? Nessuno. Se la Corte non ha alcun titolo per stabilire un tetto preciso non aveva nemmeno titolo per dire che era necessario stabilire un tetto. E come può una legge elettorale stabilire che debba esistere un tetto senza violare lo spirito della Costituzione? Ma non basta. Adesso veniamo ad altri assurdi della sentenza della Corte. Se il porcellum non è costituzionale (ma assurdamente solo perché secondo la Corte non prevede un tetto) la conseguenza, di cui non si vuole prendere atto nemmeno da parte della Corte Costituzionale (per evidenti motivi, la conservazione della poltrona a cui anch'essi sono disonestamente attaccati) questo parlamento è di composizione anticostituzionale e, nonostante ciò, ha eletto per due volte un capo dello Stato che dovrebbe essere delegittimato perché di riflesso di nomina anticostituzionale. E infine, la stessa composizione della Corte risulta in parte anticostituzionale almeno a partire dai giudici nominati dopo il 2005 quando entrò in vigore nel 2006 il porcellum. E poiché questo parlamento eletto anticostituzionalmente (causa porcellum) si accinge a nominare i giudici che furono nominati nel 2005 e la cui scadenza avviene nel 2014 (e l'anticostituzionale Napolitano ha nominato i giudici di sua competenza nella misura di 1/3, giudici perciò privi di legittimità) la Corte Costituzionale risulterà composta per 2/3 da giudici di nomina anticostituzionale. L'altro terzo si salva perché nominato dalle magistrature superiori.
E veniamo alla contraddizione maggiore interna alla sentenza della Corte che, pur dichiarando anticostituzionale il porcellum, ha avuto l'ardire di dire che questo parlamento aveva il potere di modificare la legge elettorale. ASSURDO. Può un chirurgo operare se stesso? Impossibile. Esiste il principio giuridico secondo cui QUOD NULLUM EST NULLUM PRODUCIT EFFECTUM. Pertanto non si può curare la causa curando l'effetto. Se la causa (la legge porcellum anticostituzionale)  è nulla non può l'effetto (un parlamento eletto sulla base della legge elettorale anticostituzionale) curare la causa votando una nuova legge elettorale. Eppure si è voluto nascondere da parte della Corte l'assurdo di un parlamento che, eletto anticostituzionalmente, viene investito dalla Corte del potere di riformare se stesso votando una nuova legge elettorale per un futuro parlamento in vista di future elezioni. Perché la Corte è arrivata a questo assurdo? Me lo dica lei. Io lo so e l'ho già detto. Per salvarsi le poltrone. Quale via di uscita per tornare nell'alveo della Costituzione? Un autoscioglimento del parlamento (perché anche il capo dello Stato è da ritenersi delegittimato e privo del potere di scioglierlo). Riprenderebbe vigore da sé la legge elettorale fondata sul proporzionale senza che vi sia bisogno di votare una nuova legge elettorale.       
Se i membri della Corte Costituzionale fossero onesti dovrebbero riconoscere di essere essi stessi di nomina anticostituzionale e si dovrebbero dimettere in massa.             

E per concludere le domando: era lei cosciente di tutte queste contraddizioni che generano un circolo vizioso che parte dal parlamento per arrivare alla Corte Costituzionale e tornare al parlamento? Se non lo era lei è un incosciente e se lo era lei è un disonesto. MEDIUM NON DATUR. Da che razza di pulpito vengono le prediche!  

lunedì 20 ottobre 2014

E' MATTO, E' MATTO. HA BISOGNO DI UN RICOVERO COATTO.

