martedì 1 novembre 2016

EMANUELE SEVERINO E LA SUA PARANOIA SULL'ETERNITA' DEGLI ESSENTI. LA SUA OSCURITA' DI LINGUAGGIO NASCONDE UN VUOTO DI PENSIERO SINO ALLA FOLLIA

Credevo di non dover più scrivere su Severino, ma poiché il Corriere della sera continua a dare spazio a Severino nei suoi 87 anni sono stato costretto a domandarmi quanti lettori non specialisti in filosofia l'abbiano capito. Io penso che nessuno di questi abbia potuto capirlo perché la sua oscurità di linguaggio, che vuole apparire come profondità di pensiero, nasconde una sorta di follia. Riassumo il tema ripetitivo della sua follia ricavata da un connubio tra Parmenide e Heidegger. Severino è partito sempre da Parmenide, rimasto famoso per la frase solo apparentemente banale, in realtà profondamente vera, che dice: l'essere è e il non essere non è. Che significa? Significa che il nulla non può essere nemmeno pensato nell'evidenza che l'essere è increato ed eterno (Parmenide aggiunge che è finito e lo rappresenta con una sfera: di questo avrebbe potuto fare a meno giacché altri filosofi presocratici, come Anassimandro, considerarono l'universo increato ma infinito, meglio indefinito). Severino è andato oltre Parmenide giungendo ad affermare che, non soltanto l'essere (nella sua totalità), ma anche tutti gli enti (od essenti) sono increati ed eterni. Questa conclusione è da pazzi perché in questo modo si deve giungere alla conclusione che tutti gli esseri viventi sono eterni. E Severino coerentemente nega l'evoluzione biologica ponendosi in contrasto con scienziati della biologia come Jacques Monod e François Jacob (premi Nobel nel 1965) nel suo libro Gli abitatori del tempo. Aggiungasi la scopiazzatura da Heidegger di cui ha ripetuto in  L'essenza del nichilismo la tesi del determinismo storico, interpretando la storia come oblio dell'essere (nella sua immutabilità) a causa del prevalere del divenire nell'immagine del mondo. In altri termini, è lo stesso essere che, secondo Heidegger, si rivela nel tempo ma sempre parzialmente nel suo disvelarsi e nascondersi contemporaneamente. Si tratta di una sorta di teologia negativa del deus absconditus che fu strumentalizzata da alcuni teologi durante il Concilio vaticano voluto da Giovanni XXIII e chiuso da PaoloVI. La storia dell'Occidente è dunque storia dell'occultamento dell'immutabilità ed eternità dell'essere. Da ciò Severino trae la conclusione, nonostante abbia sempre voluto negare di aver copiato da Heidegger, ma andando anche in questo caso oltre Heidegger, che la storia dell'Occidente è storia del nichilismo a causa della mancata percezione dell'eternità dell'essere e degli enti (mentre Heidegger non ha mai affermato l'eternità degli enti od essenti). Rimane in comune la storia dell'essere come necessario, non casuale, oblio dell'essere voluto dallo stesso essere nel suo parziale manifestarsi nell'apparente  divenire. Da notare che l'antica diatriba tra Parmenide (sostenitore dell'essere) ed Eraclito (sostenitore del divenire) è una falsa diatriba in quanto Parmenide distingue il piano logico-ontologico dell'essere (immutabile ed eterno) dal piano fisico (o