mercoledì 4 giugno 2014

FANTASIE ONIRICHE DI PAPA FRANCESCO. PROPAGATORE DI UN IMBROGLIO A SPESE DEGLI IGNORANTI

Che ha voluto dire con le seguenti parole contraddittorie? Non si capisce.

“È un amore fedele; è un amore perseverante, non si stanca mai di amare la sua Chiesa; è un amore fecondo. E’ un amore fedele! Gesù è il fedele! San Paolo, in una delle sue Lettere, dice: ‘Se tu confessi Cristo, Lui ti confesserà, a te, davanti al Padre; se tu rinneghi Cristo, Lui ti rinnegherà, a te; se tu non sei fedele a Cristo, Lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso!’. La fedeltà è proprio l’essere dell’amore di Gesù. E l’amore di Gesù nella sua Chiesa è fedele. Questa fedeltà è come una luce sul matrimonio. La fedeltà dell’amore. Sempre”.
Non ho voglia di andare a rileggermi tutte le Epistole di Paolo per essere sicuro che le parole pronunciate dal papa siano state dette da S. Paolo. Il papa avrebbe dovuto almeno precisare a quale Epistola di Paolo si riferisse. Che se lo sia dimenticato o addirittura inventato? Ma è certo che il papa avrebbe fatto meglio a citare direttamente le frasi simili di Gesù: 
10,32 Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io riconoscerò lui davanti al Padre mio che è nei cieli. 33 Ma chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io rinnegherò lui davanti al Padre mio che è nei cieli.
34 Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada. 35 Perché sono venuto a dividere il figlio da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora dalla suocera; 36 e i nemici dell'uomo saranno quelli stessi di casa sua. 37 Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me. 38 Chi non prende la sua croce e non viene dietro a me, non è degno di me. 39 Chi avrà trovato la sua vita la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
Orbene, queste frasi non sono parole d'amore ma di odio. Dice di non essere venuto a portare pace ma guerra. Chi crede in lui deve preferire lui, a costo di dividere, su basi religiose, il figlio dal padre, la figlia dalla madre, sino a portare dunque guerra dentro la stessa famiglia.  Sembra che per essere graditi a Dio ai fini della salvezza sia necessario credere in lui. Dopo l'asserita resurrezione lasciò questo messaggio: "Andate e predicate per tutte le nazioni. Chi crederà e si farà battezzare sarà salvo, altrimenti sarà condannato". Io mi domando: e tutti quelli che ancor oggi non sono credenti in lui (sia perché non cristiani sia perché non toccati dal proselitismo cristiano perché nati e vissuti in Stati non cristiani) che fine faranno? S. Agostino coerentemente, da fanatico, ne trasse la conclusione che coloro che fossero morti fuori della Chiesa erano destinati a diventare "massa dannata".
E ora veniamo alle profonde contraddizioni con quanto prima riportato. A Pietro che gli aveva domandato se si sarebbe dovuto perdonare sette volte Gesù rispose: 

« Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette. »   (Matteo 18,22). Come dire: un numero illimitato di volte. Non basta. Sono note le parole di Gesù Matteo, 7): 1 Non giudicate, per non essere giudicati; 2 perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati.  
Che significa ciò? Trovo un commento in
La Sacra Bibbia - Matteo7 (C.E.I.) - La Parola

