lunedì 3 aprile 2017

APOLLONIO DI TIANA, PLUTARCO, PORFIRIO: MIEI IDEALI DI UMANITA'



Apollonio di Tiana (I secolo d. C.), educato a Tarso, non si fece convertire da S. Paolo quando lo incontrò. Preferì rimanere legato culturalmente all’India, dove era stato, contemperando la cultura indiana con il pitagorismo. Flavio Filostrato di Lemno, vissuto nel III secolo, fu invitato da Giulia Domna, moglie dell’imperatore Settimio Severo, a scrivere la biografia di Apollonio. Egli racconta che Apollonio aveva la fama di essere un mago, di aver fatto molti miracoli e di essere persino risuscitato per dimostrare che l’anima è immortale, ma aggiunge che non vi era in ciò alcunché di vero e che Apollonio era solo un sapiente che ancor giovinetto disse al suo maestro Eusseno di voler diventare pitagorico e gli spiegò: “ ‘Farò come i medici. La loro prima cura è di purgare: prevengono così le malattie o le guariscono’. A partire da quel momento non si nutrì più di carni…si nutrì di verdure e di frutta, dicendo che tutto ciò che dà la terra è puro…e divenne assistente del medico Esculapio” (Vita di Apollonio, I, 7).



 E’ evidente che sarebbe stato preferibile che S. Paolo, invece di cercare di convertire Apollonio, si fosse fatto convertire da lui. Quanto sarebbe stata migliore la storia.



 Conoscitore dei tesi della religione di Zarathustra, egli affermò che “nessun sacrificio di animali è da farsi poiché Dio non ha bisogno di alcunché” e che è preferibile non fare alcuna violenza ad alcun animale evitando l’uso delle pelli per accrescere il senso della giustizia. “La terra produce ogni cosa e chi vuole essere in pace con gli esseri viventi non ha bisogno di alcunché, poiché i suoi frutti si possono cogliere, e altri coltivare secondo le stagioni, in quanto essa è la nutrice dei suoi figli: ma la gente, come se non udisse le sue grida, affila le spade contro gli animali per trarne cibo e vestimento. I Bramani dell’India invece non approvano tale condotta e istruirono i Ginni dell’Egitto a respingerla: da costoro Pitagora, che fu il primo dei Greci a frequentare gli Egizi, prese la sua dottrina che lasciava alla terra gli esseri animali; e affermando che i suoi prodotti sono puri e adatti a nutrire il corpo e la mente, di questi si cibava. Sostenendo inoltre che gli abiti che si portano solitamente sono impuri, in quanto provengono da esseri mortali, si abbigliava di lino; e per la stessa ragione intrecciava il vimine per farsene calzature” (Flavio Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana).

Apollonio conobbe in Etiopia l’imperatore Vespasiano, dopo che si allontanò da Roma perché perseguitato sotto Nerone da Tigellino, ma poi dovette lasciare  nuovamente Roma sotto l’imperatore Domiziano, succeduto al fratello Tito, facendo perdere di sé le tracce sotto l’imperatore Nerva. Nell’ambiente culturale del I secolo l’arte della retorica veniva indirizzata verso argomentazioni che dovevano suscitare emozioni e meraviglia per suscitare grandi pensieri che stessero tra il sublime e il mistero. Si combatteva così in certi ambienti colti contro il conformismo a favore di alti ideali. Allo stesso modo si può pensare che S. Paolo, per raccogliere maggior credito tra le folle, abbia diffuso il racconto della resurrezione di Gesù.         