A matteo@matteorenzi.it; matteo@governo.it
E' un ammalato di agitazione psicomotoria che gli impedisce di riflettere e lo costringe ad una logorrea priva di contenuti che tengano conto della realtà. E la sua malattia contagia i deboli di mente. Non vi è giorno in cui non colga l'occasione per apparire in diverse sedi, alle varie TV. E' un essere pericoloso. Ogni giorno se ne esce con una idea strampalata per estendere il suo contagio. Adesso ha promesso un bonus bebè, sempre di 80 euro(cifra da monomaniacale), a tutte le neomadri per tre anni. E come al solito senza spiegare da dove trarrà i soldi. Per il primo anno 500 milioni e poi un miliardo e mezzo. E poiché sembra che il 20% dei neonati sia di genitori stranieri, il 20% sarà distribuito agli stranieri invece che agli italiani. Ha detto che a gennaio (e così guadagna qualche altro mese) ci sarà una legge sui diritti civili dando per scontato che sarà approvata nonostante opposizioni trasversali. Ha detto che vi sarà l'jus soli temperato nel senso che verrà riconosciuta la cittadinanza al figlio di stranieri che sia nato in Italia ma abbia percorso gli anni di studio della scuola dell'obbligo, oppure anche a chi non sia nato in Italia ma abbia percorso un certo numero di anni di studio dopo avere raggiunto i 18 anni. Tutto volutamente vago e impreciso perché non si dice se abbiano diritto alla cittadinanza anche coloro che non abbiano frequentato la scuola per un certo numero di anni. Ma questo è poco. Si arriverebbe all'assurdo che uno straniero diverrebbe cittadino italiano pur continuando ad avere genitori stranieri, magari arrivati qui come clandestini che avrebbero dovuto essere espulsi. Questo pazzo non sa più che cosa fare per tirare a campare. Ha stabilito che il dipendente da un'azienda privata ha diritto ad avere il TFR in busta paga ma sottoponendola ad una tassazione. Vuole mantenere la pazzia del 3% come limite del deficit non capendo che in questo modo nessun investimento potrà mai essere finanziato per espandere l'occupazione con l'espansione della produzione. Dice che per i primi tre anni il datore di lavoro sarà esonerato dal pagare i contributi, che saranno a carico dello Stato (anche qui senza spiegare da dove prenderebbe i soldi) e senza spiegare come dopo i tre anni sarebbe evitato al datore di lavoro di licenziare gli assunti per assumerne di nuovi per continuare a non pagare i contributi. L'aumento della disoccupazione per lui non esiste. L'acciaieria di Terni che licenzia per lui non esiste. Non esiste nemmeno la Meridiana che licenzia 1600 dipendenti. E sapete perché? Perché ce lo chiede l'Europa. Un'Europa a cui si regalano ogni anno miliardi di euro per averne assai meno in restituzione. Quest'anno dei sedici miliardi regalati ne sono stati restituiti solo 6. Che bell'affare!
Potrei continuare ma mi fermo qui. Ho già scritto in precedenti articoli delle sue altre pazzie, fatte di pasticci e di promesse non realizzate.
Costui ha veramente bisogno di un ricovero coatto in psichiatria se in buonafede, altrimenti dovrebbe essere fatto fuori perché, se lucido di mente, è il peggiore delinquente della politica che sia apparso nella storia d'Italia.Uno che ha intenzione di instaurare una personale dittatura con una nuova legge elettorale che preveda un premio di maggioranza non più per una coalizione di partiti ma per un solo parito, evidentemente con la speranza che il PD (Partito della Disgrazia) risulti partito di maggioranza relativa per diventare partito di maggioranza assoluta in parlamento. Alla faccia del patto del Nazareno fatto con un altro spregiudicato (oltre che pregiudicato) di nome Berlusconi. Il quale, dopo non averne fatto una giusta in politica, sperava con l'anticostituzionale italicum (prevedente un premio di maggioranza per una coalizione di partiti) di avere la maggioranza assoluta in parlamento. Illuso. E adesso che farà? Non ha capito Berlusconi che solo con il proporzionale senza premio di maggioranza potrebbe continuare a sopravvivere politicamente impedendo alla falsa sinistra di avere una maggioranza assoluta. Un Berlusconi anche coglione che si sta votando al suicidio in una situazione di totale anticostituzionalità che, partendo dalla composizione di questo parlamento a causa di una legge elettorale (porcellum) dichiarata anticostituzionale, arriva sino all'elezione di Napolitano e alla stessa composizione della Corte Costituzionale, con membri nominati per 1/3 dal parlamento e per 1/3 dal capo dello Stato (salvandosi soltanto 1/3 nominato dalle magistrature superiori, Corte di Cassazione e Consiglio di Stato). La Corte Costituzionale ha riconosciuto che era anticostituzionale il porcellum ma disonestamente non ne ha tratto le conseguenze con le dimissioni di 2/3 dei suoi "membri", di nomina anticostituzionale. Tutti attaccati alle poltrone. E' tutto uno schifo!            

