venerdì 9 ottobre 2015

NON ESISTE ECCESSO DI LEGITTIMA DIFESA. LA VITA UMANA NON E' SACRA

Se uno ti punta un'arma contro che devi fare? Secondo i soliti cretini della falsa sinistra e affini bisogna aumentare il numero dei poliziotti e dei carabineri. E chi sarebbe contrario? Ma i poliziotti e i carabinieri non hanno il dono dell'ubiquità. Non possono essere presenti a tutte le rapine. Dunque che stronzate vanno dicendo? Nel momento di una rapina l'aggredito è solo di fronte agli aggressori armati. Premetto che i gioiellieri non mi sono affatto simpatici. Vendono roba di cui si può fare benissimo a meno. Sono commercianti del superfluo. Non aiutano di certo a far diminuire la povertà. 
Ma prescindo da ciò. Un gioielliere viene assalito da due rapinatori (anche se poi si scopre che le loro armi erano armi giocattoli, ma che il gioielliere non poteva sapere fossero tali). Dopo avere consegnato ai rapinatori i 5000 euro appena riscossi dalla banca spara contro i rapinatori e li uccide. Allora sorge subito l'accusa di eccesso di legittima difesa. Perché? Perché avrebbe difeso i 5000 euro e non la propria vita? Ma quei soldi facevano parte dei beni della propria vita. I poliziotti e i carabinieri mai avrebbero potuto assicurare al rapinato la cattura dei rapinatori e la restituzione dei soldi. Solo se avesse sparato un pensionato per difendere la sua magra pensione, necessaria per arrivare alla fine del mese, l'uccisione dei rapinatori sarebbe stata necessaria? Si tratta dunque di stabilire solo l'entità della rapina per sapere se si tratti o non di legittima difesa? Assai più grave il caso il cui il rapinatore minacci l'aggredito ancor prima di rapinarlo. Ma la norma generale è quella che io trovai leggendo alcuni classici della politica. Citati nel mio Scontro tra culture e metacultura scientifica, di cui riporto sotto alcune pagine riguardanti la pena di morte. 


Oggi nella dottrina penale americana prevale una concezione retributiva della pena che giustifica la posizione di Kant basata sul principio di eguaglianza. La legge del taglione (lex talionis) raccomanda di “fare agli altri ciò che questi hanno fatto a te”, come rafforzativa della regola aurea  secondo cui bisogna “fare agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te” (norma evangelica). In base alla lex talionis si ripristina l’eguaglianza che è stata turbata dal crimine E’ questa la tesi di J. H. Reiman.[1] In base a tale principio il crimine è un attacco alla sovranità dell’individuo che pone il criminale in una posizione di illegittima sovranità su un altro. La vittima ha il diritto, e la società il dovere, di rettificare la posizione del criminale riducendone la sovranità nello stesso grado. La vittima avrebbe avuto il diritto, ma non il dovere, di perdonare a chi ha attentato al suo diritto naturale, ma rispettando il principio che la vita della vittima non possa essere valutata come inferiore rispetto a quella del suo uccisore. La vita umana non di per sé sacra. Una pena alternativa come l’ergastolo (che in Italia non esiste più) non sarebbe in accordo con il principio di umanità della pena e dell’ipocrita funzione rieducativa di essa. E’ stato anche scritto: “Chi non avverte che vi è qualcosa di macabro e di beffardo in un processo nel quale la vittima non può più udire la propria voce?…Ma vi è di più, chi uccide con il suo delitto diminuisce in tutti il valore della vita, togliendo a ognuno un po’ di sicurezza di vivere, il che è come dire che lo priva di una parte della sua vitalità…L’esclusione della pena di morte per omicidio è un portato di maggiore civiltà o non è invece il segno di una minore sensibilità morale e di una meno chiara percezione del vero?…Chi con deliberato proposito uccide un uomo deve essere a sua volta ucciso dalla società costituita, che non può sottrarsi al suo obbligo senza macchiarsi di una colpa…E’ forse giusto che chi uccida non venga a sua volta ucciso? E che gli si infligga invece una pena di carcere che sarà mite in ragione di come saprà difendersi contro un morto”,[2] grazie ad avvocato prezzolato o al solito psicologo o sociologo di turno pronto a trovare tutte le attenuanti generiche e specifiche? Si vuole spesso dimostrare che l’assassino nel momento del crimine fosse incapace di intendere e volere. Ma poi riacquista sempre la lucidità! Si pretende assurdamente che il criminale si riconcili con la società senza tenere in alcun conto la vita dell’ucciso. Gli abolizionisti sono proprio coloro che ipocritamente o disonestamente tengono in minor valore la vita umana, stando a difesa degli assassini. Questo discorso vale anche per Amnesty International, che, come direbbe Hegel, alla ragione sostituisce la “brodaglia del cuore” (Lineamenti di filosofia del diritto, pref.): associazione di saccenti presuntuosi e arroganti che credono di avere un cervello migliore di quello di tutti i pensatori che abbiamo citato. E, a parte la giustizia che bisogna rendere alla vittima, anche se morta, vi è un superiore interesse della società a liberarsi degli assassini che a ritenere “sacra”, come stupidamente si dice, anche la vita di un criminale.     
T. Sellin[3]volle dimostrare con un’indagine statistica che la pena di morte negli Stati Uniti non aveva un’influenza frenante sugli indici di morte per omicidio. Gli rispose Isaac Ehrlich,[4] che scrisse che i metodi statistici erano inattendibili, mentre, avvalendosi di diverse ipotesi, si poteva affermare che durante il periodo 1935-69 ciascuna esecuzione capitale aveva prevenuto il verificarsi di sette o otto omicidi in più. Infatti il criminale, in base alle offerte di mercato, conforma la sua condotta al desiderio di massimizzare il suo guadagno e di minimizzare i costi personali. Quando tra i possibili costi vi è la pena di morte diminuisce il desiderio di massimizzare il profitto. Ma questi sono argomenti utilitaristici che non scalfiscono minimamente il principio secondo cui la vita dell’assassino non deve valere più di quella della sua vittima innocente.





