domenica 1 gennaio 2017

LE SOLITE VUOTE E DISONESTE ACCUSE DI RAZZISMO E DI FASCISMO

Così ho risposto ad un mio corrispondente dalla Svizzera Sergio P. che mi ha inviato alcuni suoi commenti in relazione ad un articolo di Paolo Flores D'Arcais nella rivista MICROMEGA, chiedendomi che cosa io pensassi di tale articolo.  
Caro Sergio
il cristiano Samuel Pufendorf nel suo De jure naturae et gentium (da me citato in un mio ponderoso libro) rivendicava la libertà di pensiero sino a giustificare la bestemmia. E ciò sulla base della considerazione che non si può ritenere come limite della libertà di pensiero il sentimento religioso personale che è del tutto soggettivo e dunque non può sottostare ad un ordinamento giuridico che riguarda le azioni e non il pensiero. La stessa considerazione oggi potrebbe farsi riguardo all'accusa di fascismo e di razzismo. Una democrazia che neghi la costituzione di un partito fascista o nazista contraddirebbe se se stessa. E' vero che il fascismo e il nazismo andarono al potere appoggiati prima da squadre use alla violenza. Ma il potere fu poi assunto democraticamente con una maggioranza parlamentare. Notare poi l'assurdo del ritenere reato il saluto romano identificato con il saluto fascista o nazista solo perché il fascismo e il nazismo si appropriarono del saluto romano, oltre tutto molto igienico perché nella stretta di mano si ha uno scambio di batteri soprattutto se uno ha la mano sporca. Inoltre non capisco perché invece non sia proibito il saluto comunista con il braccio teso e la mano chiusa nel pugno. Eppure i morti causati dal comunismo  sotto Stalin (con i famigerati gulag) furono maggiori di quelli causati  dal nazismo. Il fascismo non costruì mai lager ma isole di confino. Non uccise mai i suoi oppositori. L'uccisione di Matteotti non fu voluta da Mussolini. Questo è accertato dalla storia. Per quanto riguarda il razzismo bisogna capire che cosa esso signichi. Se significa difendere i confini di uno Stato (come in guerra) o difendere l'identità nazionale messa in pericolo o distrutta dall'ideologia della società multiculturale e multirazziale allora deve essere lecito e razionale dichiararsi razzisti. La storia insegna che non vi può essere integrazione con gente che ha identità diverse.




La storia 
europea, è vero, è stata una storia di guerre. Ma le guerre non hanno scalfito una comune identità data dalla comunanza delle scoperte scientifiche e anche da quella religiosa, nonostante le luci e le ombre del cristianesimo. Non per nulla l'ateo Croce scrisse il famoso Perchè non possiamo non dirci cristiani.  Oggi questa identità è corrosa dall'ideologia nefasta della ideologia della globalizzazione non solo delle merci ma anche dei popoli che invadono l'Europa (anche in conformità con lo scellerato piano Kalergi), che sta portandol'Europa al suo meticciamento. Tanto meno vi può essere integrazione con gli islamici perché la loro fonte è il Corano, peggiore del Mein Kampf di Hitler, che oltre tutto valorizzava la cultura greco-romana nell'insegnamento scolastico. La storia degli USA nulla ha insegnato. Nonostante Lincoln vi sarà sempre mancanza di integrazione o razzismo tra bianchi e negri (perché io non rinuncio a dire negri avendo imparato a scuola che trai tipi di razze esiste quello negroide (e non neroide).  
P.S. Senza fare il suo cognome porrò  questa mia risposta nel mio blog. Perciò grazie per avermene dato spunto.  

Il 29/12/2016 08:31, Sergio P. ha scritto:
Caro prof. Melis,
le copio qui sotto alcuni miei commenti a un testo di Flores d’Arcais, pubblicati nel blog di un amico (“Il fenotipo consapevole”, di Massimo Matis di Torino). Vi si parla degli argomenti dei nostri tempi (razzismo, fascismo - ormai usati come il prezzemolo in ogni circostanza).
Cordiali saluti
Sergio P.