domenica 19 ottobre 2014

UNIONI INCIVILI E TURPI. LA FARSA DELL'AMORE

Questo deficiente sindaco di Roma ha detto che è giusto premiare l'amore. E dunque, in violazione della legge, per cui dovrebbe essere dichiarato decaduto da sindaco e cacciato via, si è inventato un registro senza alcun valore legale per formalizzare un'unione civile tra pederasti e tra lesbiche. Avrebbe dovuto dire esplicitamente che è giusto premiare l'inculamento. 
Pezzo di merda di sindaco! Sai bene che negli articoli del Codice Civile che debbono essere letti dal sindaco o dal suo sostituto (artt. 143,144,147) non appare affatto la parola "amore", che appare invece nel matrimonio religioso ma solo come preambolo agli articoli suddetti. Infatti due possono sposarsi anche senza amore, per puro interesse. E i matrimoni fondati sull'interesse sono i più sicuri. Molti si sposano confondendo la fase dell'innamoramento con l'amore. E che cos'è l'innamoramento? Giù la maschera ipocriti. E' attrazione fisica. L'ha ben spiegato Schopenhauer (che non si sposò) in Metafisica dell'amore. Schopenhauer inviò alle sue poche conoscenze un biglietto di lutto in cui annunciava la perdita del suo unico vero amore: un cane barbone. L'innamoramento può durare al massimo un anno. Può durare anche di più se i due non convivono. La convivenza porta alla fine dell'innamoramento. Subentra l'abitudine e il cosiddetto amore diventa "dovere coniugale". E i figli, al contrario di quanto avveniva in passato, non sono più motivo di salvezza del matrimonio. Anzi, più spesso sono la causa della fine di esso. Subentra infatti un interesse principale per il figlio piuttosto che per il coniuge, che (come diceva Gassman in un film di cui non ricordo il titolo) in fondo non ti è parente. Questo interesse è più forte nella donna che può convincersi anche che il figlio sia solo suo per avere impiegato nove mesi per farlo, mentre l'uomo può averlo fatto anche in pochi minuti. Al limite anche in pochi secondi. Una botta e via. Nel mondo animale solo tra gli uccelli può esistere, ma non sempre, la convivenza, e solo per il periodo necessario per nutrire la prole dandosi il cambio tra maschio e femmina anche nella custodia del nido. Tra i mammiferi non esiste convivenza tra maschio e femmina, la quale viene abbandonata dopo essere rimasta incinta. Con i figli se la sbriga da sola perché il maschio sparisce non sapendo nemmeno di essere diventato padre. Ha fatto il suo dovere per la riproduzione della specie, e poi bata. Passa ad altre femmine.  Dunque il matrimonio (in genere la convivenza) è contro natura. Ma allora perché ci si sposa se la donna non ha bisogno dell'uomo dopo essere rimasta incinta? Intervengono altri fattori che nel tempo non hanno più a che fare con l'amore (se vi è stato all'inizio). Subentra (se subentra) un rapporto di affezione e di buone abitudini se continua la compatibilità di caratteri, senza la quale interviene la separazione con conseguente possibile divorzio. E' la fase dell'innamoramento che frega soprattutto le donne. In tale fase tutti e due, ma più l'uomo che la donna, cercano di nascondere i loro veri caratteri per farsi accettare o mettono ciecamente da parte la divergenza di caratteri. Quando da fidanzati ognuno torna a casa sua tutto appare più semplice. Il contrasto di caratteri non affiora. Può continuare la finzione reciproca. Ma quando poi si arriva alla convivenza allora nascono i guai. La vita in comune fa affiorare le divergenze. Si aggiungano le miserie quotidiane del dover dare priorità a tante cose materiali di radice economica che possono portare all'indifferenza sessuale o al rapporto sessuale privo ormai di entusiasmo. Ci si sposa all'inizio per innamoramento ma con l'inconscia paura della vita in solitudine. La paura della solitudine è la molla più forte che spinge al matrimonio e che più lo fa durare...finché dura. "Credevo fosse amore e invece era un calesse" (film di Massimo Troisi). Si pensa alla vecchiaia e ad una reciproca assistenza. Ma si noti come l'art. 143 imponga qualcosa che è contro natura: la fedeltà. Che gliene deve importare allo Stato della fedeltà tra i coniugi? Nulla. Sono affari dei coniugi (che brutta parola! dà il senso di essere legati con una fune) e lo Stato non deve intromettersi in questioni che debbono essere lasciate alla volontà della coppia. Infatti due potrebbero anche sposarsi per interesse e promettersi infedeltà reciproca con un matrimonio aperto. La noia di un matrimonio può portare, si sa e non si faccia finta di non saperlo, ad uno scambio di coppie. E se l'infedeltà non è reato mi domando perché lo Stato debba richiedere la fedeltà a chi si sposa. Lo Stato può intromettersi solo negli aspetti materiali del matrimonio (tutto ciò che riguarda l'aspetto economico) e finché il matrimonio dura. Come può lo Stato richiedere la fedeltà se allo stesso tempo ammette il divorzio? E' una contraddizione. Può intromettersi nelle conseguenze del divorzio sempre in relazione agli aspetti economici soprattutto se vi sono figli. Perciò la parola "fedeltà" deve essere cancellata nell'art. 143.     
A chi conviene il matrimonio? Per il Codice Civile e la successiva legge sul diritto di famiglia conviene alla donna, quasi sempre la parte più debole economicamente. Infatti anche per questo i divorzi sono richiesti per l'80% dalle donne. Per esse il matrimonio è un affare economico anche dopo il matrimonio. Soprattutto in relazione ad una pensione di reversibilità anche in caso di divorzio. Infatti alla donna divorziata spetta una pensione di reversibilità che sia proporzionale agli anni di convivenza se l'ex marito si risposa (con altra). Dunque la seconda moglie potrebbe ricevere una pensione di reversibilità inferiore rispetto a quella della prima moglie. E ciò vale anche per quanto riguarda l'eredità perchè anche la prima moglie può pretendere, dividendola con la seconda moglie e con i figli, di avere una parte della cosiddetta legittima, che vale solo per coniugi e figli. Molti uomini si sono rovinati con il matrimonio dopo la separazione perché hanno dovuto lasciare la casa alla ex moglie soprattutto se vi sono figli. Sono stati costretti ad andare a vivere in affitto e a pagare un assegno di mantenimento per la ex moglie e il figlio. Alcuni si sono rovinati a tal punto da non poter nemmeno permettersi una seconda casa.
Ma torniamo all'amore, la grossa trappola che è all'origine della fine di molti matrimoni. Mi sono sempre domandato in che cosa consista l'amore in una coppia. Si tratta di un termine improprio perché maschera il suo contrario, il più grande egoismo che si esprime nel senso di possesso di uno da parte dell'altra e viceversa. Quando viene a mancare per vari motivi (tra cui la noia con la fine dell'attrazione sessuale) l'interesse al possesso cessa con esso il matrimonio, che può continuare formalmente, cioè per pura facciata, solo per acquisita abitudine o reciproca convenienza, che inducono ad evitare le complicazioni materiali in caso  di divorzio, soprattutto se alla donna non convenga economicamente il divorzio. In altri casi il matrimonio può durare anche dopo il cosiddetto amore perché può rimanere un rapporto d'affetto e di stima, pur accompagnato da noia. Ma l'amore non esiste più.  Non vi è più passione. "Tutto il resto è noia. Non ho detto gioia. Ho detto noia, noia. Maledetta noia".