Dio non condannerà chi non avrà giudicato e condannato. Ma allora bisognerà abolire i Tribunali? Dovranno essere perdonati anche gli assassini? Sembra che Dio si leghi le mani da sé promettendo di non condannare chi non avrà condannato. Ma non aveva detto Gesù che era necessario credere in lui per essere salvi? Ora sembra che basti perdonare per essere perdonati da Dio. Come si vede, nei Vangeli si naviga in una profonda confusione. Si naviga a vista senza bussola. E ancora non basta. Se andiamo a pescare l'Epistola ai Romani di Paolo, che lo stesso Lutero definì il documento fondativo del cristianesimo (ci si ricordi che le Epistole di Paolo precedono tutte cronogicamente la stesura di tutti i Vangeli) ci troviamo di fronte ad ulteriori profonde ed irrisolvibili contraddizioni. Come ho spiegato ampiamente nel mio dialogo teologico Addio a Dio. Nel mio immaginario dialogo con la trinità cristiana (preceduto da una introduzione filosofica) ho documentato la tesi (che è anche il sottotitolo del breve libro) secondo cui sono "Beati coloro che non credono in Dio se...Essi saranno i primi nel Regno dei cieli". Tesi apparantemente paradossale, ma che è ricavata rigorosamente da uno dei due corni opposti della dottrina di S. Paolo, che, da una parte, privilegiava le opere, indipendentemente dalla credenza in Dio, mentre, dall'altra, privilegiava la fede, la quale, tuttavia, non bastava nemmeno essa. Infatti, essendo Dio onnisciente, sapeva già dall'eternità chi si sarebbe salvato indipendentemente dalla fede. E questa è la maggiore contraddizione del cristianesimo. Ma questo imbroglione di papa continua a tacere su queste contraddizioni e presume di presentarsi come messaggero di salvezza facendo appello solo alle frasi che gli fanno comodo. Dimostrando così di essere un disonesto. In Addio a Dio ho cercato di dimostrare logicamente, dall'interno stesso delle Epistole di Paolo, che l'unica vera condizione di salvezza (ammesso che Dio esista) è il rispetto delle norme della giustizia fondate sul diritto naturale. Infatti che merito hanno i credenti, se essi credono per salvarsi l'anima? Essi sono degli opportunisti. Può un Dio veramente giusto preferire i credenti opportunisti ai non credenti che rispettino disinteressatamente le norme della giustizia, fondate sulla norma neminem laedere (non danneggiare alcuno) senza aspettarsi alcun premio da Dio? Se un Dio esistesse e preferisse i credenti, questo Dio farebbe veramente schifo. E questo è il Dio che viene propagato dal papa. Ecco alcune pagine dall'introduzione filosofica di Addio   a Dio.     
S. Paolo scrive, da una parte, che “Dio renderà a ciascuno secondo le opere” (Lettera ai Romani, 2, 6), e che “quando i Gentili, cioè i pagani, che non hanno legge (quella rivelata), adempiono per natura le cose della legge, essi, che non hanno legge (rivelata), son legge a se stessi; essi mostrano che quel che la legge (naturale) comanda è scritto nei loro cuori per la testimonianza che rende loro la coscienza” (ibid., 2, 14). Con ciò S. Paolo voleva dire che anche i pagani si sarebbero salvati rispettando la legge naturale “scritta nei loro cuori”. Tale concetto si trova espresso anche nella Lettera di S. Giacomo (2, 14), dove si legge: “ Ma vuoi tu, o uomo vano, conoscere che la fede senza le opere non ha valore?”. Sembra dunque che per la salvezza bastino le opere. Conclusione pericolosa, perché non sarebbe stato necessario il sacrificio della croce per la salvezza. Pertanto, per salvare il cristianesimo S. Paolo doveva contraddirsi nella stessa Lettera ai Romani (3, 28), scrivendo: “L’uomo è giudicato mediante la fede, senza le opere della legge”. E nella Lettera ai Filippesi (3, 8) scrive: “Rinunziai a tutte queste cose…al fin di guadagnare Cristo, e d’esser trovato in lui avendo, non una giustizia mia, derivante dalla legge (naturale), ma quella che si ha mediante la fede in Cristo; la giustizia che vien da Dio, basata sulla fede”. Ma non aveva detto prima che bastavano le opere (di giustizia) per salvarsi? Adesso pare che le opere non bastino senza la fede. E vi fu persino un serio bisticcio tra S. Giacomo e S. Paolo proprio riguardo al problema della preminenza o della fede o delle opere. A tal punto che Clemente, vescovo di Roma, nella sua Epistola ai Corinzi (37, 2-4) intervenne per porre pace nella comunità cristiana di Corinto, che si era spaccata in due, tra chi seguiva S. Paolo e chi S. Giacomo. Si iniziava bene!

Vi è da precisare che, se è vero che “senza la legge il peccato è morto” (Lettera ai Romani, 7, 8), cioè non esiste, allora, sia che si tratti della legge rivelata, di cui prima della rivelazione non si poteva avere conoscenza, sia che si tratti della legge naturale, di cui uno non percepisca l'esistenza nella coscienza, non poteva esserci alcuna condanna divina per chi non avesse rispettato la legge. E la legge rivelata, aggiuntasi alla legge naturale, avrebbe paradossalmente reso più difficile la via della salvezza. Lo stesso S. Paolo (ibid., 5,20) scrive che “ la legge subentrò perché si moltiplicasse la trasgressione colpevole”.