[1]   Justice, Civilation and the Death Penalty, Justice 1991.
[2]   Carlo Cetti,  Della pena di morte. Confutazione a Beccaria, Como 1960,  pp. 12-13.
[3]    The Death Penalty, The American Law Insitute, Philadelphia 1959.
[4]     The deterrent effect of punishment: a question of life and death, American Economics Reviw, 65, 1975.


 Sia almeno riconosciuto ad ognuno il diritto di dichiarare se sia disposto a perdonare il suo eventuale assassino, perché lo Stato non si sostituisca alla volontà della vittima innocente.

E’ contraddittorio che ognuno per legittima difesa possa anticipare il suo aggressore armato uccidendolo, mentre si riconosce allo stesso aggressore che abbia anticipato la vittima il diritto di continuare a vivere. La legittima difesa presuppone che nel momento dell’aggressione la vita dell’aggressore non disponga più della tutela della legge e che esso si ponga in uno stato di natura, ponendo la sua vita alla mercé dell’aggredito. Non si capisce dunque perché lo Stato restituisca la tutela alla vita dell’assassino soltanto perché questo è riuscito ad anticipare la vittima. Vi sono pubblici ministeri e giudici, garantisti senza cervello, capaci ormai di incriminare per omicidio o per eccesso di difesa chi previene un rapinatore uccidendolo, certamente convinti che l’aggredito debba prima rischiare di farsi uccidere, oppure che il rapinatore abbia il diritto di fuggire con la refurtiva e che il rapinato non abbia il diritto, per difendere i propri beni, di sparare al rapinatore in fuga, dovendo affidarsi solo alle forze dell'ordine, che, si sa, riescono quasi sempre a prendere il rapinatore...per la coda. La giustizia è in mano anche a questi individui, con la loro cultura del buonismo che uccide la giustizia. 

 Il nostro ragionamento trova riscontro in Gaetano Filangieri (Scienza della legislazione, 1781-88), che, riprendendo il pensiero di Locke sullo stato di natura, in cui ognuno ha il diritto di punire i delitti (II Trattato del governo, II, 11), osserva, contro Beccaria (Dei delitti e delle pene, 1764), che nello stato di natura si perde il diritto alla vita quando la si toglie ad altri, perché ognuno ha il diritto di uccidere il suo ingiusto aggressore, e, se rimane ucciso, il suo diritto si trasferisce da lui alla società. D’altra parte, non si aggiunge mai che Beccaria continuò a giustificare la pena di morte per quei delitti che minano l’ordine sociale.  Riferimento odierno potrebbero essere le organizzazioni a delinquere come la mafia, contro cui si devono usare leggi di guerra, non di pace, sospendendo le garanzie costituzionali, conservando le quali si ha soltanto uno Stato imbelle e buffone, se non colluso. Combattere la mafia (che impiega la pena di morte) con il garantismo delle leggi di pace, e senza applicare la pena di morte, significa cercare di contrastare un esercito dotato di artiglieria pesante con un esercito equipaggiato al massimo con fucili. Poiché è impossibile estirpare la mafia con metodi democratici, nell’attuale “democrazia” il sud d’Italia si merita soltanto l’autogoverno della mafia, senza aiuti economici da parte di altre regioni. Ha scritto Aristotele (Politica, L.VIII) che ogni popolo ha il governo che si merita. I capi mafia continuano a comandare dal carcere ricattando guardie e direttori del carcere. La pena di morte impedirebbe ai mafiosi di continuare a dare ordini. E’ altrettanto inconcepibile che non si applichi la pena di morte nei confronti dei trafficanti di droga, cioè di morte. Ritenere che la loro vita sia degna di rispetto significa corrompere lo stesso concetto di giustizia. Essi minano anche l’ordine sociale, per cui, dallo stesso punto di vista di Beccaria, dovrebbero essere eliminati senza pietà.   

 Sparò ai rom per difendersi:
va in carcere e deve risarcirli

3 commenti:

Anonimo ha detto...
Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.
Pietro Melis ha detto...

Non scendo al livello di cervelli spazzatura privi di argomenti e pieni di ignoranza.
Avrei anche potuto ignorare l'invio senza pubblicarlo per poi cancellarlo subito. La prossima volta questo cervello spazzatura non avrà nemmeno la cancellazione. Verrà ignorato.

Eva de Molay ha detto...

Preferisco andare in prigione per aver ammazzato uno schifoso scarto umano piuttosto che farmi stuprare da lui, non ho alcun dubbio, e mai l'avrò.