Franco Califano - tutto il resto è noia - (HD) - YouTube

Io consiglio a tutti quelli che si vogliono sposare di non essere degli incoscienti decidendosi a questo pericoloso passo sulla base dell'innamoramento. Uomo e donna dovrebbero prima convivere per un certo numero di anni prima di  sposarsi, e ciò al fine di stabilire se, passata la fase della trappola dell'innamoramento, vi sia qualcosa di più importante dell'amore quale fondamento del rapporto a due. E la cosa più importante è la compatibilità di caratteri. Non si cerchi il sesso nel matrimonio quale fattore principale. Meglio non sposarsi. Tranne che non si voglia lasciare allo Stato la pensione di reversibilità. Per il sesso meglio andare a puttane. Sono quasi tutte belle e giovani e costano meno di una moglie. Per questo ho sempre considerato le puttane delle assistenti sociali. Esse non discriminano tra uomini belli e brutti, tra intelligenti e cretini, tra ricchi e poveri. E offrono molto più di quanto possa dare una moglie, con cui normalmente si hanno delle inibizioni sessuali in fatto di fantasie erotiche, che, se vi sono state prima del matrimonio, sono destinate a sparire con esso. 
L'amore è tale solo fuori del rapporto di coppia. Anche quello tra genitori e figli è un amore interessato e perciò egoistico. Interessato da parte dei genitori perché vedono nei figli una illusione di sopravvivenza, e interessato da parte dei figli perché dipendono materialmente dai genitori sino a quando diventino economicamente indipendenti. Ma allora non esiste l'amore? Sì, ma se è disinteressato. In famiglia non può esistere amore. Vale per l'amore quanto Aristotele scrisse sull'amicizia in due libri dell'Etica nicomachea ponendo come condizione di essa il disinteresse. Non vi può essere amicizia tra genitori e figli, tra superiore e inferiore, tra ricco e povero. Ma l'amore, disinteressato, si distingue dall'amicizia, anch'essa disinteressata, perché si può avere amore per essere inferiori, almeno da parte di coloro che nutrono un sentimento d'amore per persone bisognose d'aiuto. Ma questo sentimento non può essere imposto per legge. Pertanto non si può imporre per legge amore per gli esseri umani confondendo la morale (basata sul sentimento) con il diritto (basato sulla ragione). Ma il sentimento d'amore, parafrasando don Abbondio, se uno non ce l'ha non se lo può dare. 
Ma esiste un vero amore che possa essere considerato come amore familiare al di là di quel vago sentimento d'amore che la morale indirizza verso le persone soprattutto se bisognose, trattandosì in tal caso più che di amore di carità? Esiste, e lo posso documentare sulla base della mia esperienza. L'amore che ho nutrito disinteressatamente per i miei familiari non umani. Amore che superava le sofferenze che in cambio essi mi davano sempre lasciandomi lasciando la vita. Perché non ci si abitua mai alla morte di chi si ama. Io non avrei mai voluto avere simili familiari non umani sapendo che mi avrebbero intristito la vita lasciandomi. Avrei potuto farne a meno e la mia vita sarebbe stata migliore anche perché libera e non legata ad essi. Ma sono stati essi a cercare me ogni volta non potendo sottrarmi in determinate circostanze ad accoglierli nella mia vita. Dovrei odiarli per avermi reso la vita peggiore, e invece li amo tuttora nel mio ricordo. Questo è amore. Il resto è solo impostura d'amore. E per chi non ama gli animali non umani vale tuttavia, oltre il sentimento, la norma razionale del rispetto della vita degli innocenti, perché solo tutti gli animali non umani sono innocenti. Anche i predatori sono innocenti perché uccidono solo per motivi di sopravvivenza e non per crudeltà come fa l'uomo, corrotto nella natura dalla cultura. Colpevoli sono soltanto gli uomini. Per questo non ho avuto mai amore per gli esseri umani ma solo per quelli non umani.      
  