Persino un cristiano come Eusebio poteva conservare in una sua opera (Preparazione evangelica, IV, 13) il pensiero di Apollonio in questi termini: “Io credo che si osservi il culto conveniente alla divinità…se al Dio che diciamo Primo e che è l’Uno e separato da tutte le cose e che dobbiamo riconoscere superiore a tutti gli altri  non si immolino vittime, non si accendano lampade, non si consacri alcuna delle cose sensibili. Dio non ha bisogno di alcuna cosa…Con lui adopera solo la parola migliore, cioè quella che non esce dalle labbra, e da lui, che è il migliore degli esseri, invoca i beni mediante ciò che in noi v’è di migliore: l’intelletto, che non ha bisogno di alcun organo”. In una lettera (26) delle molte apocrife si legge: “Se gli dei non hanno bisogno di vittime, che si dovrà fare per avere i loro favori? Credo si debba aver l’animo ben disposto a beneficiare gli uomini per quanto è possibile, secondo i loro meriti”. Apollonio passò alla posterità con la definizione di “Cristo pagano”. Il che sarebbe da ritenersi una grave offesa per Apollonio, non per il Cristo di S. Paolo. Giustamente, infatti, Porfirio oppose la figura di Apollonio a quella di Cristo, ritendo che Apollonio fosse il vero salvatore. Se si riflette sul fatto che Gesù era un ebreo che non aveva preso mai le distanze dalla Torah, che egli pretendeva, al contrario, di avere completato, si può dire che nessuna vera salvazione poteva venire all’umanità dalla religione ebraica, scuola di macelleria, che portò a ritenere, tramite il cristianesimo, che il Figlio di Dio dovesse essere macellato in croce per redimere l’umanità. Fu il neoplatonismo a salvare in parte il cristianesimo dalla maledizione della Torah, del dio ebraico che maledice e che sparge sangue. Non si trascuri il fatto che Gesù, cacciando i mercanti che sostavano fuori, sotto il colonnato del tempio, accusandoli di averne fatto “una spelonca di ladri”, identificava in realtà la casa di dio con il tempio-mattatoio ebraico. Rimase ebreo.             


Il maggiore filosofo neoplatonico prima di Plotino fu Plutarco, nato nel 46 d. C. Contro le argomentazioni degli stoici, secondo cui, se gli animali partecipassero della ragione naturale, e dunque del diritto, l’umanità perirebbe non potendo usufruire dei vantaggi provenienti dai “comodi avuti dalle bestie”, Plutarco ribatte che l’uomo può vivere senza uccidere animali indifesi o divertendosi con la caccia, che, oltre che ingiustizia, è mancanza di equilibrio della mente. Plutarco rileva come la concezione stoica giustifichi una forma di dominio dell’uomo sulla terra. Essa predica l’esistenza di un Logos universale, la virtù, ma poi non sente il dovere di offendersi di fronte a cadaveri presentati come cibo. Gli animali non umani sono migliori perché nessun cavallo rende schiavo un altro cavallo o un leone un altro leone.[1] Mentre gli altri animali si astengono dal cacciare ogni specie e “fanno la guerra soltanto per necessità di cibo”, l’uomo è l’unico animale che, cibandosi di tutto, rimase castigato da molte e lunghe malattie.

In Iside e Osiride Plutarco dimostra di avere conoscenza di Zarathustra, oltre che di Platone, e in De esu carnium (Del mangiar carni) scrive: “Vi state chiedendo perché Pitagora si astenesse dal mangiar carne? Io, da parte mia, mi domando piuttosto per quale ragione e con quale animo un uomo, per primo, abbia potuto avvicinare la sua bocca al sangue coagulato e le sue labbra alla carne di una creatura morta, ponendosi avanti i serviti, le vivande e il cibo di corpi uccisi…le membra che poco avanti belavano, mugghiavano, andavano e vedevano? Come poterono soffrire gli occhi di scorgere l’uccisione degli animali scannati, scorticati, smembrati?…L’uomo non si nutre certo di leoni e di lupi, per autodifesa…ma al contrario, uccide creature innocue, mansuete, prive di pungiglioni o di zanne. Per un pezzo di carne l’uomo le priva del sole, della luce, della durata naturale della vita alla quale hanno diritto per il fatto di essere nate”.  Plutarco vede l’origine di ciò in un tempo in cui gli uomini, non conoscendo ancora l’agricoltura, soffrirono la fame più dura, e non nella guerra, come aveva pensato Teofrasto. Da allora essi impararono a cibarsi di animali morti. Aggiunge Plutarco: “Che orribile vista ci presenta la mensa dei ricchi, veder adornarla da cuochi e pasticceri di cadaveri e corpi morti”. Precisa Plutarco – quasi anticipando le stesse considerazioni che svolgerà Rousseau (Discorso sull’origine e sui fondamenti dell’ineguaglianza tra gli uomini), a cui oggi possiamo scientificamente arrivare - che il corpo umano non ha nello stomaco la capacità di “cuocere e smaltire la gravezza della carne”, considerando la delicatezza dei denti, la piccolezza della bocca. La cosiddetta civiltà è per Plutarco dominata dalla follia. Si incominciò ad uccidere gli animali selvatici, “fino ad uccidere il bue, nostro operaio, la pecora che ci veste, il gallo guardiano della nostra casa, e così a poco a poco, cresciuta l’insaziabile cupidigia si pervenne al sangue, agli omicidi, alle guerre”. Aggiunge Plutarco che non è naturale cibarsi di carne, che genera malattie, da cui l’uomo rimane castigato. Gli animali carnivori cacciano “per necessità di pascersi” e non cacciano ogni specie, come fa l’uomo.[1] Plutarco, che viaggiò da Roma (dove fu ben voluto dall’imperatore Vespasiano) al Medio Oriente, ebbe molte missioni politiche e fu nominato arconte di Cheronea, cittadino onorario di Atene e sacerdote di Delfi,  lasciò un messaggio: “combattete uniti contro quelli che privano gli animali dell’uso della ragione e del discorso”. Plutarco, che morì nel 125, visse 79 anni. Egli non pare avere tenuto in considerazione la religione ebraica, che ancora non era giunta, filtrata dal cristianesimo, nel mondo greco-romano, se non limitatamente all’opera dell’ebreo eretico Filone di Alessandria (27 a. C.), che anticipò la concezione trinitaria di Dio, contro il monoteismo giudaico.