Non basta. Ci si affaccia, a questo punto, alla maggiore difficoltà, nascente da una mancanza di coerenza, data una palese contraddizione. Se la giustificazione di fronte a Dio, e perciò la salvezza, ha come presupposto la fede, perché la giustificazione non può provenire dalle opere, altrimenti la volontà di Dio sarebbe determinata dall'uomo, mentre, al contrario, per S Paolo, l'iniziativa è sempre divina (ibid., 9, 14-18) perché sempre libera dalla volontà umana, allora la stessa fede diviene un libero dono divino che priva di merito colui che la abbia. Ne consegue anche che non basta avere la fede per essere certi della salvezza giacché Dio “usa misericordia con chi vuole e indurisce (nel peccato ) chi vuole”. Da qui la dottrina della predestinazione che è a fondamento del protestantesimo, che ha svilito le opere come fonte di merito. Anche se S. Paolo, quasi per rimediare a questa conclusione, mentre nega un rapporto diretto tra giustificazione divina ed opere, conserva una relazione tra fede e giustificazione (o salvezza), dovendo le opere essere subordinate alla fede, a tal punto da doversi considerare “beato l'uomo del cui peccato Dio non tiene conto” (ibid., 4,7). Infatti tutti gli uomini, indistintamente, possono essere predeterminati, cioè chiamati alla salvezza.”Coloro che predeterminò, anche chiamò; quelli che chiamò, questi anche giustificò; quelli poi che giustificò anche glorificò” (ibid., 8,30).

L'Epistola ai Romani, fondamento principale di tutta la dottrina cristiana, è così confusa che ognuno la può menare secondo il proprio criterio. Chi per le opere, chi per la fede, cioè la grazia. E questo confusione darà luogo, da una parte, al pensiero di Agostino (che annulla le opere nella fede, secondo l’interpretazione che prevarrà nel protestantesimo di Lutero e di Calvino), dall’altra al razionalismo platonico-aristotelico di S. Tomaso che considererà la grazia, proveniente dalla fede, come un aiuto superiore per compiere opere di bene e di giustizia. La grazia per S. Tomaso è un aiuto in più: “ Gratia non tollit naturam, sed perficit”, cioè: La grazia non toglie la natura, ma la porta a compimento. (Summa theol., I, q.1, 8), e “Deus, qui est institutor naturae, non subtrahit rebus id quod est proprium naturis earum”, cioè: Dio, che è creatore della natura, non sottrae alle cose ciò che proprio delle loro nature (Contra Gentiles, II, cap. 55). S. Tomaso, con il suo noto equilibrismo, cercò di rimediare alle contraddizioni di S. Paolo, al fine di rivalutare l'importanza delle opere, giungendo ad interpretare la fede come”coscienza retta” e “peccato tutto ciò che è contro coscienza” (Summa Theologica, 1,2, XIX, V), facendo così dipendere la giustificazione dal rispetto della legge naturale in quanto sia presente nella coscienza individuale. Ma la preminenza della legge naturale, identificantesi con la volontà divina, non poteva non privare di significato ogni forma di proselitismo, come, d'altronde, non poteva non privarlo anche la dottrina della predestinazione. Il cristianesimo è nato da una sua interna, non eliminabile, contraddizione.
   
COME SI VEDE, il cristianesimo è nato da profonde contraddizioni. Ma è evidente che i papi avrebbero perso il loro potere temporale se avessero fatto notare tante contraddizioni perché non sarebbero stati credibili. Infatti non sono credibili né le Epistole di Paolo né i Vangeli a causa delle loro contraddizioni. Chi vuole essere creduto deve rispettare una norma fondamentale del discorso che è il principio di non contraddizione. Chi si contraddice è meglio che taccia per sempre.Il cristianesimo è nato cornuto. 

Intervista a Pietro Melis autore di Addio a dio - Recensioni ...

www.recensionilibri.org/.../intervista-a-pietro-melis-autore-di-addio-a-di...
27/apr/2013 - Scopri l'intervista esclusiva a Pietro Melis, autore di Addio a dio. Tutti i dettagli nel resto dell'articolo. Che cosa stai aspettando?

4 commenti:

Carmine Speranza ha detto...

prof.Melis, sono d'accordo con lei che la Bibbia sia piena di contraddizioni, mi spiace che non si faccia sentire più spesso sul blog di Odifreddi, non sempre condivido le sue tesi, ma almeno non sono banali e fanno riflettere

Anonimo ha detto...