@gasparri@tin.it
sindaco@comune.roma.it
a Wladimiro Guadagno (detto Luxuria) nel suo blog
a Mentana (nel suo blog dentro il settimanale OGGI)

A Maurizio Gasparri
lei si è fatto mettere in mezzo da uno stronzo come Mentana (trasmissione bersaglio mobile) e da un individuo che pretende di essere donna pur avendo il cazzo. Pretendeva di andare a pisciare nei gabinetti per donna quando era deputato, nonostante le proteste giuste di Elisabetta Gardini. Stronzo Mentana anche per il solo fatto di avere abusato della solita stronzata (non senso linguistico) del dire che si nasce dall'amore e che dunque la vita è un dono. Amore per chi? Per chi non esiste e non ha chiesto di nascere? Dono a chi? A chi non esiste e dunque non ha chiesto e non può ricevere il dono? Manca il ricevente. E dunque non vi può essere dono. Bastava questa considerazione per distruggere tutte le schifezze sostenute da questi due individui. E poi, come al solito, non si ha il coraggio di dire che i pederasti pretendono che sia naturale incularsi e cancellare la distinzione naturale tra il culo e la vagina. Ma non hanno il coraggio di dirlo nascondendosi ipocritamente dietro eufemismi.  E invece sono proprio questi eufemisimi che bisogna demolire usando termini come "incularsi", di fronte ai quali verrebbero messi alle corde e smascherati. Il Mentana ha detto un'altra stronzata.  Di fronte alla sua giusta obiezione "se il padre biologico rivendicasse la paternità che cosa si dovrebbe fare?" il Mentana ha risposto follemente: bisognerebbe per legge fargli mettere per iscritto che rinuncia a far valere la sua paternità. Siamo veramene all'assurdo. Non si tiene conto da parte di questi pazzi che in questo modo si vuole precostituire la negazione del diritto del futuro figlio di conoscere il suo padre biologico anche se lo volesse sapere. Ognuno ha il diritto di conoscere la sua vera ascendenza, diritto che non può essere negato dall'egoismo di pazzi anormali anche fisicamente che pretendono ad ogni costo un figlio, quando questo diritto in natura non esiste. E' solo un'invenzione umana. E poi come la mettiamo quando sia necessaria una anamnesi medica al fine di conoscere quali malattie uno possa avere ereditato? Se un medico domanda: quali malattie hanno avuto i suoi genitori? Che si risponde a proposito di un genitore biologico che manca perché sconosciuto?  Non aggiungo altro perché ho trattato varie volte questo schifoso e pazzesco argomento.