Il neoplatonico Celso - di cui purtroppo non ci è rimasta l’opera Discorso di verità (178 d. C), che, anticristiana nel suo affermare che il cristianesimo non aveva alcunché a che fare con la filosofia a causa del suo Dio antropomorfico, ci è nota soltanto per le parti riportate da Origene (184-255) nel suo Contra Celsum - invitava al riconoscimento di una parentela tra uomini ed animali considerando che il mondo non è stato fatto solo per l’uomo. Celso demolisce tutti gli argomenti di Aristotele, degli stoici, dell’ebraismo e del cristianesimo: “Non si pone alcuna differenza tra il corpo di un pipistrello o di un verme, di una rana o di un uomo; medesima è infatti la materia e identica ne è anche la corruttibilità…Nulla è immortale di quel che dalla materia trae origine. Basta questo riguardo a tale argomento e chi è in grado di udire e di compiere una ricerca ancor più approfondita comprenderà che le cose che noi vediamo non sono state donate all’uomo, ma ciascuna nasce e perisce per il bene del tutto”, e il fatto che gli animali non siano dotati di parola non significa che “il dio abbia creato tutto in funzione dell’uomo…Non per l’uomo l’universo è stato creato, ed egualmente nemmeno per il leone, o per l’aquila, o per il delfino, ma perché questo cosmo si realizzasse come opera totalmente divina e assolutamente perfetta…E’ dell’universale che il dio ha cura, è questo che la provvidenza divina non abbandona mai” (IV, 81-99).



Il pagano Porfirio (n. in Siria nel 233 e m. a Roma nel 305), allievo prediletto di Plotino, [1] conoscitore del Vecchio e del Nuovo Testamento e della lingua ebraica, fu autore di un’opera intitolata Contro i cristiani, giunta mutila. In essa Porfirio aveva attaccato S. Paolo che nella I lettera ai Corinzi aveva scritto che i cristiani non dovevano farsi scrupolo di mangiare tutto ciò che usciva dai mattatoi. In Sull’astinenza dalle carni riprendeva la tradizione neopitagorica e neoplatonica della giustizia cosmica come mezzo del ritorno del mondo a Dio. Secondo Porfirio fu il massacro degli animali a predisporre gli uomini, ormai avvezzi ad uccidere, ad uccidersi tra loro in guerra, perché identiche furono le armi. La guerra nacque per la bramosia di possedere di più estendendo agli uomini l’ingiustizia già commessa nei confronti degli animali. Le guerre nacquero dopo la fase dell’agricoltura e coincisero con la fase successiva dell’allevamento, che portò ad impadronirsi contemporaneamente degli animali e delle terre altrui. Così si è formata la civiltà del dolore.