dell'apparenza) in cui si ha il divenire, e per Eraclito il divenire rimane sempre interno all'essere come manifestazione dell'essere stesso, della sua struttura originaria. Il divenire è tale in quanto proviene dall'essere e torna nell'essere. Se Severino fosse stato capace di capire che si trattava di una falsa diatriba non avrebbe posto l'essere in contrasto con il divenire interpretando il divenire (con assoluta fantasia) come provenire dal nulla per tornare nel nulla, per poi contrastare questa fantasiosa concezione del divenire per contrapporvi l'eternità degli enti (particolari) giungendo in questo modo alla follia del dire che anche gli enti sono eterni e che la nascita è un provenire dall'invisibile (non dal nulla) e la morte è un tornare nell'invisibile. Se la conseguenza è da folli vuol dire che lo è anche la  premessa: l'eternità degli enti. E'vero che "nulla si crea e nulla si distrugge. Tutto si trasforma" (legge di Lavoisier). Ma nel mondo visibile, non in quello invisibile. Ho dovuto fare questa lunga premessa per  cercare di far capire l'articolo di Severino, incomprensibile nella solita voluta oscurità dietro la quale si è sempre riparato per spacciare come pensiero profondo le escrescenze della sua paranoia. Veniamo infatti all'articolo, che conferma la sua vuotezza di pensiero. Poiché, dice Severino, la tecnica è stata sempre manifestazione del divenire inteso come progresso, e perciò essa stessa manifestazione del nichilismo, non vi potrà mai essere una terza guerra mondiale (attenti a questo oscuro, vuoto, passaggio che certamente nasconde la follia di Severino)  perché la tecnica sfugge di mano agli Stati che la posseggono e la vorrebbero impiegare per la guerra perché la tecnica ha in sé un fine che sfugge agli stessi Stati: essa ha come fine, non la guerra tra Stati, ma l'arricchimento che la tecnica stessa produce tramite il capitalismo. Insomma, gli interessi economici impediranno che la tecnica possa essere usata per promuovere una guerra mondiale. Cosa veramente strana se si consideri che i fattori economici sono stati le cause principali, anche se non unici, di tutte le guerre. E così possiamo stare ben sicuri secondo il profeta Severino: non vi saranno più guerre mondiali. Se uno per fare simili affermazioni trova spazio sul Corriere della sera una delle due: o il Corriere della sera non sa, perché non capisce, che cosa pubblica oppure il Corriere della sera, vista la notorietà di Severino, spera che il lettore comune non ci capisca un cazzo e non si consideri all'altezza di capirlo.
Notare la contraddizione di fondo nella conclusione dell'articolo, che il lettore comune non può percepire: la tecnica è espressione del divenire, e perciò del nichilismo. Essa travolge ogni verità. Ma il dominio della tecnica (sulla politica) eviterà una terza guerra mondiale. Ergo, per non essere nichilisti e riconquistare la verità dell'Occidente, cioè per recuperare il primato dell'essere sul divenire, che pone "limiti  all'agire tecnico", occorrerebbe una terza guerra mondiale. Non potrò essere presente al Convegno di Padova dove Severino esporrà la sua nota follia.