3 commenti:


  1. Informazione bibliografica: il testo qui sopra è tratto dal libro di Flores, "La guerra del sacro", Raffaello Cortina Editore, 2016.
    Questo capitolo è stato pubblicato in francese da Philosophie Magazine nel 2015 e proposto, sempre in francese, da MicroMega, la rivista di Flores d'Arcais. La mia inutile e in parte non impeccabile traduzione l'ho fatta prima che si pubblicasse "La guerra del sacro".
    Il libro di F. d'Arcais mi sentirei di consigliarlo nonostante parecchie riserve che io nutra per questo filosofo ex marxista e che oggi propone un quasi comunismo nella nuova costituzione italiana da farsi. Arcais è anche antipatico, si prende troppo sul serio, mai un sorriso o una battuta (eccheccazzo, lasciati andare una volta, "ridi pagliaccio"). Propaganda non più la democrazia ma l'ISOCRAZIA, il potere degli uguali. 
  2. Quanto al testo in questione mi sembra che non ci sia nulla da eccepire NELLA PRIMA PARTE. Salman Rushdie, sempre in fuga dai carnefici, ha rivendicato il diritto all'offesa (ma non alla diffamazione!). Come spiega bene Flores se assumiamo come criterio di giudizio la suscettibilità di una persona, buona notte! Chiunque può ritenersi "offeso a morte" da una qualsiasi sciocchezza. Quante offese subiamo tutti giornalmente (ma ne dispensiamo pure, spesso inconsapevolmente). Se dovessimo mettere mano alla pistola ogni volta la società di dissolverebbe in un baleno. Ma, si dice, l'offesa ai sentimenti religiosi è un'offesa speciale che spiega le reazioni dei credenti. Ma questo non può più valere in una società moderna, multiculturale, multireligiosa, multietnica. Le IDEE E CREDENZE RELIGIOSE possono essere discusse, respinte e anche irrise. Non dimentichiamo che questa è stata una conquista dell'illuminismo in occidente. Galileo è quasi finito sul rogo per una "battutina da niente", non per aver messo in dubbio le cosiddette verità di fede (peccato originale, redenzione, verginità di Maria ecc. ecc.), e questo appena quattro secoli fa.
    Arcais intitola il suo libro "La guerra del sacro" in quanto constata che questa guerra è ancora in corso e il risultato incerto. Potrebbe anche vincere il sacro. Il dialogo delle religioni è la chiamata alle armi delle fedi per contrastare la modernità. Papa Francesco ha in pratica dichiarato la sostanziale parità delle religioni alleandosi con l'islam e altre confessioni. Dunque attenzione, la partita è ancora aperta: potrebbe anche vincere il sacro (per quanto strano e improbabile possa apparire a noi occidentali).
  3. Invece ciò da cui dissento in questo testo è la messa all'indice di antisemitismo e fascismo. Intendiamoci, non mi considero né antisemita né fascista. Arcais condanna l'antisemitismo, ma non la critica dell'ebraismo e del sionismo. Provate a far capire a un rabbino la differenza (per Arcais sostanziale) tra antisemitismo e antisionismo: sarà difficile, anzi impossibile.
    Stessa difficoltà per me quella di negare il diritto di cittadinanza a fascismo e razzismo. Di nuovo: non mi considero né fascista né razzista, ma probabilmente sarò considerato tale da non pochi contemporanei, preferibilmente "di sinistra". Voglio dire con ciò che questi termini sono oggi abusati. Vorrei che questi crimini (antisemitismo, fascismo, razzismo) fossero ben definiti, in modo preciso e inequivocabile che non possa dare adito a interpretazioni e scappatoie. Il razzismo per es. è diventato ormai il crimine dei nostri tempi (appena vent'anni fa il discorso sul razzismo non era così pervasivo e onnipresente come oggi). Uno che rifiuta "l'accoglienza" di mezza Africa passa per razzista, ma andiamo!
    Un'altra boiata dei nostri tempi è il quasi dogma della "diversità come ricchezza" da insegnare fin dall'asilo! Perciò anche la guerra agli "stereotipi" che invece sono utili per orientarsi. I "modi di dire" (compresi i proverbi vetusti e ridicoli) hanno una loro utilità. Se li eliminassimo e ci inventassimo ogni giorno una lingua diversa - creativa, poetica - non so se ci capiremmo, non credo. Che bello invece che chiamiamo ancora il pane pane come i latini (e tanti altri termini e concetti tramandati). Che bella cosa la tradizione. Adesso sparate pure, denunciatemi come reazionario (e fascista, razzista, antisemita).
    Ecco, sulla suscettibilità Flores d'Arcais ha mille ragioni, il discorso è chiuso, la sentenza definitiva. Ma sul resto non so (quel "quasi comunismo" nella nuova costituzione non mi piace).