Ho letto questo articolo e il libro intervista 'Addio a Dio', e li trovo molto interessanti. Le volevo fare una domanda. Da quanto scritto mi sembra di aver capito che lei sia agnostico piuttosto che ateo. È cosi o ho capito male?
Grazie, un saluto.
Anton.

Pietro Melis ha detto...

Prima di tutto, rileggendo oggi il mio articolo, ho dovuto correggere alcuni errori, alcuni certamente di battitura. Ma uno certamente potrebbe essere considerato non di battitura. Infatti ho scritto "onniscente" invece di "onnisciente". Ma mi sono accorto io stesso dell'errore, che non avrei commesso se avessi scritto con la penna.

Pietro Melis ha detto...

A Carmine Speranza domando: a quali tesi non sempre condivise si riferisce? Suppongo le mie. In tal caso mi debbo sentire lusingato perché le mie tesi non sarebbero comunque banali. Non scrivo più spesso nel blog di Odifreddi perché non appaio più con mio nome e cognome essendomi stato appiccicato lo pseudonimo nobodyever (anche se è un mio indirizzo secondario di email). Inoltre (e rispondo ad Anton)non condivido l'ateismo dogmatico di Odifreddi. Che una volta si permise perfino di censurarmi in fatto di negazionismo non pubblicando un mio commento. Per salvarsi dall'accusa di essere un antisemita quando scrisse contro Israele a favore degli arabi di Palestina. Inoltre fu accusato di essere un negazionista e cercò si salvarsi dicendo che accettava quanto sull'argomento aveva imparato dai mezzi di informazione. Risposta veramente ambigua e volutamente non onesta. Io, avendo fatto ampie letture di testi negazionistici, mi definisco dubitazionista, e negazionista almeno per quanto riguarda la cifra di 6 milioni di ebrei. E dico ciò pur essendo stato sempre filoisraeliano e antislamico. Considero infatti gli arabi solo come invasori della Palestina (come di tante terre che erano cristiane e appartenenti all'impero bizantino, su cui si abbatté la successiva invasione turca, altra grande disgrazia della storia a cusa della digrazia della nascita di Maometto. E quando Odifreddi venne a Cagliari gli rimproverai in pubblico di avere come bersaglio solo il cristianesimo e di ignorare il vero ed unico nemico dell'Occidente che è l'islamismo. Mi rispose che non gli interessava l'islamismo perché lui viveva in uno Stato non islamico ma cristiano. Replicai che egli, da Maramaldo, combatteva ormai contro un cristianesimo che ormai appare, se non morto, almeno disarmato in Occidente, non accorgendosi che l'islamismo è ormai un pericolo interno agli Stati occidentali. Gli diedi in omaggio una copia del mio libro "Scontro tra culture metacultura scientifica", che per più della metà espone l'esegesi veterotestamentaria dei maggiori studiosi mondiali, che egli non conosce affatto. Un libro che permette di non leggere la Bibbia perché espone il contenuto di tutti i libri biblici con in più la più accreditata esegesi biblica, che ne ha demolito completamente la sacralità. Un libro come il mio, documentatissimo, Odifreddi se lo sogna. Si pensi che ha tradotto liberamente il"De rerum natura" di Lucrezio non avendo mai studiato il latino. Proviene dalla scuola dei geometri. E ha così tradotto con il termine "atomi" il termine latino di Lucrezio "semina", che non sono atomi in senso materialistico, ma semi intesi in senso vitalistico, cioè portatori essi stessi di vita. E così ha dato al lettore una volutamente errata immagine di Lucrezio.
Chi crede di possedere la verità assoluta sull'universo è un dogmatico, sia come credente che come ateo. La tragedia umana consiste nel fatto che non sapremo mai la verità sull'universo. Anche un universo eterno ed infinito nello spazio (che non si saprà mai se sia infinto anche nella materia) fa venire il capogiro perché vi è da domandarsi: perché esiste l'universo piuttosto che il nulla? Più conosciamo scientificamente e più ci accorgiamo di essere ignoranti circa le domande che sono al limite della conoscenza. Perciò bisogna essere umili al riguardo. Se ognuno si rendesse conto dell'impossibilità di avere una conoscenza assoluta dell'universo non esisterebbero ancora le guerre di religione. Ma molta umanità purtroppo non si vuole arrendere al pensiero del ritorno nel nulla e ha bisogno di aggrapparsi ad una religione per non disperarsi. Io preferisco il coraggio della disperazione nel mio agnosticismo.