Emanuele Severino: non ci sarà
la terza guerra mondiale

Secondo il filosofo e docente le potenze che potrebbero scontrarsi sono in realtà destinate al tramonto. Verranno tutte sopraffatte dalla tecnica

Le forze della tradizione credono di guidare il gioco, ma in realtà ne sono già ai margini. Per prevalere l’una sull’altra, devono potenziare il mezzo tecnico di cui si servono. Ma così facendo, dimenticano il loro scopo originario — accrescere il profitto per il capitalismo, fare la volontà di Allah per l’Islam. Diventano cioè qualcosa di diverso: detto nella terminologia più squisitamente severiniana, «sono destinate al tramonto». Una «destinazione» il cui senso autentico sfugge alla cultura contemporanea, umanistica quanto scientifica. Non alla filosofia.


Emanuele Severino (Brescia, 1929)
Emanuele Severino (Brescia, 1929)

A vincere dunque è la tecnica, ovvero il «dono avvelenato» dell’Occidente, il dispiegamento del «progetto di trasformazione del mondo» portato avanti — una volta decretata «la morte di Dio» — dall’apparato tecnologico, scientifico, di pensiero razionale, fisico, matematico destinato a diventare più forte dei sistemi che oggi se ne servono. E l’uomo? È un mezzo per l’incremento della potenza della tecnica, non il fine, «l’umanità della tecnica è la morte dell’uomo».
Sarà Emanuele Severino ad aprire il convegno internazionale, il 3 novembre a Padova, dal titolo «Terza Guerra mondiale?», nell’ambito delle attività del master in Death Studies & the End of Life dell’Università padovana, l’unico, non solo in Italia, a elaborare in forma scientifico-filosofica il problema della gestione della morte. «Il convegno vuole descrivere da un lato in che modo la morte, il nichilismo e la paura promuovono la violenza, il terrorismo e la guerra; dall’altro, cerca di dare voce alle strategie di comprensione del problema. Ed è per questo che il concetto di nichilismo di Severino diventa centrale», dice la direttrice del master Ines Testoni, che insieme al collega della Houston University Alessandro Carrera ha curato l’edizione inglese di Essenza del nichilismo, The essence of nihilism, per la Verso Books, fra gli editori più prestigiosi nel mondo culturale angloamericano. Il libro, pubblicato in Italia nel 1972, resta forse il più celebre di Severino, quello in cui ritrovare le fondamenta del suo pensiero: essenza del nichilismo, cioè essenza «della follia estrema ed estremamente nascosta: la persuasione che gli essenti, in quanto tali, escano dal loro non essere e vi ritornino». La traduzione (avviata anche in cinese) è dunque un riconoscimento al sistema filosofico organico, unitario e strettamente coerente di Severino che Carrera, nella sua prefazione, definisce un «castello magico, di cui L’essenza del nichilismo è la chiave per l’ingresso principale» (per proseguire: «Il lettore deve essere avvertito: ci vorrà un po’ di tempo per esplorare l’intero edificio». Ma una volta entrati, «se anche non si è d’accordo con l’architettura, forse troppo solida per la sensibilità postmoderna, non si vorrà più uscire»).
Professor Severino, una terza guerra mondiale è possibile? E perché fare questa domanda alla filosofia?
«La possibilità è ammessa anche in campo scientifico, si pensi alle previsioni di George Friedman. Le frizioni tra Russia e Stati Uniti e le prove di guerra telematica di questi giorni ce lo ricordano. Tuttavia, nemmeno la politologia, la geopolitica, la sociologia, la psicologia tengono sufficientemente conto delle implicazioni che sussistono tra la tecnica guidata dalla scienza moderna e le forze che della tecnica oggi intendono servirsi per realizzare i loro scopi. Non si tiene conto, innanzitutto, di questo fondamentale principio: che lo scopo di un’azione più o meno complessa ne stabilisce la configurazione e la struttura. Le forze che oggi si servono della tecnica sono azioni di grande complessità, e appunto perché si servono della tecnica sono destinate ad assumere uno scopo diverso da quello che è loro proprio: sono destinate al tramonto e la tecnica è destinata a dominarle. Il risultato è sorprendente: la conflittualità tra tali forze diventa una guerra di retroguardia, obsoleta, rispetto al conflitto primario che esiste tra l’insieme di esse e la tecnica. La cultura del nostro tempo, quella umanistica non meno di quella scientifica, si lascia sfuggire il senso autentico di questa destinazione. La tecnica è destinata al dominio perché il sottosuolo essenziale della filosofia degli ultimi due secoli mostra che l’unica verità possibile è il divenire del tutto, in cui viene travolta ogni altra verità e innanzitutto la verità della tradizione dell’Occidente, che pone limiti all’agire tecnico. Di tutto questo, e di ciò che tutto questo implica, tiene lucidamente conto l’impostazione del convegno di Padova».

9 commenti:

Sergio ha detto...