11 commenti:

Anonimo ha detto...

professore,
chi segue il "politically correct" segue una fede. io non capisco. forse ha paura ad allontanarsi dai suoi dogmi. ma seguire un dogma vuol dire proprio allontanarsi dal ragionamento che ha prodotto quel dogma. vuol dire prenderlo per buono, senza alcuna critica. e per "dogma" intendo anche l'idea - fatta passare ogni giorno dai mass media - che la società multirazziale sia inevitabile, per esempio.
si vede benissimo che chi propina tali idee, ripetendo frasi fatte, non crede per niente a quello che dice, ma "deve" dirlo.
si vede, per esempio, dai sorrisetti falsi di tanti "salottari" radical chic...
perché l'uomo segue dei ragionamenti confezionati da altri ? di cosa ha paura ? è come un bimbo che teme di non avere una guida. ha paura, in fondo, di sé stesso.
saluti,
marco

Alessio ha detto...

IO infatti non mi vergogno affatto ad ammettere di avere in pratica sempre avuto una concezione piuttosto razzista della storia e dell'umanità stessa, io parto dall'evidenza che esistono civiltà più evolute e progredite di altre, che hanno usato meglio la loro intelligenza per progredire, quindi a mio avviso è razionale e giusto parlare di superiorità e inferiorità all'interno della comunità umana. Spesso quando una civiltà più evoluta entra in contatto e anche in conflitto con un'altra più primitiva la migliora e ciò è accaduto storicamente anche con le guerre del colonialismo del XIX secolo, i coloni inglesi hanno migliorato la legislazione ad esempio dell'India introducendo leggi più progredite, gli antichi romani hanno diffuso la loro legislazione avanzata per l'epoca nelle aree sotto il loro controllo, infatti i popoli non conquistati rimasero barbari, indietro di mille anni rispetto agli altri. Sostenere queste idee sicuramente è controcorrente ed espone ad un vespaio di critiche, ma non mi interessa affatto, poiché le critiche arrivano spesso dai soliti benpensanti schiavi del condizionamento sociale, il solito gregge che non usa il cervello e non sa quindi portare validi argomenti.

Sergio ha detto...

Porte di casa aperte sotto il fascismo! La morale pubblica era tale che non si correva alcun rischio lasciando aperte le proprie porte o non chiudendole a chiave. Questa la propaganda fascista. Come fosse in realtà non so, ma dubito che la gente si fidasse tanto. E chi oggi può fidarsi di lasciare aperta la propria porta di casa? Ciò è ipotizzabile solo in uno stato perfetto o quasi perfetto. La realtà invece è che ci sono - e temo ci saranno sempre - dei mariuoli e malintenzionati che si vogliono appropriare le nostre cose con furti, scassi, omicidi. Per questo ci sono le leggi e la polizia. E a livello internazionale ci sono gli eserciti per difendere i confini e gli abitanti di un paese. Ma ora assistiamo a un'autentica rivoluzione antropologica. Non dobbiamo costruire muri, ci dicono, l'accoglienza del povero e diverso è un dovere morale, dunque un obbligo a cui non ci si può sottrarre. Obbligo quindi di non chiudersi egoisticamente in casa o nel proprio paese, divieto di costruire muri e appello a gettare ponti - insomma a lasciare le porte (e i confini) aperti. Strano però che esistano ancora leggi, polizia ed esercito per difendere i cittadini. Non conosco poi nessun uomo di governo che non chiuda le porte di casa sua: tutti girano con le chiavi di casa in tasca. Le chiavi non sono state ancora proibite. E tutti gli uomini hanno un sancta sanctorum inviolabile, la propria casa (la violazione di domicilio è ancora un reato e grave). E anche il conto bancario di questi signori che ci esortano a gettare ponti è difeso da filo spinato e dinamite, non a disposizione di tutti, compresi i bisognosi. Checché si dica il principio basilare è la sopravvivenza che in un paese civile è o dovrebbe essere garantita da leggi e dalle forze dell'ordine (ordinarie e militari).

RIC ha detto...

sul razzismo , sarebbe utile mandare in onda per mesi di fila quanto affermo' Cassius Clay in una intervista sul tema. www.youtube.com/watch?v=RKV4xxmV-Sc

saluti prof. Melis

francesco ha detto...

Io non mi vergogno di affermare che preferisco il saluto romano alla stretta di mano. Quest'ultima è antiigienica e comunque sconveniente, lo stringere mani indiscriminato lo trovo un gesto da evitare. Meglio il saluto romano, distanziato fisicamente, ma non per questo necessariamente meno sentito e partecipativo, quando lo si desiderasse. Oltretutto lo trovo più elegante.