Uomini ed animali fanno parte di uno stesso ordine naturale che comporta misura e giustizia. Pertanto uccidere glianimali per divorarne le carni, il condurli al macello smaschera l’ordine umano e la sua pretesa superiorità rivelandone tutto l’orrore. E’ possibile superare un un universo di dolore inutile. Scrive Porfirio: “Sicuramente Dio non ha fatto in modo che ci fosse impossibile assicurare la nostra salvaguardia senza fare del male ad altri; ciò sarebbe stato in effetti darci la nostra natura come principio di ingiustizia” (III, 12). Capovolgendo il testo biblico, Porfirio scrive che la violazione originaria della vita degli animali da parte degli ebrei fu compiuta da un sacerdote, che poi diede in pasto della carne alla compagna.

Contrapponendosi a S. Paolo, Porfirio riporta un passo della Prima Epistola ai Corinzi (10, 28): “Mangiate di tutto quello che si vende al macello, senza preoccuparvi di niente per scrupolo di coscienza; perché di Dio è la terra e tutto quanto essa contiene. Se un pagano vi invita e vi piace andare, mangiate pure di tutto quello che vi è posto davanti, senza preoccuparvi di niente per scrupolo di coscienza”. Purtroppo il cristianesimo iniziava così per bocca del suo fondatore.

 Secondo Porfirio la carne è il veicolo dei demoni malvagi, che allontanano l’uomo dalla perfezione divina. Da ciò le colpe degli ebrei (allora confusi insieme con i cristiani), contro cui devono ergersi i filosofi per liberare gli uomini dall’orrore del togliere la vita agli animali, capaci anche di un “discorso interiore” perché più vive sono le sensazioni e più sensati sono gli animali, i quali sono “ragionevoli per natura”, non nascendo la loro ragione principalmente dall’apprendimento, come quella degli uomini. Uccidere gli animali per divorarli significa soprapporre un ordinamento umano a quello divino, riempiendo la terra di dolore inutile. 

L’imperatore Costantino emanò contro Porfirio la seguente disposizione: “Porfirio, il nemico della religione, ebbe quel che meritava, sicché il suo nome sarà nei tempi avvenire nome di ignominia ricolmo d’infamia, mentre i suoi empi scritti sono stati distrutti…Chi verrà sorpreso con opere di Porfirio sarà immediatamente condannato alla pena capitale” La stessa disposizione fu presa dai successori Teodosio II e Valentiniano III.

Né bisogna tacere che furono i cristiani ad incendiare nel 391 la grande Biblioteca di Alessandria d’Egitto, facendoci perdere enormi tesori di sapere.




[1] Platone nelle Leggi (849d) scrive che “i macellai potranno vendere la carne solo a stranieri, artigiani ed ai loro servi”. Ma per Platone artigiani potevano essere soltanto gli stranieri, non potendo i cittadini, occupati nella difesa dello Stato, nella politica e nell’istruzione, impiegare il loro tempo quotidiano nel lavoro artigianale (846d). Vengono, invece, permessi nelle Leggi (849a, 917b-c, 919e-920a-c) gli scambi commerciali tra cittadini e tra cittadini estranieri, se pur rigorosamente regolamentati dallo Stato.       
Precedentemente (842e) aveva scritto: “i nuovi cittadini invece dovranno trarre il nutrimento solo dalla terra”. Platone, inoltre, sembra glorificare il tempo mitico in cui “non si osava nutrirsi nemmeno della carne di bue, non si sacrificavano animali agli dei, ma invece focacce, e frutti melati e ogni altra offerta incruenta e si astenevano dalla carne perché ritenevano sacrilegio mangiarne e macchiare di sangue gli altari degli dei; questi uomini allora vivevano secondo i principi orfici, nutrendosi di esseri inanimati, astenendosi da tutto ciò che ha vita animale”. Vi è in questo passo, certamente, un riferimento alla tradizione della scuola pitagorica, che faceva divieto di mangiare carne anche sulla base della dottrina della metempsicosi.   Da qui, come da altri passi del Politico e del Timeo, si può dedurre che Platone richiedesse una dieta vegetariana. Ma purtroppo nemmeno Platone seppe sottrarsi alla tradizione religiosa dei sacrifici degli animali, ritenendo, evidentemente, che essa fosse da conservare per rafforzare esteriormente la credenza nelle divinità, nel contesto di una religione astrale che egli, contraddittoriamente, poneva a fondamento di una giustizia cosmica (Leggi, X).
 

[1]  Plutarco, I bruti usano la ragione, tr. it. M. Adriani, Milano 1829, p. 487.


[2] Ibid., p. 497. 

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