Delizioso commento che apprezzo pur essendo stato per tantissimi anni un seguace di Severino, finché ho dovuto arrendermi e l'ho tolto dagli scaffali: oltre a una noia mortale (da cinquant'anni è la stessa solfa) non si sa mai bene dove voglia andare a parare Severino che, modestamente, si considera il più grande filosofo di tutti i tempi, superiore persino a quello che lui considera il più grande filosofo dopo di lui, Giacomo Leopardi (che non figura in nessuna storia della filosofia ma che fu sicuramente una testa fina). La Verità è per lui l'eternità di tutti gli essenti, cioè di tutti i fenomeni e esseri dell'intero universo. Severino non crede in Dio, ma l'idea dell'esistenza di un dio è essa stessa un "eterno" che appare nel corso dell'evoluzione. Vabbè. Ma quello che Severino ancora non ci ha detto è cosa cambi nella nostra vita quando abbiamo finalmente riconosciuto l'eternità del tutto o di tutto che è per lui la Verità che l'occidente nella "sua follia estrema" (parole di Severino) ha obliato o non riesce più a vedere. Sì, siamo eterni, vabbè. Embè? Boh! L'oscurità del suo discorso, per es. in una sua recente autobiografia, è incredibile: siamo alla follia pure, quest'uomo non sa più ciò che dice, il suo è un farfugliare ridicolo.

Ma dopo questa stroncatura che segue quella del prof. Melis debbo lo stesso fare un po' l'elogio di Severino. Che quando fa il filosofo è oscuro, insopportabile, chissà un imbroglione. Ma quando analizza la situazione politica italiana è davvero molto preciso e arguto (ricordo la critica di Mani Pulite). Non c'è filosofo o cosiddetto tale che a un certo momento non voglia dire la sua sui triviali fatti del mondo e intervenga nelle faccende pubbliche (vedi quel fesso di Marcello Pera che prima fa l'elogio di Mani Pulite e poi si schiera con Berlusconi ed è premiato con la carica di presidente del Senato, cosa che gli ha dato quella visibilità così ambita che non aveva come professorucolo di filosofia).
Quanto all'affermazione che non ci sarà una terza guerra mondiale (e atomica) siamo nel campo delle pure congetture. Severino sostiene che i padroni del mondo (americani, russi, cinesi ecc.) non sono così folli da scatenare un conflitto atomico che vedrebbe tutti perdenti. Glielo impedirebbe oltretutto la tecnica, la scienza, che ormai guida i destini della terra ed è in realtà il potere autentico davanti al quale Obama, Putin e anche il papa s'inchinano. Ma un errore è sempre possibile (un conflitto atomico tra India e Pakistan non è impossibile), e quando partirà per sbaglio un missile atomico da qualche parte si rischia un bel fuoco d'artificio in tutto il mondo. Severino mi sembra troppo ottimista.
Infine salverei di Severino "Pensieri sul cristianesimo", come sempre ostico da leggere, ma utile.

Mario Ciattoni ha detto...

«Severino ancora non ci ha detto è cosa cambi nella nostra vita quando abbiamo finalmente riconosciuto l'eternità del tutto».
Uno dei punti fermi della filosofia di Severino è che l'individuo non può essere illuminato dalla verità. L'individuo è il «contenuto del sogno dell'errare» perché è volontà di far diventar altro se stesso e le cose che lo circondano. La verità non illumina l'errore. Sino a che non tramonta la volontà di far diventar altro le cose, rimangono, nonostante gli scritti di Severino, le angosce, i tormenti e tutti i problemi che costellano la nostra vita quotidiana. Che cosa significa trovarsi d'accordo con Severino? Ad avviso di Severino non è in quanto individui che ci capiamo, ci capiamo in quanto siamo l'apparire dell'eternità di tutti gli essenti. Il linguaggio del filosofo bresciano non produce, nel prossimo, l'apparire della verità. Quel linguaggio è la condizione perché anche nel prossimo si ritragga la volontà di far diventare altro le cose di quel tanto che consente al linguaggio di indicare l'eternità di tutti gli essenti.
Chiedo scusa per la risposta deludente.

P.s. Mi auguro di non ricevere fulmini,saette e folgori dal prof Melis.

Anonimo ha detto...