Sergio ha detto...

@ Francesco

Be' il saluto romano proprio non mi va, ma non perché ricorda il fascismo, ma perché mi sembra francamente un po' ridicolo, ostentato. Sono però anche d'accordo sull'inutilità della stretta di mano, in più una stretta di mano forte per dimostrare energia. desoderio di vicinanza, come consigliano alcuni.
Già cent'anni fa Ortega y Gasset prevedeva l'abbandono di questo gesto, un relitto dell'antichità (i convenuti si davano la mano per assicurarsi che l'altro non fosse armato, con una selce o altro oggetto contundente). Quel timore è scomparso ma è rimasto l'uso, in più un uso cogente perché chi non dà la mano passa per maleducato. Ma Ortega osservava già ai suoi tempi (intorno al 1930) che quest'uso non fosse più cogente, specie in Inghilterra, e si poteva prevderne l'abbandono a breve. Ma apparentemente si è sbagliato perché l'usanza dura ancora e conserva una sua cogenza. Dove insegnavo c'era l'usanza di dare la mano a tutti i colleghi la mattina incontrandosi nella sala dei professori. A me sembrava un'usanza stupida, eccessiva (dover dare la mano a tutti!), tanto che non la praticavo (e passavo forse per maleducato). In più il contatto fisico non è sempre gradevole (mani sudaticce, sporche, colture di batteri).
In conclusione: né stretta di mano, né ostentato saluto romano. Non basta un cordiale buon giorno, un ciao con l'aggiunta del nome magari? È pur sempre un saluto, ti segnalo che mi sono accorto di te e che la tua presenza mi è gradita. Niente scambio di batteri e nemmeno saluti "gridati" alla romana. Ciao Francesco (appunto!).

Anonimo ha detto...

A "alessio", "francesco", "marco", "ric", "sergio" = discutete sui modi di salutarsi, ma non avete il "coraggio" di scrivere, al termine dei vostri commenti, il vostro Nome et Cognome. Come giammai si potrà prendervi sul serio? MAH ! (prediche inutili) adiòs... Giancarlo Matta

Sergio ha detto...

@ Giancarlo Matta

Di questo ne abbiamo già parlato. Non si tratta di mancanza di coraggio, ma di abitudine (forse cattiva abitudine). Abbiamo sempre fatto così, ci si presenta col proprio nome (qiaöcje volta anche col cognome) e fra noi ci si conosce. Qualcuno è anonimo, cosa che io non apprezzo e che lei - non senza ragione - detesta. Ma non usiamo certi paroloni (siete dei vigliacchi, è da vigliacchi). Uno che offende dietro l'anonimato è certamente un vigliacco. Ma i frequentatori di questo blog sono in genere d'accordo col moderatore. La saluto cordialmente. Sergio Pastore

RIC ha detto...

anonimo dell' ultima ora , posso benissimo mettere il nome e cognome mio . vuoi anche l' indirizzo , numero di telefono, conto in banca , bancomat, tessera sanitaria , appartenenza politica , numero di globuli rossi nel sangue? e tu se vedi un nome e cognome in calce ad un articolo prendi per buono quanto scritto? Non pensi che possa essere uno pseudonimo? a me non serve un nome in calce, mi basta il contenuto per esprimere un giudizio.

francesco virdis ha detto...

A Giancarlo Matta, intanto le faccio sommessamente notare che nessuno ha fatto "prediche", ma solo espresso educatamente degli scambi di opinione. Ritiene poi " coraggioso" scrivere il proprio nome e cognome su internet, a firma dei rispettivi commenti. In tutta franchezza non mi pare una grande prova, ma non ho certamente problemi a farlo ora. Arrivederci. Francesco Virdis

Anonimo ha detto...

A Francesco Virdis faccio notare che "prediche inutili" lo ho scritto riferendomi al MIO commento, non a quelli degli altri qui pubblicati : si è trattato di un inciso auto-ironico. Concludo, per tutti, col ripetere quello che scrivo da tempo in merito agli scritti “anonimi” : se non si firma (= “sottoscrive”, nel caso della Rete Informatica) quel che si scrive, l’unico buon consiglio è di non scrivere proprio. L’ “anonimato” -sempre discutibilissimo quando non già giuridicamente illecito- è segno che quel testo non fa onore a chi lo ha scritto.
Gli interessati e / o i giustificatori dello "anonimato" se ne facciano una ragione.
Giancarlo Matta