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    06/ago/2014 - Impedendo così al figlio di avere una anamnesi medica. Si dice che si nasce dall'amore. Questa è più grossa stronzata (non senso linguistico) ...
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    05/set/2014 - Non si dice nemmeno che il segaiolo debba essere sottoposto ad una approfondita visita medica e ad una anamnesi medica per sapere quali ...
  3. Blog del prof. Pietro Melis: IMPEDIRE PER LEGGE LA ...

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    09/apr/2014 - ... piano di un anamnesi medica. Per lo stesso motivo la madre deve essere costretta dalla legge ad indicare il padre del neonato da sottoporre ...



    1. unioni incivili: conseguenze da pazzi. occorre una... - Blog ...

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      3 giorni fa - UNIONI INCIVILI: CONSEGUENZE DA PAZZI. OCCORRE UNA SCISSIONE NELLA CHIESA CONTRO QUESTO PAPA ANTICRISTO. Ormai si ..



      1. PAPA FRANCESCO: "CHI SONO IO PER GIUDICARE?". E

        pietromelis.blogspot.com/2014/10/papa-francesco-chi-sono-io-per.html
        09/ott/2014 - E' NATURALE E NORMALE INCULARSI PER RICHIEDERE IL MATRIMONIO ... Il papa ha dichiarato ultimamente che vi può essere santità ... Essa fa riferimento alla "famiglia come società naturale fondata sul matrimonio".

venerdì 17 ottobre 2014

PORCO MAOMETTO: BASTA CON L'OFFENDERE I MAIALI

Se i musulmani (che ritengono i maiali, come anche i cani, animali immondi) fossero dei maiali sarebbero almeno degli animali. E tutti gli animali sono esseri intelligenti, anche gli insetti, che furono i primi colonizzatori della Terra dopo che la vita animale 600 milioni di anni fa emerse dagli oceani per incominciare a trasferirsi sulla Terra, ancor prima che i pesci, divenendo anfibi, dessero origine a tutte le altre forme di vita (rettili, da cui provengono gli uccelli, e i mammiferi). Gli insetti sono stati i primi ad arrivare sulla Terra e saranno gli ultimi a scomparire. Più resistenti di ogni altra forma di vita ai mutamenti climatici. In realtà i musulmani stanno sotto il livello dell'animalità. Sono dei subanimali. Direi di più: sono dei subvegetali dato che si è dimostrato che non è necessario avere un cervello per essere intelligenti. Un botanico ha riempito una serra di varie specie di piante e ha notato che alcune di esse reagivano al contatto della mano chiudendo le loro foglie. Poi accarezzandole più volte in diversi giorni queste piante memorizzarono le carezze evitando di continuare a difendersi chiudendosi.
Se i musulmani si difendessero chiudendosi in sé dimostrerebbero di avere almeno una intelligenza da vegetali. Ma non hanno nemmeno questa. Il Corano riesce a trasformare mentalmente in subvegetali individui appartenenti solo biologicamente alla specie umana. Sta scritto in quel libro dettato dall'analfabeta subvegetale Maometto che Allah è così onnipotente che avrebbe potuto scegliersi come profeta anche una pietra. Non è uno scherzo. Sta scritto proprio così (Sura XXXIX). Si fosse scelto una pietra! Questo dimostra che Maometto sta sotto il livello del mondo vegetale, appartenendo al mondo minerario. Probabilmente la madre di Maometto soffriva di calcoli renali. E un giorno, pisciando, espulse un grosso calcolo a cui Allah diede sembianze umane. Infatti al posto del cervello Maometto aveva una pietra. E' inutile cercare di dialogare con i musulmani. E' come cercare di dialogare con una pietra. Meglio dialogare con una pianta.
La legge penale in Pakistan all'art. 295 afferma:“chi con parole, sia pronunciate che scritte, o con rappresentazione visibile, o con qualsiasi imputazione, alludendo o insinuando, direttamente o indirettamente, contamina il sacro nome del profeta Maometto (pace su di lui) è punito con la morte o il carcere a vita, ed è altresì suscettibile di multa”.
Una pianta non sarebbe caduta nella stronzata dell'aggiungere "ed è altresì suscettibile di multa". Come può un morto pagare una multa? Ma non vi da meravigliarsi se si pensa che i musulmani a posto del cervello hanno una pietra. Leggere i commenti, da cui risultano delle gravi offese nei riguardi dei maiali e dei cani a cui sono paragonati i musulmani.   
PAKISTAN