Prof, io condivido Cacciari ove disse che Severino ed Heidegger sono stati i vertici del ventesimo secolo (per quanto ci aggiungerei Bergson, e non porrei Gentile molto sotto. Poi ci sono anche Junger, Sgalambro, e possono esserci altri che non ho avuto modo di conoscere).

A parte l'antropocentrismo, o per meglio dire la fede nella superiorità ontologica dell'Uomo sul resto del vivente, Severino è filosofia caduta dal paradiso (quale? Quello della filosofia).

Pensando al suo terzo libro su Leopardi (In viaggio con Leopardi, la partita sul destino dell'uomo), diciamo che Severino pià che copiare Heidegger lo riconosce, insieme a Leopardi, come il suo principale avversario nella partita a tra fra giocatore bianco (la Tradizione, filosofica e religiosa, nel senso di religione-filosofia come è stato sopratutto il Cristianesimo), giocatore nero (Leopardi, Heidegger, Nietzsche, ... il Nichilismo), e il Terzo Giocatore, che è Severino, e corregge un errore nato nel declino della filosofia Greca, cioè con i post-Socratici, e formulato nella maniera più inconfondibile da Aristotele ("Ciò che è è quando è, non è quando non è"), e che è consistito nella fede nel divenire, trasmutato da percezione dei sensi a realtà logica, incontrovertibile, su cui sono state fondate tutte le fedi successive, sia della Tradizione (giocatore bianco) sia del Nichilismo (giocatore Nero), e su cui poggia anche la Tecnica, che è il culmine del Nichilismo e della volontà di potenza (i quali procedono in coppia: non c'è potenza se non c'è divenire).

Credo che, con comprensibile umana debolezza, Severino non veda l'ora di vedere realizzate le sue previsioni circa l'ascesa della Tecnica a Sole del mondo, e questo lo induce ad anticiparne l'arrivo oltremodo.
La Pax Technica non arriverà prima del tardo 21-esimo secolo, per me.

Pietro Melis ha detto...

Glielo raccomando anche Cacciari. Mi ruppi la testa leggendo "Della cosa ultima" e ne ricavai che l'ex marxista Cacciari di "Krisis" si era trasformato in teologo che pretende di conoscere la verità circa il rapporto tra le persone della trinità andando oltre la teologia negativa. Ma che roba è questa? Filosofia? E' solo una confusa congerie di giochi linguistici che possono incantare gli imbecilli.La filosofia scissa dalla conoscenza scientifica è destinata a dire solo stronzate nel senso di Harry G. Frankfurt (Stronzate, Rizzoli 2005). Le stronzate sono proposizioni prive di senso e si distinguono dalle menzogne perché una frase falsa può avere senso ma risulta falsa alla verifica empirica. Le stronzate sono peggio delle menzogne. E Severino è tutta la vita che scrive menzogne unite a stronzate.Non ho altro da aggiungere.

Pietro Melis ha detto...

P.S. all'anonimo di ore 00:49. Non si è nemmeno accorto della contraddizione tra la Pax Technica, che dovrebbe essere la vittoria finale del divenire (con il suo nichilismo) e la verità dell'essere.

Sergio ha detto...

@ Ciattoni

"Chiedo scusa per la risposta deludente."

Sì, sono in effetti deluso, molto deluso delle Sue "spiegazioni". Già quella frase in apertura "L'individuo è il «contenuto del sogno dell'errare» mi fa venire il mal di testa. E immediatamente dopo prosegue con " [l'individuo] è volontà di far diventar altro se stesso e le cose che lo circondano". Ma che significa concretamente? Mi sembra che anche lei, come me, abbia letto troppo Severino e ne ricalchi linguaggio e concetti. Diceva Melis che una volta una persona mediamente colta capiva i filosofi. Oggi invece sono semi o del tutto incomprensibili. Chi ha illuminato Severino coi suoi filosofemi? Forse qualche collega che magari l'ha frainteso. La filosofia o il sapere in genere dovrebbero spiegare, illuminare e soddisfare la voglia di conoscenza, che in diverso grado hanno tutti. E la conoscenza rende felici, almeno un istante. Severino invece fa "uscire pazzi" quelli che lo leggono. E non mi venga a dire che il discorso di uno "scienziato" come Severino non può essere capito da tutti, non tutti possono elevarsi alla sua altezza. Io di fisica nucleare non capisco niente. Ma un filosofo non dovrebbe parlare in modo oscuro come fa Severino. A me sembra poi che Severino nessuno lo caghi a questo mondo. Se voglio capire qualcosa, apprendere qualcosa di nuovo mi rivolgo ad altri autori. Severino non fa felice nessuno. Severino mi risponderebbe forse che non è compito suo e della filosofia rendere felici gli esseri umani. "A quoi bon les philosophes?" (a cosa servono i filosofi?). Melis si è fatto da autodidatta una cultura scientifica. Oggi non si può più far filosofia ignorando la scienza. Cacciari fa semplicemente ridere, fin dai titoli dei suoi libri: "La cosa ultima". La cosa ultima? Ma va' là, se non sai un cazzo di fisica e astrofisica. Se vuoi sapere "was die Welt im Innersten zusammenhält" (Goethe, Faust) è meglio rivolgersi a uno scienziato e non ai filosofi, soprattutto a certi filosofi. (la frase qui sopra potrebbe tradursi liberamente: Qual è l'essenza del mondo?).

Mario Ciattoni ha detto...

Risposta a Sergio. Cosa significa diventar altro? Il diventar altro è una formula astratta che Severino usa per per raccogliere sotto di sé un'infinità di casi concreti (mangiare, accoppiarsi, lavorare, fare la guerra, ecc.) ed è sinonimo di trasformazione, cambiamento, produzione. Il diventare altro è il modo con cui ci difendiamo dalla morte (per non morire dobbiamo trasformare noi stessi e le cose che ci circondano).

«Se vuoi sapere "was die Welt im Innersten zusammenhält" (Goethe, Faust) è meglio rivolgersi a uno scienziato». Le confesso che non so quale sia «l'essenza del mondo». Posto che esista, è probabile che non riuscirò mai a scoprirla. Se Lei è riuscito a scoprirla, allora mi dica con parole semplici che cos'è questa «essenza del mondo», dove sta e perché non possiamo negarla. Tenga presente che «essenza» è una parola profondamente filosofica.
Amicus plato sed magis amica veritas.

Cordiali saluti

Pietro Melis ha detto...

La scienza non può dire quale sia l'essenza del mondo, se per essenza di intenda una finalità nascosta. Ma la scienza esclude comunque un disegno intelligente del mondo per l'incidenza della casualità sin dai primi secondi del Big Bang perché CASUALMENTE ha prevalso la materia sull'antimateria. Casualmente la Terra si è trovata alla distanza giusta dal Sole perché non vi fosse troppo caldo o troppo freddo e casualmente ha avuto una massa che impedisse che l'atmosfera a causa della forza di gravità venisse schiacciata sulla sua superficie (come nei grandi pianeti Giove e Saturno)o venisse dissipata nello spazio come nei pianeti minori (Mercurio e Venere). Tutta l'evoluzione biologica è avvenuta con l'incidenza DETERMINANTE della casualità. E bastano questi argomenti per concludere che casualmente si è formata la vita sulla Terra. Casuale è dunque anche la vita umana sulla Terra, contro ogni concezione antropocenrica della natura. E basta questo per demolire ogni metafisica incentrata sull'uomo. Non è certo la filosofia che possa dare un significato alla vita umana oltre le conoscenze scientifiche se non lavorando di fantasia. La famosa frase di Aristotele (Amicus Plato etc.)conferma che solo la metafisica (come quella di Platone e di Aristotele) può pretendere di andare oltre la fisica. E non era certo Aristotele (più antropocentrico di Platone) che potesse pretendere di essere amico della verità. Infatti il suo sistema astronomico fu un fallimento e la scienza moderna iniziò andando contro Aristotele.