Condanna a morte confermata per la cristiana Asia Bibi

Era stata accusata di aver insultato il profeta Maometto di Monica Ricci Sargentini
 

mercoledì 15 ottobre 2014

UNIONI INCIVILI: CONSEGUENZE DA PAZZI. OCCORRE UNA SCISSIONE NELLA CHIESA CONTRO QUESTO PAPA ANTICRISTO

Ormai si è toccato il fondo. Questo papa sta portando la corruzione dentro la Chiesa cancellando il peccato di sodomia, mentre continua il suo silenzio sui diritti degli animali perché continua il suo silenzio sulle crudeltà ad essi inflitte, che non sono considerate peccato. Ma per questo papa, un ignorante patentato disgraziatamente portato dall'Argentina ormai pare che incularsi non sia più peccato e che, anzi, vi si possa trovare della santità. Dovrebbe allora riformare anche i dieci comandamenti togliendo il VI comandamento e riducendoli a nove. Infatti, se non è più peccato incularsi tanto meno può essere peccato il "fornicare" (quand'ero bambino si diceva "non commettere atti impuri", e tra gli atti impuri vi era anche l'avere rapporti sessuali fuori del matrimonio o anche soltanto il masturbarsi). Si decida allora la Chiesa con questo psudopapa a togliere il VI comandamento se ritiene che non sia peccato nemmeno l'inculamento. Io ateo-agnostico debbo riconosere la coerenza di Antonio Socci nel suo ultimo libro 
  1. LiberoQuotidiano.it ‎- 3 giorni fa
    Si dicono «cattolici aperti», moderni e progressisti e poi riesumano l'Indice, il famigerato Index librorum prohibitorum. Più che indignare fa ...
    Vi sono naturalmente i soliti pennivendoli di regime che lo attaccano, come una pennivendola del Corriere della sera autrice di questo velenoso articolo contro Socci.
    1. Corriere della Sera‎ - 4 giorni fa
La politica le chiama unioni civili, mentre sono unioni incivili e schifose, come ho già scritto. Ho scoperto che anche parlamentari di 5Stelle si sono dichiarati favorevoli. Finalmente si è detto chiaramente quale sia lo scopo principale di questi schifosi che pretendono di essere normali: la pensione di riversibilità, mentre è falso quanto dicono questi disonesti, che la legge impedisca ad uno che non sia sposato di ricevere in ospedale visite e assistenza da parte di chi si voglia. Basta che lo decida il ricoverato. Lo sanno tutti. Ma questi disonesti giungono a negare l'evidenza. Se passasse la legge del riconoscimento legale dell'inculamento si arriverebbe alle stesse procedure che riguardano il matrimonio? Sarebbero previste la separazione e il divorzio? Siamo al fondo del ridicolo. Ecco quanto scrissi nel mio libro E giustizia infine fu fatta rilevando le conseguenze assurde che ne deriverebbero.      
E' vero che il Vangelo di Marco (10, 1-12) dice: "Ciò che, dunque, Dio ha unito, l'uomo non separi". Ma lo si confronti con quello di Matteo (19, 9-12), che su quest’argomento è più esteso, in quanto non esclude il divorzio, ma si limita a proporre, invece che imporre, la conservazione del legame matrimoniale come perfezione morale, non a tutti richiesta. Infatti i discepoli avevano obiettato a Gesù: “Se tale è il caso dell’uomo rispetto alla donna non conviene prender moglie”. “Ma Gesù rispose loro: “non tutti son capaci di praticare questa parola, ma quelli soltanto ai quali è dato”. E prosegue con una metafora: “Vi sono degli eunuchi i quali sono stati fatti tali dagli uomini, e vi sono degli eunuchi i quali si son fatti eunuchi da sé a cagione del regno dei cieli. Chi è in grado di farlo lo faccia”. Dunque Gesù non pretese che tutti si facessero eunuchi da sé, cioè - fuori della metafora - non divorziassero. Disse soltanto che chi si fosse fatto eunuco, cioè non avesse divorziato, avrebbe acquistato un merito maggiore. Il suo concludere con “chi è in grado di farlo lo faccia” non lascia dubbi. Esso significa soltanto: chi è in grado di rinunciare al divorzio non divorzi. Non vi è alcun divieto di divorzio, perché viene solo espressa una preferenza morale. Il divieto del divorzio è un’invenzione della Chiesa cattolica. E si sa quale fosse il contesto storico in cui la frase di Gesù fu pronunciata: gli ebrei talvolta, pur contro la riforma legislativa di Esdra e di Nehemia (V secolo a. C.), che vietava il matrimonio con donne straniere, ripudiavano la moglie, appellandosi alla legge mosaica, ma per risposarsi con una straniera, di altra religione, ed usufruire in tal modo della protezione, politica ed economica, di una grande famiglia straniera. Gesù voleva soltanto frenare una pratica che si stava estendendo. Nell’ebraismo è infatti la religione della madre a determinare quella dei figli, perché la sua identità è sempre sicura.1 E in questo senso Gesù volle riformare la legge mosaica, che permetteva facilmente di ripudiare la moglie, come si deduce dalle stesse frasi che precedono il famoso passo di Marco.