Sergio ha detto...

@ Ciattoni

Caro Mario, pretendi un po' troppo da me. È chiaro che nemmeno io so quale sia l'essenza del mondo. Fra parentesi la traduzione letterale della domanda di Faust a Mefistofele è piuttosto: "che cosa tiene la terra unita nelle sue viscere?". È chiaro che con questa domanda Faust vorrebbe conoscere la "verità ultima", il senso ultimo della nostra esistenza. Ma nemmeno Mefistofele può rispondere a questa domanda. Severino invece pretende di conoscerla questa verità, che sarebbe poi l'eternità del tutto, di ogni fenomeno ed ente, ovviamente anche di noi stessi. Significherebbe, mi pare, che la storia della terra ricomincerebbe fin dai primordi, si ripeterebbero tutti gli avvenimenti, anche la prima e la seconda guerra mondiale, Auschwitz, Hiroshima, nonché i minimi ridicoli fatti delle nostre esistenze. Almeno io ho capito questo (e Severino l'ho letto per anni). Io l'essenza, la verità ultima del mondo non la conosco. Severino invece sì, sarebbe appunto l'eternità. Ripeto: cosa cambia nelle nostre vite se accetto quest'affermazione? Se riconosco che le cose non escono dal nulla e ripiombano nel nulla, la follia estrema dell'occidente per il quale il divenire, il venire dal nulla e tornare al nulla, è l'evidenza estrema. Ma io non credo che la gente comune (dciamo il 99,9% degli esseri umani) soffra del *complesso greco" di cui non ha mai sentito parlare. La distruzione, la morte, fanno soffrire tutti gli esseri umani, improvvisamente i nostri cari muoiono e rimaniamo soli al mondo: è una cosa difficile da sopportare. Il cristianesimo (e altre religioni) ci dicono che la morte non è il destino dell'uomo, c'è un'altra vita dopo la morte, l'eternità, infinitamente più bella di questa vita spesso schifosa e perciò definita una valle di lacrime. E per i cristiani questa vita eterna è stata a lungo - e per i credenti lo è ancora - fonte di consolazione.
Severino mi ha spiegato molto bene la differenza tra fede e verità. Dice che la fede, ogni fede, è violenza perché desidera l'impossibile. Ovviamente la sua asserzione dell'eternità del tutto non è una fede (dice lui). Ma di questa verità manca l'evidenza, mi pare. Severino dice che non riusciamo ad afferrare questa verità perché, per colpa dei Greci, essa è sepolta nell'inconscio dell'linconscio, e per arrivarci dobbiamo rimuovere le macerie dell'errore. Mah! Severino è un uomo felice o almeno sereno? Forse quando suona il suo piano a coda. Severino è noto ai suoi tifosi e basta. La filosofia non ha cambiato il mondo (magari adesso risponderebbe che non era questa la sua intenzione). Ma se c'è qualcosa che ci aiuta a vivere è proprio la conoscenza, il capire, e oggi è ormai la scienza che ci aiuta a vivere meglio (ma può anche distruggere la terra). Severino dice che ci aspetta il "paradiso della tecnica", è la tecnica che muove le montagne (non la parola di Cristo). Ma poi lo stesso sembra che la tecnica non possa essere la parola ultima, non ci può indicare il senso del mondo.
Un secolo fa Einstein pensava che la Via Lattea - che contiene da duecento a trecento miliardi di stelle - costituisse l'intero universo. Ma il numero di galassie stimato è oggi di cento miliardi, anzi giorni fa ci hanno detto che le galassie sono dieci volte di più, dunque mille miliardi e passa. Per non parlare del pluriverso. Dinanzi a questa realtà si dovrebbe tacere: semplicemente "non sappiamo", siamo delle formiche, dei moscerini. Certamente, anche un moscerino "è", non è un niente.
Ma non gonfiamoci troppo!