Riconosco che vi è una certa differenza tra il vangelo di Marco e quello di Matteo. Ma la Chiesa non è si potuta sottrarre alla frase perentoria e più chiara del Vangelo di Marco. Ma, tornando ad un altro suo argomento, continuò il cappellano, quale sarebbe per lei la soluzione se anche un lungo fidanzamento senza convivenza non darebbe la certezza alla coppia di avere caratteri compatibili?

Qui la volevo, disse il prof. Petix. Non è certo una soluzione che lei, in quanto prete e rappresentante della Chiesa, possa approvare. Ogni coppia, prima di sposarsi, dovrebbe sottoporsi alla prova della convivenza, anche per molti anni, per sapere se possano andare d'accordo. E lo Stato, se fosse rappresentato da politici intelligenti, al contrario di quei coglioni della Lega Nord e di quelli che con il disonesto governo Berlusconi l'hanno sostenuta in questa maledetta legge, dovrebbe favorire la convivenza prima del matrimonio, richiedendo solo la certificazione della convivenza prima del matrimonio in modo da far valere anche gli anni di convivenza ai fini della pensione di reversibilità. Calerebbe di molto il numero delle separazioni e dei divorzi, che intasano i tribunali, si rafforzerebbe il vincolo familiare e si eviterebbero tante situazioni familiari incresciose anche a danno dei figli. Il governo Berlusconi, prima di dimettersi pochi mesi dopo, mi ha fatto questo "bel regalo", credendo in questo modo di far risparmiare soldi allo Stato in fatto di pensioni di reversibilità. La cosa sa di disonesto perché proprio questa legge è stata approvata in un periodo in cui si era reso evidente quanto fossero ladroni tutti i partiti con i finanziamenti ad essi riconosciuti con spreco di danaro pubblico usato anche per spese o acquisti privati. Altro che credere di risparmiare prendendosela contro le pensioni di reversibilità ponendo il limite di età dei 70 anni! Disonesti!

Questo non significa che io sia favorevole al riconoscimento delle coppie degli omosessuali, che sono innaturali, oltre che fisicamente schifosi al solo pensiero di ciò che fanno. Sia ben chiaro. Sa che capiterebbe se avvenisse tale riconoscimento, voluto oggi da una falsa sinistra?

Come prete, disse il cappellano, certamente non posso essere d'accordo con lei nel suggerire una convivenza prima del matrimonio. Né io ho il potere di fare cambiare idea alla Chiesa. Se proponessi pubblicamente la sua idea sarei considerato di fatto fuori della Chiesa. Ma non posso negare che le sue osservazioni hanno un certo fondamento. Non posso, invece, non essere d'accordo con lei, e proprio nella mia veste di prete, sulla contrarietà al riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali. Mi dica, aggiunse incuriosito il cappellano, quali sarebbero le conseguenze a cui lei accennava. Sinora non mi è capitato di riflettere su queste conseguenze.

Vede, spiegò il prof. Petix, nemmeno lei è stato capace di prevedere le situazioni assurde che si creerebbero. Anche due eterosessuali qualsiasi liberi da vincoli coniugali potrebbero farsi passare per omosessuali e certificare una comune residenza, pur continuando a vivere separatamente, ciascuno nella propria casa, essendo la residenza distinguibile dal domicilio. E così, non esistendo l'ostacolo del vincolo di sangue che vige per il matrimonio, lo zio potrebbe sposare il nipote, o la zia la nipote, i cugini maschi  e le cugine femmine potrebbero sposarsi tra loro, e così via con tanti altri esempi che potrei portare. A questo punto potrebbe andare in fallimento l'INPS. Bastano anche queste sole considerazioni per far capire che il riconoscimento di tutte le coppie di fatto, compreso il riconoscimento del diritto alla pensione di reversibilità, può essere coltivato soltanto da politici fuori di testa. Insomma: un falso Paese di Bengodi perché comporterebbe una maggiore tassazione per tutti al fine di sostenere la follia di una pensione di reversibilità estesa anche agli omosessuali.


1 J. Alberto Soggin, Introduzione All'Antico Testamento, pp. 428-29.